PARKINSON O GOTTA: UN DILEMMA? (20/5/08)

Tra le malattie ben note anche ai non addetti ai lavori per le loro peculiarità ci sono il morbo di Parkinson e la gotta. Il primo, caratterizzato soprattutto dal tremore e dalla rigidità muscolare, è principalmente legato ad un deficit di dopamina  causato da un’insufficiente produzione di questa sostanza da parte delle cellule nervose che specificamente la sintetizzano. La seconda, contrassegnata da artriti varie causate da precipitazione in loco di sali di acido urico, è principalmente favorita dalla maggiore concentrazione di questo acido nel sangue (specie in soggetti geneticamente predisposti). Queste due malattie sono diverse e apparentemente non direttamente correlate, ma uno studio pubblicato su un recente numero dell’American Journal of Epidemiology, svelando una possibile correlazione indiretta, solleva sia un giustificato interesse scientifico che qualche perplessità circa l’impatto clinico della scoperta. Ad avviare l’indagine è stato che i sali dell’acido urico esercitano un energico effetto antiossidante protettivo sulle cellule nervose che producono la dopamina. Da qui l’ipotesi che una dieta capace di innalzare la concentrazione dell’acido urico nel sangue potesse risultare protettiva nei confronti dei suddetti neuroni e quindi svolgere di fatto un effetto anti-Parkinson. Lo studio era condotto mediante un questionario delle abitudini alimentari di 1387 individui di età media di 61 anni osservati a lungo termine (media 14 anni).  Come criteri di giudizio il Dr. Gao e colleghi, dell’Università di Harward in Boston, adottavano sia il rapporto tra assunzione di nutrienti pro-uricemici (fruttosio e alcol) e antiuricemici (prodotti caseari e vitamina C), sia l’introito di carni e di pesce/crostacei i quali, dato il loro alto contenuto di purine, sono noti precursori dell’acido urico. Durante i 14 anni dello studio si registravano 248 casi di morbo di Parkinson.  Utilizzando i due parametri ora descritti risultava che il rischio di questa malattia era più che doppio nei soggetti con uricemia più bassa. Al contrario, più la concentrazione di acido urico nel sangue era alta, minore risultava la probabilità di ammalare di Parkinson. In base a questi dati, i ricercatori ipotizzano in via teorica “un possibile effetto protettivo degli urati o dei loro precursori nella patogenesi del morbo di Parkinson”, e suggeriscono che “una modulazione della dieta in modo da favorire un aumento dell’uricemia può avere un ruolo nella prevenzione e nel trattamento del morbo di Parkinson.” Tuttavia, gli stessi Dr. Gao e colleghi riconoscono che l’ipotesi di un’applicazione terapeutica dei loro risultati deve tener conto anche dei rischi potenziali di una persistente iperuricemia dieta-indotta. Tra questi, in primis, proprio il rischio di  gotta che potrebbe inoltre manifestarsi anche in soggetti più giovani. Si tratterebbe in ogni modo di scegliere tra un diminuito rischio di Parkinson, che almeno nelle forme lievi può essere controllato piuttosto agevolmente con farmaci adatti, ed un maggior rischio di crisi gottose dolorosissime e/o di gotta cronica più o meno deformante, il cui controllo farmacologico è invece piuttosto problematico. D’altronde, si è ancora in attesa di una conferma dell’efficacia anti-Parkinson di una dieta iperuricemizzante mediante studi sperimentali prospettici a lungo termine che ancora non ci sono (e che per chi scrive risultano assai improbabili). Per il momento, dunque, concludiamo ricordandoci ciò che dice il grande neurofisiologo Ramachandran, e cioè che “La speculazione teorica è legittima purché conduca a previsioni verificabili e purché si chiarisca quando si sta pattinando sul ghiaccio sottile della teoria e quando si procede sulla terra ferma.” Il procedere con i piedi per terra è l’obiettivo ineludibile della buona medicina.

Titolo originale. Parkinson o gotta: dilemma amletico?