SPOSARE UN PARAPLEGICO E’ TROPPO PER LA CHIESA (20/6/08)

Sessualità, disabilità e Chiesa: ciascuna “voce” costituisce un tema intrattabile in poco spazio. E allora perché parlarne? Perché recentissimamente il vescovo di Viterbo, monsignor Chiarinelli, ci costringe a farlo. Il monsignore, com’è noto, ha rifiutato di sposare in chiesa due giovani cattolici che si amano (e questo andava benissimo), ma dei quali il maschio era paraplegico a seguito di un incidente e, quindi, presumibilmente incapace di avere una normale attività sessuale e una normale capacità procreativa (e questo non andava bene). Vorrei ricordare che la paraplegia consegue più comunemente ad una lesione traumatica (incidente automobilistico, caduta) o patologica (tumore, degenerazione, infezione) del midollo spinale nel suo tratto dorsale e lombare con conseguente  paralisi e disturbi della sensibilità degli arti inferiori, possibili disturbi sfinteriali e, appunto, alterazioni della sessualità il cui grado dipende dal livello e dalla completezza della lesione midollare. Le istituzioni, per adeguarsi a quanto è già in atto in Europa, stanno timidamente e lentamente adoprandosi per fornire delle facilities a questi disabili, quali trasformazione di scale in accessi più adatti alle due ruote, parcheggi riservati, uffici spostati al pianterreno, ascensori capaci di accogliere anche una carrozzella. Tuttavia, i paraplegici non hanno solo necessità e diritto di fruire di servizi pari a quelli cui ricorrono i cittadini “normali”, hanno anche e soprattutto il diritto di vivere pienamente i loro sentimenti, sessualità inclusa e, per qualcuno almeno, di avere dei figli da amare e crescere. Le difficoltà psicologiche, motorie, gestuali e organizzative di una vita sessuale soddisfacente per i paraplegici sono naturalmente non poche. Il maschio ne risente in particolare per quanto riguarda sia la capacità coeundi (erezione) che quella generandi. L’eiaculazione può non esserci o avvenire in via retrograda, in vescica. L’orgasmo è un problema per ambedue i sessi, mentre la capacità procreativa della femmina è conservata. Ribadita la variabilità delle conseguenze individuali, relativa come già ho detto a entità, livello del danno e psiche del singolo, è evidente comunque che il paraplegico deve lottare per trovare la forza di reagire e di vivere il più pienamente possibile la vita che lo aspetta, inclusa quella amorosa. Io credo che il paraplegico che abbia la gioia di  innamorarsi e di essere ricambiato (eventi non scontati neanche per i “normali”!), e che decida di vivere insieme con la persona che ama, non possa che avere tutta la nostra solidarietà. Non pietà, dunque, ma simpatia, condivisione, auspicio istintivo che almeno nell’amore, anche in quello fisico che magari richiederà modalità peculiari, una persona sfortunata ricuperi parte di ciò che un crudele incidente le ha tolto. Questo auspicio diventa ancora più forte se paraplegici sono ambedue gli innamorati. Sembra ovvio che un paraplegico credente, la cui fede non vacilla neppure dopo il dramma, veda  in un matrimonio celebrato in chiesa da un sacerdote il massimo delle sue aspirazioni. Una esigenza permeata di  “semplice umanità” che avrei immaginato condivisa da tutti, credenti e non. Invece no, monsignor Chiarinelli non è d’accordo. Io ignoro le norme ecclesiastiche al riguardo e ignoro nei dettagli pure la situazione clinica dello sposo paraplegico, ma confesso che lo ritengo irrilevante. Troverei in ogni caso crudele il rifiuto a celebrare le nozze per motivi che comunque a mio avviso non stanno “né in cielo né in terra”. Per la Chiesa è lecita la sessualità tra coniugi anche dopo la menopausa della partner, quindi un attività inefficace da un punto di vista procreativo, ma non quella di un disgraziatissimo giovane  paraplegico. A lui non gli resta che amare e fare sesso “in qualche modo”, ma senza la benedizione e (probabilmente) con la sensazione di peccare. Che dire? Consola solo il fatto che testimone al matrimonio civile (celebrato in ospedale dove ancora era degente il paraplegico) sia stato il sacerdote che, senza il monsignore, li avrebbe sposati in chiesa con spirito cristiano, quello vero.

Titolo originale. Sessualita’, disabilita’ e Chiesa.