IL PLACEBO: PIU’ E’ COSTOSO E PIU’ E’ EFFICACE! (8/7/08)

E’ esperienza comune di come il prezzo di qualsiasi cosa suggestioni il compratore che abitualmente ritiene che il costo dell’oggetto corra in parallelo con la qualità. “La roba buona costa” è dunque una equazione piuttosto assodata che riguarda in modo indiscriminato l’abbigliamento, le scarpe, il profumo, gli alimenti, il tour vacanze. Potevano quindi i medicinali sfuggire a questa regola? No di certo, e lo testimonia tra l’altro lo scarso entusiasmo della popolazione verso i farmaci “generici” che pur essendo assolutamente equivalenti sono meno cari di quelli ”di marca”. Lo stesso accade per i farmaci “falsi”, cioè dotati solo di effetto placebo (e per questo chiamati in gergo medico “placebo impuri”), un effetto non trascurabile ma del tutto “aspecifico”. Uno studio recentissimo non fa che confermare dati già ben noti e altrettanto indicativi, che meritano entrambi di essere riportati. La ricerca recente di Dan Ariely  e collaboratori del Massachusetts Institute of Technology è stata condotta su 82 pazienti che consapevolmente accettavano di partecipare allo studio. I pazienti venivano sottoposti a scariche elettriche dolorose prima e dopo la assunzione di un placebo spacciato per antidolorifico. A metà dei pazienti veniva detto che il farmaco-placebo ritenuto un antidolorifico era molto costoso (2,50 dollari a compressa), mentre all’altra metà si diceva che lo stesso antidolorifico-placebo era venduto in offerta speciale (a 10 centesimi di dollaro). Una significativa riduzione del dolore indotto dalla scarica dolorosa era riferito da ben l’85% dei pazienti che pensavano di aver ricevuto il medicinale costoso, contro il 61% registrato nel gruppo che riteneva di aver ricevuto lo stesso antidolorifico-placebo ma a prezzo scontato.  Questo dato è molto esplicito e sorprendente (ma non per gli addetti ai lavori!)  per quanto riguarda sia la differente efficacia antalgica tra placebo definito costoso e placebo definito a buon prezzo, sia l’efficacia in assoluto dei due placebo. Non può sfuggire infatti che al placebo che è farmacologicamente inerte risponde una quota dei pazienti sottoposti alle scariche oscillante dai 3/5 ai 4/5. Lo studio più datato, ma altrettanto indicativo, riguarda quasi 400 donne affette da mal di testa e sottoposte a 4 tipi di trattamento. Il gruppo A veniva trattato con placebo spacciato per aspirina generica, il gruppo B con placebo spacciato per aspirina di marca, il gruppo C con aspirina vera definita generica ed il gruppo D con aspirina vera definita di marca. La cefalea diminuiva significativamente in tutte le pazienti, ma in misura diversa nei diversi sotto gruppi. Se consideriamo di grado 1 il miglioramento registrato nel primo gruppo (aspirina-placebo generica), il miglioramento negli altri gruppi risultava all’incirca rispettivamente doppio, triplo e quadruplo. Questi rilievi confermano una volta di più l’importanza della fiducia e delle attese dei pazienti nei confronti di una terapia, a prescindere dal fatto che questa consista in un farmaco o in un trattamento non farmacologico. Fiducia in una terapia significa però, evidentemente, fiducia nel terapeuta che la consiglia e questa fiducia non può sussistere se non esiste un rapporto medico paziente ottimale. Purtroppo, molte volte si deve constatare come tale rapporto si sia paradossalmente deteriorato proprio negli ultimi decenni a fronte degli innegabili e stupefacenti progressi della medicina scientifica. Questa è una lacuna molto seria capace di destabilizzare il paziente e di indurlo a cercare un rapporto “più umano” altrove. Ed invece anche in medicina non ci si dovrebbe scordare l’evangelico “l’uomo non vive di solo pane”. Proprio a semplici ma ineludibili regolette comportamentali che il medico dovrebbe rispettare quando tratta con i pazienti è dedicato un recente editoriale dal titolo eloquente: “Etiquette-based medicine”. Sarà il caso di ritornarci.

Titolo originale. La roba buona costa (anche in medicina!)