CASO ENGLARO: GIUDICARE O COMPATIRE? 16/7/08

In un mondo che si consideri civile togliere coscientemente la vita ad un essere umano deve essere sempre giudicato un inaccettabile atto delittuoso, anche se talora commesso “per legge”, come purtroppo accade in Paesi importanti e/o ricchi di storia come Stati uniti, Cina, o Iran. Si sta parlando di soppressione di una vita che continuerebbe secondo natura se non fosse interrotta dall’uomo. Il caso di Eluana Englaro è tuttavia ben diverso. Eluana è in coma profondo da 16 anni e morirebbe “naturalmente“ se non ci fossero apparecchiature a tenerla in vita e a infondere calorie necessarie per far battere il suo cuore, provvedimenti che prevedibilmente continuerebbero a funzionare per molto tempo ancora, data la giovanissima età della disgraziata ragazza. A molti, anche cattolici, sembrerebbe “umano” che gli uomini di chiesa non affrontassero con ottica solo filosofica ciò che è giusto fare in pazienti così drammaticamente speciali e che, prima di giudicare se è bene o male togliere il supporto medico e alimentare, conoscessero de visu ciò che succede quotidianamente in una stanza di malati in coma profondo. Bisogna invece rilevare come di prelati importanti che vadano ogni tanto a constatare come si vive in questi reparti ce n’è ben pochi. Tuttavia, pur mancando  di questa concreta insostituibile esperienza “umana” diretta, dopo che una Corte di Appello ha autorizzato la cessazione delle cure alla Eluana, molte autorevoli voci della Chiesa hanno subito parlato di eutanasia. Il giornale “l’Avvenire” ha persino definito la sentenza dei magistrati “decisamente necrofila”. Ma eutanasia (che solleva giustificate perplessità) significa procurare la “dolce morte” in un malato grave che la richiede, il che è una cosa ben diversa dal sospendere le tecniche che artificialmente tengono una persona in vita vegetativa per decenni. Un aspetto che tormenta alcune coscienze è che non siamo noi i padroni della nostra vita, perché questa è un dono del Signore. Io mi occupo dei risvolti medici del dramma e non mi permetto certo di entrare nel merito, ma non posso non rilevare che questa eventuale impostazione, accettabilissima per chi crede in Dio, può essere del tutto contestata, altrettanto accettabilmente, da chi non crede. Sembra poco corretto che una posizione prevarichi sull’altra: il fervente cattolico che rifiuta “comunque” ogni sospensione delle cure alla persona amata merita tutto il nostro rispetto per la sua coerenza, ma sembra a dir poco discutibile che qualcuno accusi di eutanasia chi non la pensa come lui, e che eserciti pressioni varie per impedire scelte diverse. Questione cruciale è indubbiamente se il soggetto in coma sarebbe d’accordo o no circa lo stop delle macchine salvavita. C’è infatti il pericolo che il parente che decide di interrompere le cure, anche se con il placet da parte della magistratura, lo faccia per fini diversi dalla pietas, per esempio per anticipare la “riscossione” di un’eredità. Estrema deve dunque essere la cautela e attentissimi gli approfondimenti prima che la decisione di “chiudere i rubinetti” sia presa e, soprattutto, consentita. Nel caso di Eluana, tuttavia, testimonianze credibili che non sono solo quelle del padre (la faccia pulita di persona dabbene di papà Englaro, ovviamente, non basta) confermano le intenzioni della ragazza: essa mai avrebbe accettato di diventare un vegetale, e avrebbe invece auspicato esplicitamente, nel caso un incidente l’avesse fatta diventare tale, di non essere condannata a vivere una vita del tutto “innaturale”. Mi colpisce un ultimo aspetto: l’assoluta mancanza di charitas e di rispetto nei confronti del padre Beppino, il quale da 16 anni soffre accanto a una figlia che così non voleva vivere e che avrà dentro di sé in ogni caso l’angoscia, lui che Eluana l’ha fatta nascere, di aver organizzato la sua fine. E’ proprio vero che i dolori meglio sopportati sono quelli degli altri.

Titolo originale. Caso Englaro: giudicare o compatire?