SE IL CONFINE DELLA MORTE SI FA INCERTO (6/9/08)
“L’esperienza umana insegna che l’avvenuta morte di un individuo produce inevitabilmente dei segni biologici, che si è imparato a riconoscere in maniera sempre più approfondita e dettagliata. I cosiddetti criteri di accertamento della morte, che la medicina oggi utilizza, non sono pertanto da intendere come la percezione tecnicoscientifica del momento puntuale della morte della persona, ma come una modalità sicura, offerta dalla scienza, per rilevare la già avvenuta morte della persona….In questa prospettiva si può affermare che il recente criterio di accertamento della morte, cioè la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica, se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica”. Questa lunga riflessione, opportunamente riportata da Ignazio Marino in una sua recente chiosa riguardante il problema della morte cerebrale, non è di un ateo indifferente alla bioetica, ma di Papa Wojtyla che così si è espresso nel 2000 durante un convegno mondiale della Transplantation Society. Si tratta certo di una posizione profondamente meditata che cerca di coniugare quella che per i credenti è la sacralità della vita, e per gli atei la vita tout court, con l’implicito auspicio che, grazie ai progressi tecnicoscientifici concretizzatisi nel trapianto di organi, la vita possa essere sostenuta pure in soggetti nei quali essa “naturalmente” cesserebbe a breve. Espianto significa prelievo di un organo in un individuo anche se il cuore batte ancora, ma in cui si è diagnosticata la “morte cerebrale”, giudicata di fatto sinonimo di non vita già una quarantina di anni fa ad Harvard in un meeting di medici, filosofi, esperti in bioetica e religiosi. Solo dopo questo accertamento, la legge consente l’espianto e pure il Vaticano lo considera lecito in quanto accetta che una lesione così grave del cervello e del tronco encefalico non consentirebbe le funzioni vitali, in primis l’attività cardiaca e respiratoria, se non con l’aiuto di macchinari. La diagnosi di morte cerebrale è quindi estremamente impegnativa e deve essere posta al di là di ogni ragionevole dubbio sia sotto il profilo medico che sotto quello della bioetica, e ciò a prescindere dalla fede o dall’ateismo. Farebbe infatti inorridire sia credenti e che non credenti il sospetto anche lontano che si possa accelerare la morte di un soggetto a cuore ancora battente anche se con l’obiettivo, comunque inammissibile, di favorire la vita di una o più persone. Ed infatti i criteri per diagnosticare la morte cerebrale definita semplicisticamente “elettroencefalogramma piatto” sono seri, precisi e richiedono una conclusione congiunta di più medici che per 6 ore non hanno registrato il minimo segno di attività elettrica encefalica. Questo significa che le cellule nervose non sono più vitali, con conseguente perdita assoluta di coscienza, arresto della respirazione spontanea, assenza di riflessi corneali e altro ancora. Nessun team di medici d’altronde procederebbe mai all’espianto in presenza di un minimo dubbio di “vitalità”. Questa estremamente cauta posizione scientifica si rinforza con la condivisione morale della Chiesa, quale risulta dalle riflessioni di Papa Wojtyla riportate all’inizio di questo articolo. Da qui il grande scalpore sollevato da Lucetta Scaraffia, studiosa di bioetica e storica (storico anche il consorte, Ernesto Galli della Loggia) che sull’Osservatore Romano ha messo in discussione la validità dei criteri per l’accertamento di morte cerebrale, suggerendo che le decisioni di Harvard, ormai quarantenni, dovevano essere aggiornate in base a nuovi dati. Il possibile allarmismo sollevato dall’articolo è forse involontario e la Scaraffia, come poi ha dichiarato, mirava solo a far riesaminare il problema, ma il possibile impatto negativo che i suoi dubbi potrebbero avere sulla attuazione dei trapianti ha suscitato forti reazioni della comunità scientifica (alla quale eventuali nuovi dati devono essere presentati prima di venir ventilati sulle colonne di un giornale autorevole e per di più sui generis) e di associazioni di pazienti che guardano ai trapianti come ad una concreta possibilità di sopravvivenza (basti pensare che nei 40 anni da Harvard in poi 50.000 sono stati i trapianti nel nostro Paese). Preoccupata di questa imprevista levata di critiche è stata paradossalmente proprio la Chiesa di cui l’Osservatore è la creatura editoriale. Infatti, il portavoce papale Federico Lombardi dice testualmente che l’interessante e autorevole articolo della signora Lucetta Scaraffia “non può essere considerato una posizione del Magistero della Chiesa” e “non è riconducibile alla dottrina cattolica”. Personalmente, se sposso, trovo che non sia criticabile il rivedere se ci sono novità per definire ancor meglio cos’è la morte, ma penso che non sia il caso di creare ansie al momento ingiustificate su un giornale. Rilevo dunque con piacere che il Vaticano è più responsabile e prudente del suo giornale. Sarò anche corporativista, ma preferirei che a parlare su certi temi fossero persone esperte pure di medicina oltre che di etica. Del resto l’Osservatore non riporta sotto la testata il motto “unicuique suum?”
Titolo originale. Chiesa, osservatore romano e morte cerebrale.