ANTIBIOTICI: L’ABUSO FA PIU’ FORTI I BATTERI (6/11/2008)

A tutt’oggi disponiamo di terapie antinfettive efficaci soprattutto per malattie prodotte da miceti e da batteri, mentre molto più disarmati si è nei confronti dei virus, per i quali la vaccinazione (quando possibile) risulta ancora l’arma vincente. La ignoranza delle fondamentali differenze che esistono tra batteri e virus e la frequente somiglianza dei sintomi che i due agenti infettivi possono produrre (polmoniti, meningiti, enteriti) induce i pazienti, che spesso vogliono guarire “in fretta più che meglio”, a farsi prescrivere dal proprio curante degli antibiotici anche in caso di malattie da virus che sono insensibili a questi agenti. Da parte sua, il medico non di rado eccede nella prescrizione, sia pressato da questa insistenza sia spinto dal timore di essere accusato, nell’ eventualità di una possibile sovrapposizione batterica, di avere sottovalutato la malattia. Per tutte queste ragioni, la produzione di antibiotici è cresciuta in modo esponenziale a partire dal 1940, l’anno che ha visto diffondersi l’uso della penicillina scoperta Fleming già nel 1929. L’obiettivo dell’antibioticoterapia è duplice: bloccare con questi agenti la moltiplicazione dei batteri, inibendo la sintesi proteica o la replicazione del loro DNA (antibiotici “batteriostatici”, come ad esempio cloramfenicolo, tetracicline, neomicina, eritromicina e vancomicina) o uccidere direttamente i batteri distruggendo la loro membrana esterna (“battericidi”, come ad esempio penicillina e cefalosporine). Tuttavia, sottostimato all’inizio dell’era antibiotica è stato il fatto che l’efficacia di questi agenti antibatterici non è quasi mai del 100%, in quanto alcuni ceppi batterici riescono a resistere all’antibiotico impiegato e a trasmettere geneticamente questa resistenza alle generazioni successive. Conseguenza inevitabile del proliferare di ceppi resistenti è stata la parallela e progressiva perdita di efficacia della terapia antibiotica nei confronti di batteri prima da essa debellati. Si è stati così costretti a progettare la sintesi o l’emisintesi di antibiotici “nuovi”, sconosciuti ai batteri resistenti. Anche a questi però una quota di microorganismi sarebbe prevedibilmente risultata resistente con necessità di individuare altre molecole antibiotiche e così via. Nel corso degli ultimi 50 anni la resistenza è diventata un problema concreto, particolarmente preoccupante specialmente in reparti di rianimazione (pazienti debilitati, intubati e cateterizzati) o comunque ospedalieri, ma non marginale oggi neppure nella popolazione non spedalizzata. Un esempio preoccupante dei rischi promossi dalla resistenza batterica riguarda lo “stafilococco aureo resistente alla meticillina” responsabile di meningite, setticemia e altre infezioni. Venti anni fa gli antibiotici risultavano attivi nel 99% delle infezioni dovute a questo stafilococco, mentre oggi risultano efficaci solo nel 50% dei casi. Il numero di decessi dovuti allo stafilococco aureo resistente alla meticillina  in ospedali del Regno Unito, presi ad esempio, è così passato da 50 nel 1993 a ben il 1600 nel 2006. Paradossalmente, mentre la resistenza batterica cresce, la produzione di antibiotici innovativi cala, in parte per la difficoltà intrinseca di individuarli e in parte, secondo alcuni, perché l’industria nicchia nell’investire molto denaro per farmaci che, se efficaci, sarebbero consumati (e quindi venduti) per pochi giorni. Meglio dunque, sotto il profilo delle ricadute commerciali, investire in farmaci utilizzabili in malattie croniche che, imponendo un consumo protratto, garantiscono più larghi profitti. Consigli pratici all’utente (che dovrebbe anzitutto considerarsi paziente e non consumatore!): 1) assumere antibiotici solo quando è strettamente necessario e sempre sotto consiglio medico evitando il “fai da te”; 2) non sospendere la cura prescritta appena affiora un miglioramento: attuandola solo parzialmente si aumenta infatti il rischio di selezionare una flora batterica resistente. In prospettiva, non manca chi prevede che la futura lotta contro i batteri resistenti potrebbe essere condotta non con antibiotici, sempre più inefficaci, ma con probiotici (più noti come “fermenti lattici”), i quali dovrebbero tuttavia avere caratteristiche che risultano spesso inadeguate in buona parte dei preparati oggi in commercio. Un ipotesi non astrusa dunque, ma per il momento ancora poco “evidence-based”, cioè in attesa di solide verifiche.

Titolo originale. Abuso di antibiotici e resistenza dei batteri