CASO ENGLARO: DIVERGENZE IMPIETOSE  (23 DIC 2008)

Sembra paradossale tornare ancora sul caso Englaro (trattato già in precedenza in questa rubrica), ma sento di farlo perché i problemi sollevati da questa poveretta e dall’angoscia di suo padre che durano da 18 anni, estremamente complessi, sono riesplosi dopo le recenti disposizioni del Ministro Sacconi che vorrebbe impedire quanto ritenuto lecito dalla Cassazione. La reazione è assai diversa anche tra i cattolici che non sempre sposano tout court la posizione del Vaticano e d’altronde non è una sorpresa che non tutti i credenti seguono con coerenza e rigore i precetti di Santa Romana Chiesa. Inevitabilmente pure la politica si è impadronita di questo drammatico caso: la destra è schierata principalmente a favore della disposizione di Sacconi, ma con non poche autorevoli voci laiche al suo interno che dissentono da questo minaccioso editto (sanzioni alla casa di cura che dovesse sospendere la alimentazione).  La sinistra, d’altro canto, è schierata contro Sacconi, rilevandone oltretutto una probabile illiceità, ma con non poche autorevoli voci cattoliche che invece ritengono che qualsiasi tipo di vita vada difeso “comunque”. Lo scriba si guarda bene dall’intervenire con commenti di tipo religioso o giuridico per dichiarata  incompetenza nei due campi, ma da medico non può non riflettere sulla vita innaturale cui Eluana è costretta da quasi vent’anni. E ritorno sull’argomento stimolato da un articolo su Repubblica del 4 dicembre 2008, a firma di Navarro-Valls ex portavoce di papa Wojtyla. Ad un certo punto  egli scrive testualmente: ”..nessuno di noi può essere direttamente responsabile della morte di un altro senza essere moralmente imputato di omicidio. Se, infatti, qualcuno desidera morire lo faccia pure, ma non chieda a qualcun altro di aiutarlo per legge, perché egli non sarebbe complice di un suicidio, ma autore di un omicidio legalizzato”. A queste conclusioni l’ex portavoce arriva dopo una serie di disquisizioni  teoriche non certamente banali, ma assolutamente filosofiche, di parte, e lontane anni luce dal fatto concreto. E invece, a mio modesto avviso, è proprio il dramma individuale che deve essere vagliato in primis ai fini di una decisione operativa che risulterà comunque angosciante e penosa per tutti. Nonostante la complessità del problema e la estrema difficoltà di avere certezze su ciò che sia giusto fare, il cardine di questa valutazione predecisionale mi sembra onestamente piuttosto semplice: “conditio sine qua non” deve essere la decisione di chi soffre e la verifica di quando e come questi l’ha espressa. La volontà del paziente a non farsi curare, qualora sopraggiungessero determinate  invalidità che lo costringerebbero ad una vita “innaturale”, deve dunque essere assicurata al di la di ogni ragionevole dubbio. Questo, insisto, è il vero punto cruciale, tenuto pure conto che nessuno, neanche la persona più amata, può quantificare l’entità del dolore, dell’impotenza e della mortificazione se non il diretto interessato. Guai se questa volontà espressa oralmente in tempo reale o testimoniata, in caso di pazienti in coma irreversibile, da uno scritto attendibile (notarile o meno) precedentemente stilato in stato di totale vigilanza, non risultasse verificata meticolosamente.  Ma guai anche se questa volontà, una volta accertata, fosse impietosamente disattesa. Non ha sollevato, e giustamente, reazioni o riserve particolari la paziente che tempo fa, nel pieno suo diritto, ha scelto di morire piuttosto che di farsi amputare il piede gangrenoso. Nel caso di Eluana, la volontà  di non rimanere in stato di coma persistente solo a mezzo di alimentazione assistita risulta confermata da più testimoni oltre che dal padre, ed è evidentemente su ciò che la magistratura si è basata per dare via libera. Mi sembra allora che Navarro-Valls, persona che leggo sempre con molto rispetto, almeno un dubbio lo dovrebbe avere chiedendosi se la sospensione  dopo 18 anni dell’alimentazione della Englaro possa essere non omicidio, ma  charitas e atroce atto d’amore, quello che ciascun di noi non vorrebbe essere mai chiamato a fare. Resta ovviamente indiscutibile il diritto del cattolico in totale sintonia con le gerarchie (e con Sacconi) di non chiedere mai per sé, né prima né dopo, l’eventuale sospensione di misure supportive salvavita. Sarebbe però giusto imporre le sue scelte anche a coloro che ritengono di essere loro gli unici padroni della propria vita?

Titolo originale. Caso Englaro: divergenze impietose