LA LIBERTA’ DI DECIDERE (13/2/09)

Sugli aspetti, medici e non, relativi ad Eluana Englaro mi sono già intrattenuto altre volte su questo giornale sottolineando la complessità del problema decisionale e diffidando delle ferree certezze. Non ci mancava altro che la strumentalizzazione politica a ingarbugliare la situazione e a confondere ulteriormente le coscienze. Di questa “intrusione” politica dopo anni di letargo (sospetta non fosse altro che per la sua esplosione così improvvisa sulla scia delle pressioni del Vaticano) se n’è lucidamente occupata anche Pina Cusano su Alto Adige di giovedì. Prescindendo da questo aspetto, io vorrei soffermarmi ancora una volta su una questione di principio. Dovrebbe intanto essere condivisibile il principio che nessuno possa “imporre” ad altri la propria convinzione, in particolare su temi estremamente delicati, quali il dilemma se è Dio o no il “proprietario” della vita di un essere umano. La fede non la si impone, non la si decide per legge, eventualmente la si conquista individualmente. Ne consegue che se un cattolico praticante ritiene con forza che la vita non appartiene a lui ma al Creatore è giusto e assolutamente rispettabile che a ciò egli si adegui anche in situazioni drammatiche, quando ancora è cosciente o persino prima di queste: questo credente non lascerà pertanto né ad un familiare, né ad un notaio, né  ad altri alcun testamento biologico. Avverrà insomma ed egli accetterà quello che il Signore vorrà. Chi ironizzasse su una fede così profonda e coerente sarebbe spregevole oltre che poco intelligente. E’ tuttavia altrettanto evidente che la convinzione dei fedeli di questo tipo autorizza solo a non condividere ma non a offendere persone diversamente credenti o agnostiche o atee che invece ritengono un loro legittimo diritto (sacrosanto anche in questo caso!), quello di anticipare le proprie volontà circa le cure  da non ricevere in caso di incidenti devastanti, di coma irreversibile o, comunque nella fase terminale della loro vita. Ed invece sono volate parole indecenti come “assassini” non solo da singoli, ma anche da giornali ed enti, sia contro un padre che lotta da 18 anni per rispettare la volontà della figlia amata (o voleva sbarazzarsene per diabolici e oscuri  interessi?) sia contro colleghi medici che in tempi diversi si sono dovuti occupare di questa poveretta. E questo lo trovo davvero intollerabile e indecente. Fuori discussione, ovviamente, che si debba appurare al di là di ogni ragionevole dubbio che la volontà del paziente sia stata espressa autonomamente, in un momento di perfetta lucidità mentale. Una volta appurata però questa conditio sine qua non, l’opposizione ad una dichiarazione anticipata sulle cure che non si sarebbe disposti a subire  diventa solo prevaricazione di coloro che vogliono imporre a tutti ciò che per motivi religiosi (o di convenienza politica) è valido soltanto per una parte. E bene ha fatto il Dr. Albert March, primario di geriatria del nostro ospedale e responsabile pure del Centro di lungodegenti Firmian (che ospita anche attualmente molti pazienti in stato vegetativo permanente) a pronunciarsi a favore del testamento. Nello stesso senso si era precedentemente espresso il Dr. Bernardo, responsabile delle medicine palliative dello stesso ospedale, il medico che per aver operato con riconosciuta umanità scienza e coscienza  è stato il personaggio più votato un anno fa dai concittadini, cattolici e non. Identica la posizione di 40 primari e quasi 400 medici firmatari del documento inviato alla stampa dai colleghi Giorgio de Giorgi (rianimatore) e Giorgio Panizza (cardiologo), in cui si ribadisce con forza la necessità che un paziente abbia il diritto di anticipare il suo rifiuto ad un eventuale trattamento medico. Questi colleghi, che quotidianamente operano per alleviare concretamente il dramma  del dolore e della sofferenza possono davvero essere sospettati  di volere nuocere e sopprimere? Mi sembra onestamente un’ipotesi insensata e allucinante. E se il paziente in coma persistente da anni non si è pronunciato “prima” e  sono i parenti stretti a dover decidere sul cosiddetto accanimento terapeutico? Il Dr. March riporta l’esperienza personale: il 50% vuole di fatto la prosecuzione del supporto artificiale (quale che esso sia) e il 50% lo rifiuta. Un ultima “stranezza” da commentare: invece che indignarsi per la inefficienza della politica che per decenni ha di fatto  ignorato il problema e non ha legiferato ad hoc, si sono da più parti accusati i giudici, non ultimi quelli della cassazione(che non fanno ma solo applicano la legge) di “complicità nell’assassinio” di Eluana. Magistrati e giudici hanno prontamente e opportunamente replicato pure  su questo quotidiano e mi pare doveroso riprendere due virgolettati. Il primo del procuratore Cuno Tarfusser, recentemente premiato con un prestigioso riconoscimento internazionale,  che dice: “Al di la di tutto ho trovato la polemica degli ultimi giorni sconcertante…Una situazione quasi aberrante ove tutti, invece che abbassare i toni per il dramma della famiglia Englaro, hanno cercato vantaggi politici”. E il giudice Edoardo Mori: “In verità, i principi costituzionali non vietano assolutamente che si prenda atto di forme di vita fittizie e della possibile volontà di una persona di non sottoporsi al tormento dell’accanimento terapeutico”. Ancora, sempre il giudice Mori: ”Se un cattolico ritiene che sia giusto soffrire quando non c’è più alcuna  speranza..non può pensare di imporre questo suo convincimento a tutti.” E dunque i giudici che in vari gradi di giudizio hanno affermato la liceità di sospendere le cure non sono né assassini né accusabili di introdurre subdolamente in Italia l’eutanasia (che è tutt’altra cosa, tranne che per coloro che non vogliono capire), ma  si sono semplicemente basati su fondamenti giuridici. Concludo ricordando che pure l’amico teologo don Renner ritiene necessario che il testamento biologico vada formalizzato e reso legale, in sostanziale accordo con il professor Ignazio Marino, cattolico dichiarato e past-president della commissione igiene e sanità del Senato. Si tenterà comunque di far passare un testamento nel quale l’individuo potrebbe al massimo dichiarare anticipatamente di rifiutare cure e supporti vari ma non l’alimentazione. E perché mai? E’ bene ricordare che dare da bere agli assetati e da mangiare agli affamati è un imperativo morale assolutamente condivisibile quando così facendo si consente ad una persona di ritornare ad una vita qualitativamente normale, cosa ben diversa da quando la nutrizione assistita e rifiutata in modo esplicito allunga soltanto una non vita fatta di sofferenze oggettive anche se non soggettive. Pensiamo solamente alle piaghe da decubito diffuse da anni persino al volto della povera Eluana, un viso ben diverso da quello delle fotografie di diciotto anni prima.

Titolo originale. destini atroci tra prevaricazione e diritto individuale.