INTOLLERANZA AL LATTE: DIAGNOSI NON SEMPLICE (24/2/09)
Sembra paradossale che possa esistere una intolleranza la latte dato che questo è l’alimento unico ed essenziale dell’organismo che si affaccia alla vita eppure, anche se non da subito e non spesso, ciò succede.
L’intolleranza al latte è dovuta principalmente (ma non solo) al suo contenuto in lattosio, uno zucchero doppio (in gergo scientifico un “disaccaride”) costituito cioè dai due zuccheri semplici glucosio e galattosio. Il lattosio come tale non viene assorbito dall’intestino tenue (il tratto cha va dallo stomaco al colon) capace di assorbire solo zuccheri semplici e pertanto il suo assorbimento è possibile solo se viene scisso nei suoi due componenti ad opera dell’enzima lattasi che è presente alla superficie della mucosa del tenue. Se la lattasi è deficitaria o assente (condizioni indicate rispettivamente con i termini di “ipolattasia” o “alattasia”), il lattosio raggiunge indigerito il colon esercitando un effetto lassativo (osmotico, come il sale inglese) e subendo inoltre la fermentazione ad opera dei numerosi batteri qui presenti con conseguente sviluppo di grandi quantità di idrogeno (H). Da queste due condizioni derivano i sintomi dell’intolleranza a questo zucchero: mal di pancia, scariche diarroiche, brontolamenti, gassosità. Diagnosticare un deficit di lattasi è semplice solo in apparenza e il dosaggio diretto di questo enzima in biopsie prelevate per via endoscopica, in teoria ottimale, risulta di fatto improponibile almeno come esame di routine. Il deficit enzimatico, e quindi la conseguente intolleranza al lattosio, vengono pertanto diagnosticati “indirettamente” misurando la concentrazione dell’idrogeno nell’aria espirata dopo che il soggetto ha assunto 20-25 grammi di questo zucchero. Il test è considerato positivo, cioè diagnostico, quando l’H espirato, misurato periodicamente per qualche ora, supera in più campioni 10-20 parti per milione (ppm). La lattasi, normale nei primi anni di vita, può calare col passare del tempo per ragioni genetiche o il suo calo può conseguire a malattie intestinali ben definite quali la celiachia. Secondo alcuni un deficit di questo enzima può essere pure concausa (o contrassegno) di una malattia cosiddetta funzionale come il colon irritabile (erroneamente etichettato per anni come “colite spastica”). Nonostante i progressi costituiti dal test del respiro la possibilità di errate interpretazioni non mancano. In primo luogo, l’aumento di H dopo carico di lattosio, se risulta troppo precoce (prima di 2-4 ore), può essere espressione non di intolleranza a questo zucchero ma semplicemente di accelerato transito intestinale o di eccessivo sviluppo batterico nei tratti più alti dell’intestino (o persino di fermentazione batterica nel cavo orale). In secondo luogo, la comparsa dei sintomi già descritti durante l’assunzione di lattosio, da taluni considerata prova di intolleranza, non è di per sé un criterio decisivo, in quanto il soggetto è consapevole di avere assunto lattosio e “si aspetta” di avere dei disturbi (potrebbe trattarsi in sostanza di un effetto nocebo, il contrario di quello placebo che è benefico in chi è convinto di ricevere un trattamento utile). In terzo luogo, la possibile discrepanza tra maldigestione del lattosio accertata col test del respiro e i sintomi di intolleranza. In quarto luogo, l’abolizione di latte e derivati non sempre porta alla scomparsa dei sintomi (specie nei soggetti con colon irritabile). Per questi motivi molti esperti ritengono che la frequenza dell’intolleranza al lattosio sia non di rado sovrastimata nella pratica clinica e che, per evitare ingiustificate diete restrittive, l’interpretazione dovrebbe principalmente basarsi su tre cardini: la comparsa dei disturbi dopo assunzione di latte e derivati deve essere “costante” ed “evidente”; il miglioramento dopo sospensione di questi alimenti deve essere “evidente”; l’aumento tardivo di H nell’aria espirata dopo carico orale deve anch’esso essere “evidente.” Di recente qualche clinico ha suggerito di sfruttare per la diagnosi di alattasia lo studio delle alterazioni del cromosoma 2q21 che nei bambini è strettamente associato al deficit di lattasi. Per ora si è però ben lontani da un impiego routinario di questo esame
Titolo originale. Intolleranza al latte: una diagnosi non semplice.