IL GINSENG? DOCUMENTATI SOLO I RISCHI (5/5/09)

I fitofarmaci sono sostanze derivate dalle piante che non devono essere confusi con i rimedi omeopatici ricavati da una tintura madre di natura vegetale. Infatti, gli omeopatici, oltre la dodicesima diluizione centesimale (più comunemente usata) non contengono più neanche una molecola del fitocomposto presente nella tintura madre. Il rapporto benefici-rischi dei fitopreparati dovrebbe essere pertanto stabilito con molta attenzione (ciò che non avviene) attraverso studi controllati contro placebo per poter stabilire sia l’efficacia che la tossicità di un fitofarmaco. Di questo si è occupato un recente numero del ministeriale “Bollettino d’Informazione sui Farmaci” (BIF) dedicato al ginseng, una delle radici più vendute. Le virtù millantate per il ginseng, si contrassegnano oltre che per la loro eterogeneità pure per un’intrinseca contradditorietà: l’effetto della radice sarebbe infatti sedativo, ipnotico, antidepressivo, ma anche stimolante la concentrazione, immunomodulatore, metabolico, antitumorale e afrodisiaco. Le piante commercialmente utilizzate sono almeno tre: il “panax ginseng” (cinese), il “panax quinquefolium” (americano) e quello siberiano (meno costoso del panax). Sembrerà incredibile ma, a seconda che si tratti di decotto, infuso, polvere, capsule o compresse, la concentrazione delle sostanze attive (ginsenosidi e eluterosidi) nei preparati commerciali può variare dalle 15 alle 200 volte. In uno studio su  23 preparati commerciali di ginseng si è documentata non solo questa vistosa variabilità di concentrazione del principio attivo panaxoside,  ma persino la sua totale assenza in ben 7 di essi! Il BIF segnala inoltre la marcata discrepanza (persino del 30%!) tra la concentrazione del panaxoside indicata sull’etichetta esterna e quella realmente presente. Non è invece in discussione che, grazie alle sostanze attive che contiene, il ginseng possa esercitare degli effetti farmacologici. Ad  esempio, può provocare un abbassamento della glicemia, effetto positivo nei pazienti iperglicemici, ma anche rischio di ipoglicemia nei diabetici a causa del sinergismo tra ginseng e insulina o ipoglicemizzanti orali. Alcuni benefici del panax sono riportati in esperienze aneddotiche, ma- è sempre il BIF che segnala- “una revisione sistematica di ben 16 studi randomizzati controllati in doppio cieco contro placebo e condotti utilizzando vari tipi di ginseng in differenti condizioni cliniche…non ha fornito evidenze in favore dell’uso di ginseng in nessuna delle situazioni considerate”. A fronte di questa mancanza di prove d’efficacia c’è invece documentazione di effetti collaterali del ginseng. Alcuni sono rari, come insonnia, diarrea, sanguinamento vaginale, dolore al seno, emicrania, episodi schizofrenici, ma altri risultano tutt’altro che infrequenti, legati alla possibile interazione con farmaci tradizionali, in primo luogo con l’anticoagulante coumadin. Tale interazione si spiega con il fatto che il ginseng stimola l’attività del sistema enzimatico che degrada questo anticoagulante. E’ in effetti provato che l’assunzione di ginseng per 1 o 2 settimane può essere sufficiente a causare una riduzione significativa dell’effetto anticoagulante del coumadin. A peggiorare le cose è che il paziente in trattamento con tale anticoagulante, per dimenticanza o reticenza, non riferisce al medico di prendere un “ricostituente” esotico  come il ginseng,  per cui il curante non lo informa circa il rischio di possibili eventi trombotici. Le conclusioni del BIF sono lapidarie: mentre le evidenze di efficacia del ginseng sono molto fragili, il rischio di interazioni specie con ipoglicemizzanti e con coumadin è concreto e ben documentato.

Titolo originale. Ginseng: documentati solo i rischi.