TESTAMENTO BIOLOGICO: INTRANSIGENZA O CHARITAS? (2/6/09)

Sulle drammatiche vicende di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby,  Giovanni Nuvoli, ed Eluana Englaro avevo deciso di non scrivere più come medico. Al riguardo credo sia stato detto tutto quello che c’era da dire, in particolare se l’alimentazione artificiale si dovesse considerare “naturale” e quindi per qualcuno obbligatoria per legge, o per altri “atto terapeutico” e come tale accettabile o ricusabile dal paziente a seconda delle sue convinzioni religiose.  Ultimamente, tuttavia, il caso di Paolo Ravasin, 49 anni, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, richiama di nuovo dolorosamente l’attenzione dell’opinione pubblica su questo problema. Un anno fa Ravasin, perfettamente vigile, aveva comunicato le proprie decisioni anticipate circa il suo rifiuto a essere nutrito quando non fosse stato più in grado di mangiare e bere naturalmente. Ravasin, in un videomessaggio diffuso giorni fa alla Camera dei deputati, si scaglia contro il disegno di legge già approvato al Senato che renderebbe carta straccia, le sue volontà. Nell’approvazione di questa legge un ruolo fondamentale è stato quello della Chiesa il cui pensiero è del tutto legittimo e accettabile da chi lo ritiene sacrosanto, ma anche del tutto inaccettabile dai non credenti o da coloro che, pur “fedeli”, dissentono in maggioranza da questa specifica intransigenza. Intransigenza condannata da molti cattolici colpiti dalla assenza totale di pietas e charitas dimostrata dalla Chiesa nei confronti dei disobbedienti. E’ ancora vivo  il profondo disagio circa il veto del Vaticano al funerale religioso di Giorgio Welby e alle motivazioni date in proposito: la concessione del rito religioso sarebbe stato visto come un cedimento, con pericolo di emulazione o, peggio, di autonomia interpretativa dei diritti che si hanno a fine vita. Inutili sono stati gli accenti critici di molti, credenti e no e di ogni colore politico, i quali  hanno rilevato con sgomento che funerali religiosi si sono concessi a personaggi come Pinochet (con partecipazione ai funerali di più di un cardinale), o a qualche suicida illustre (come l’avv. Libero Corso Bovio che nel 2007 si è sparato alla testa non certo travolto da insopportabile male fisico), o a mafiosi sicuramente pluriomicidi. “A loro sì, ma non a mio marito”- dichiarava a suo tempo la moglie Mina, credente e amorosamente vicina al suo uomo fino agli ultimi istanti, tangibile testimonianza del valore della famiglia. Ma la cosa che più rende perplessi anche coloro che, come chi scrive, credono nei grandi valori del cristianesimo, è la variabile intransigenza della Chiesa a seconda dell’area geografica e a seconda dei rapporti di forza che il Vaticano intrattiene con i vari governi. Nel 1986 i vescovi spagnoli hanno distribuito un modello di testamento biologico  nel quale si rifiuta esplicitamente l’eutanasia (che è tutt’altra cosa)  ma in cui si auspica che  “non mi si mantenga in vita a mezzo di trattamenti sproporzionati” e che “non si prolunghi abusivamente il mio processo di morte”. Nel gennaio 2009, in molto episcopati germanici veniva distribuito un testamento firmato congiuntamente dal cardinale cattolico Karl Lehmann, a capo della Conferenza Episcopale Tedesca e dal protestante Manfred Kock, presidente delle Chiese Evangeliche. Nel libro “Disputa su Dio e dintorni”, scritto da Corrado Augias e dal teologo Vito Mancuso, si riportano stralci di questo documento che è bene ricordare.

“Non debbono essere intraprese nei miei confronti misure di prolungamento della vita, se è attestato che ogni misura di prolungamento della vita è senza prevedibile miglioramento e dilazionerebbe solo la mia morte…. Trattamenti e accompagnamenti medici, così come un’assistenza premurosa debbono, in questi casi, essere indirizzati a ridurre i dolori, l’agitazione, la paura, l’affanno, la nausea, anche quando non si possa escludere che il necessario trattamento antidolorifico possa abbreviare la vita. Io vorrei poter morire con dignità e pace, per quanto possibile vicino e in contatto con i miei parenti, le persone care e nell’ambiente che mi è familiare” .

Alla fine, la firma e la dichiarazione :”La mia confessione di fede è..”.

Questo rispetto compassionevole della Chiesa per chi soffre in attesa di morire mi convince e mi commuove  di più, come medico e cittadino, della intransigenza di chi ha dato dell’assassino al papà dell’Englaro o ha rifiutato il rito religioso a Welby. La speranza è che l’appello di Ravasin alle massime cariche dello stato possa far riflettere ancora, in bona fide e senza forzature, prima che sia varata una legge impositiva, per molti pure anticostituzionale. Una normativa veramente crudele per chi ritiene di avere l’inalienabile diritto, quando la vita diventa solo profondo dolore senza speranza, di decidere di non protrarre innaturalmente una sopravvivenza indesiderata e insopportabile.

Titolo originale. Testamento biologico: intransigenza o charitas?