IL MEDICO DIALOGHI CON L’AMMALATO (9 giugno 09)

Il buon rapporto medico-paziente è un elemento fondamentale perché si realizzi una buona medicina. Solo se il rapporto è soddisfacente, infatti, il “curare” diventa anche il “prendersi cura”, una sfumatura migliorativa espressa dagli inglesi con un semplice cambio di vocale: “to cure” che diventa “to care”. Ma affinché un buon rapporto si concretizzi è necessario che medico e paziente si capiscano e comunicano. E’ ovvio però che il livello culturale del paziente influenza sensibilmente la capacità descrittiva dei propri disturbi e, quanto più questa è scarsa, tanto più indispensabile diventa l’aiuto del medico. L’attenzione alla narrazione del paziente è quindi un presupposto critico affinché si stabilisca tra lui e il curante un proficua intesa. E’ questo in sostanza il caposaldo della cosiddetta “Medicina narrativa”, un tema alla ribalta negli ultimi tempi e opportunamente sottolineato, specie ma non solo, dal vescovo Golser al convegno svoltosi giorni fa in ospedale, dedicato  a “La medicina che vorrei”. Tradotto in soldoni, la medicina narrativa esige che il medico sappia ascoltare attentamente il paziente prima di prescrivere esami e cure. A tal fine si tengono da tempo corsi formali per medici (ma anche per paramedici e terapisti in genere) con lo scopo che essi imparino ad interpretare la storia dei pazienti con visione “olistica”, cioè nel suo complesso. Purtroppo, tale ascolto non frettoloso della storia raccontata dal paziente risulta piuttosto infrequente. Alcune recenti rilevazioni, e quindi non solo lamentele individuali, confermano infatti che il paziente viene ascoltato poco e interrotto troppo presto dal medico, il quale assume non di rado pure un atteggiamento anacronisticamente paternalistico che di fatto, pur nella diversità dei ruoli, impedisce un dialogo “inter pares”. Ed invece sono importanti non solo la malattia e i relativi sintomi, ma pure il modo con cui malattia e sintomi vengono spiegati e vissuti. Alla frettolosità dei medici (non di tutti, ovviamente) concorrono più fattori, e tra questi la costituzionalmente scadente capacità comunicativa  del dottore, il crescente carico burocratico, l’organico spesso insufficiente di chi lavora nelle istituzioni e, paradossalmente, lo straordinario potenziale delle recenti tecniche diagnostiche (che devono arricchire, ma non sostituire la “visita”). Attenuanti concrete, ma per Rita Charon, Direttrice del Programma di Medicina Narrativa della Columbia University, oggi è comunque vero che “i medici sono in generale incapaci di seguire il filo di una storia raccontata” la quale, invece, può risultare importante al pari degli esami. In totale sintonia Nanni Moretti che in  “Caro Diario” dice lapidariamente: ”Una cosa l’ho però imparata da tutta questa vicenda, anzi due. Che i medici sanno parlare, però non sanno ascoltare”. La medicina narrativa, che tra i fondatori ha due psichiatri di Harvard, Kleinman e Good, si merita dunque l’attenzione che sta ricevendo negli ultimi tempi. A chi scrive, tuttavia, sembra che ritenere essenziale il dialogo tra malato e medico sia davvero un po’ come…scoprire l’acqua calda. Naturalmente, meglio scoprire l’acqua calda che non denunciare l’impatto negativo di un rapporto medico-paziente freddo, carente e impersonale che, tra l’altro, concorre a dirottare i pazienti  verso pseudomedicine che millantano di essere più “umane”. 

Titolo originale. Medicina narrativa e la… scoperta dell’acqua calda