L’IPERATTIVITA’ DEI BIMBI: MALATTIA O NO? (30 giugno 2009)

La sindrome da deficit di attenzione e iperattività (l’acronimo inglese di ampio uso è ADHD) continua ad essere motivo di dispute scientifiche. Alcuni, ben supportati dal fatto che la ADHD è riconosciuta e catalogata nel manuale DSM dell’American Psychiatric Association, considerano questa una malattia vera (con possibile base genetica e substrato fisiopatologico) che pertanto richiede di essere trattata. Per altri, invece, la ADHD non è una malattia, non ha contrassegni precisi, è semplicemente il comportamento “sopra le righe” di un bambino troppo vivace per sua costituzione o a seguito di influenze ambientali ed educative. Il bambino con ADHD lamenta persistentemente sin dall’età prescolare difficoltà di concentrazione, scarsa attenzione a ciò che gli si dice, controlla con difficoltà i propri impulsi, può mostrarsi aggressivo con i compagni, muove in continuazioni mani e piedi, si alza o cammina  in momenti inopportuni. Possono coesistere ansia, depressione, difficoltà di apprendimento e comportamenti ostili. Per coloro cha la considerano una malattia e  per l’associazione dei genitori di bambini con ADHD, il ricorso al farmaco metilfenidato (Ritalin, sospeso e poi riammesso) è terapeuticamente utile. Per gli oppositori, la malattia sarebbe solo un esempio di “disease mongering” cioè di malattia inventata a vantaggio delle aziende farmaceutiche (fenomeno di cui non mancano gli esempi!), e  nessun farmaco andrebbe prescritto. Il registro nazionale per l’ADHD rivela che in Italia sono circa 1000 i bambini trattati, una cifra bassa visto che la presunta prevalenza sarebbe del 4/% (dell’1% per le forme più gravi), ciò che per qualcuno si spiegherebbe con il fatto che l’ADHD, data la fragilità dei criteri diagnostici, è sottodiagnosticata e quindi sottotrattata dai medici, mentre più emotivamente attenti al problema sarebbero i genitori. In ogni modo, pochi sono i dubbi che  ADHD, se diagnosticata da un esperto pediatra/psicologo/psichiatra, debba prevedere in primo luogo terapie cognitivo-comportamentali e di supporto familiare (counselling) la cui efficacia per l’Istituto Superiore di Sanità è rilevabile in un terzo dei bambini, per cui il farmaco dovrebbe essere previsto nei restanti 2/3 (nei quali per altro l’efficacia sarebbe inferiore al 50%). L’ADHD è dunque una patologia non facilmente diagnosticabile,  affrontabile con strategie multiple e non solo farmacologiche. Dopo i 14 anni fortunatamente l’iperattività tende a scomparire, ma non così la disattenzione e, per qualche esperto, fino al 50% dei bambini con ADHD andrebbe inoltre incontro a disturbi psicosociali nell’età adulta (abuso di sostanze, fumo e alcool inclusi). Pertanto, nei  bambini con ADHD la terapia farmacologica va attuata pure per evitare la futura comparsa di conseguenze psicocomportamentali. In sostanziale sintonia è lo psichiatra Crepet che ritiene essenziale l’ambiente e l’apporto educativo dei familiari come strumento primario di cura, ma che nel contempo è contrario alla demonizzazione dei farmaci quando altri provvedimenti risultano insufficienti. Non giova certo agli oppositori che a loro favore si sia schierata la “antipsichiatrica” Scientology, chiacchieratissima setta/chiesa fantascientifica creata da Mr. Hubbard costretta più volte, come ente e come singoli dirigenti, a rispondere di una serie di odiosi reati regolarmente sanzionati in varie parti del mondo. In medio stat virtus?

Titolo originale. Deficit di attenzione e iperattivita’: malattia o speculazione?