VIDEOCAPSULA E TUMORI DEL COLON (28 luglio 09)

Nella stragrande maggioranza dei casi il cancro del colon si sviluppa a partire da un polipo che di per sé è un tumore benigno. Da qui la politica di attuare una polipectomia in corso di colonscopia per interrompere la potenziale evoluzione in cancro. Tuttavia, la colonscopia è un esame invasivo, non piacevole così come non gradita è la toilette intestinale pre-esame ottenuta solitamente con l’assunzione di parecchi litri di liquido. Questo spiega lo zelo nella ricerca di esami meno invasivi e meno “antipatici”. Grande interesse ha destato negli ultimi anni per il suo carattere non invasivo la cosiddetta videocapsula (VC), una telecamera miniaturizzata alimentata da una batteria, delle dimensioni di una grossa compressa, che viene deglutita dal paziente e che in un tempo variabile raggiunge il colon. Durante il transito nel colon, la capsula “filma” ciò che vede a 360 gradi, registra polipi o tumori eventualmente presenti e trasmette all’esterno le immagini che saranno poi esaminate al computer. Diffusamente impiegata in Italia e in Europa soprattutto per diagnosticare patologie dell’intestino tenue (in primis morbo di Crohn e angiodisplasie), la VC non è autorizzata negli Stati Uniti perché si ritiene ancora indimostrato il suo effettivo apporto per quanto riguarda l’efficacia nella prevenzione del cancro del colon. Un recentissimo numero del New England Journal of Medicine riporta e commenta uno studio controllato su 320 pazienti con sintomi sospetti, sottoposti prima a VC e successivamente a colonscopia, da cui emergono oggettivamente grossi limiti della VC. Infatti, questa falliva l’identificazione in ben il 36% dei soggetti con polipi di almeno 6 mm evidenziati con la colonscopia e, sorprendentemente identica era la percentuale di mancata identificazione pure per  di polipi superiori ad 1 cm. Peggio ancora, la VC risultava negativa anche nel 26% dei pazienti con cancri diagnosticati mediante endoscopia. Del resto, la bassa sensibilità e specificità della VC in soggetti portatori di polipi di 5mm era già nota da esperienze precedenti. Tradotto dal “medichese”, ciò significa che, almeno per i polipi di questa dimensione, il 40-50% sfuggirebbe alla diagnosi mediante VC e che invece nel 16-23% di soggetti sani si sospetterebbe con la VC  un polipo inesistente, con intuibili conseguenze. Altri aspetti negativi sono: 1. Con la VC non si possono effettuare né biopsie né prelievi (limitazione che la VC ha in comune con il clisma opaco e la cosiddetta colongrafia “virtuale” tramite Risonanza Magnetica o Tomografia Assiale Computerizzata); 2. Nel 2,5% dei casi l’esame non riesce per vari motivi (la VC non riesce ad essere deglutita o la sua la batteria si esaurisce prima che essa raggiunga il colon o la VC non raggiunge il colon); 3. La pulizia dell’intestino, che per molti pazienti risulta fastidiosa almeno quanto la colonscopia, deve essere ancora più accurata e quindi più disturbante (in circa un terzo dei casi la VC risulta infatti ostacolata da residui fecali, ciò che contribuisce alla sua scarsa sensibilità e specificità); 4. Il costo, che si aggira sui 1000 euro. Per tutti questi motivi, secondo l’editoriale della prestigiosa rivista, la VC non deve essere oggi raccomandata come test di screening sulla popolazione a rischio medio di tumore del colon-retto. Questo naturalmente non esclude che essa non possa rivelarsi preziosa in singoli individui e per quesiti specifici, riguardanti in particolare malattie dell’intestino tenue, un tratto enterico che non è passibile di adeguata visualizzazione endoscopica.

Titolo originale. Videocapsula e tumori del colon.