LA DIFFERENZA TRA MORTE CELLULARE E MORTE DEL CORPO (agosto-settembre 2009)
“Di sicuro c’è solo la morte” recita una sentenza lapidaria ovvia e condivisa. Meno ovvia è invece la nozione che il nostro corpo non muore “tutto in una volta” e si ignora in genere che nell’arco della vita le cellule dei nostri tessuti (con l’eccezione parziale delle cellule nervose e del muscolo cardiaco) muoiono e rinascono moltissime volte senza che ciò comporti conseguenze negative per l’organismo. Anzi, è proprio questo incessante morire e rinascere delle cellule che contribuisce al loro numero costante in tessuti e organi necessario per la nostra stabilità (omeostasi). Tra i moltissimi esempi che si possono fare c’è quello dei globuli rossi del nostro sangue che vivono circa 120 giorni, mentre la vita dei globuli bianchi è di qualche giorno: ciononostante, il numero dei globuli rossi e bianchi, che si conteggia con il ben noto emocromo, resta costante. Questa morte cellulare fisiologica e programmata, chiamata in gergo scientifico “apoptosi”, è stata pure paragonata ad un suicidio cellulare geneticamente determinato a vantaggio prima dello sviluppo e, dopo, della stabilità dell’organismo adulto. Che negli organi il numero di cellule che li costituiscono sia mantenuto entro certi limiti piuttosto costante lo si deve dunque ad un rapporto equilibrato tra le cellule che nascono (proliferazione) e quelle che “si sono suicidate” e sono tante: ogni giorno vanno infatti incontro ad apoptosi, e necessitano pertanto di essere sostituite, molto più di 50 miliardi per cui si calcola che in un anno il peso delle cellule perdute e rinnovate corrisponda pressappoco a quello dell’intero organismo. Un fenomeno così delicato e di tali dimensioni rivela di per sé la sua rilevanza biologica e lascia già intuire che un alterato bilancio tra proliferazione e apoptosi non potrà essere scevro di conseguenze. Insomma, come in un qualsiasi ente, anche in biologia entrate e perdite devono corrispondere perché l’economia (in questo caso dell’organismo) sia ottimale e non si vada incontro a guai seri. Infatti, quando l’apoptosi è deficitaria, cioè quando le cellule che dovrebbero sacrificarsi e scomparire “per il bene comune” non lo fanno, è favorito lo sviluppo tumorale specie in tumori metastatizzanti. Al contrario, quando l’apoptosi è eccessiva e non compensata da un rinnovo cellulare adeguato, avremo perdita di sostanza e di relativa funzione, fenomeno presente in certe malattie degenerative, quali ad esempio il Parkinson, l’ Alzheimer, la sclerosi laterale amiotrofica, l’anemia aplastica, l’infarto miocardico, l’ictus. Naturalmente l’apoptosi avviene per gradi, cioè a dire le cellule che stanno morendo si modificano progressivamente nella forma, perdono a poco a poco le loro funzioni fino a diventare quasi un corpo estraneo. Rimanessero così, rappresenterebbero uno stimolo infiammatorio per il tessuto dove si trovano. Tuttavia, questa reazione infiammatoria non viene sollecitata dalle cellule apoptosiche perché la cellula morente lancia dei precisi segnali biochimici e morfologici che invitano altri elementi cellulari deputati alla pulizia (macrofagi) ad eliminarle. L’apoptosi è dunque un fenomeno fisiologico che favorisce sviluppo, vita e salute e non va assolutamente confusa con la “necrosi”, che è una morte “accidentale” di cellule conseguente a danno fisico, chimico o biologico (virus, batteri, tossine) seguita da reazione infiammatoria.
Titolo originale. Morte del corpo e morte cellulare: non sono la stessa cosa