L’EPATITE “C” E I POTERI DEL CAFFE’ (11 dic 2009)

L’epatite da virus A si risolve spontaneamente in poche settimane senza terapia, al contrario di quella da virus B e soprattutto da virus C che hanno tendenza a cronicizzare. Per l’epatite B, ma non per l’epatite C, è al momento disponibile anche il vaccino specifico, mentre sia per la epatite B che per quella C esiste una terapia antivirale. Il trattamento è in grado di eradicare il virus (in circa la metà dei pazienti) o di frenarne almeno la moltiplicazione e la evoluzione verso la cirrosi, obiettivo non da poco se si considera che solo in Italia ci sono 3 milioni di C-positivi. Data la rilevanza clinica dell’epatite C, ha destato non poco interesse un articolo 2009 sulla rivista “Hepatology” relativo al possibile effetto del caffè che rallenterebbe significativamente il rischio di evoluzione cirrogena della malattia anche nei pazienti refrattari alla terapia antivirale. Lo studio ha riguardato 766 pazienti C-contagiati (età media 49 anni) con fibrosi avanzata o cirrosi del fegato, nei quali i farmaci erano risultati inefficaci nell’indurre una risposta terapeutica a lungo termine. In tutti veniva esclusa all’inizio l’epatocarcinoma mediante ecografia, TAC o RM. La biopsia epatica era attuata all’inizio dello studio e dopo 3 anni e mezzo. Un sottogruppo dei pazienti venivano ulteriormente trattati con basse dosi settimanali di terapia antivirale (a base di peginterferon alfa 2a), mentre l’altro non riceveva alcuna terapia. In tutti veniva registrato il consumo di caffè secondo i seguenti parametri: “mai”, “ogni giorno”, “quante volte al giorno” (da 1 a 5 tazze). Come criteri significativi di giudizio venivano assunti i test di funzione epatica, la progressione del danno epatico valutata secondo uno score ben noto agli epatologi (Child-Pugh), la comparsa di ascite o di tumore in pazienti già cirrotici e l’eventuale decesso. I risultati più salienti possono così riassumersi:1) esiste un’associazione inversa tra consumo di caffè e progressione del danno epatico; 2) la “protezione” del caffè è massima nei i bevitori di più di 3 tazze al giorno (rischio di progressione ridotto del 50%; 3) il tipo di caffè sembra irrilevante; 4) il rischio evolutivo tra il gruppo in trattamento farmacologico e i non trattati sembra sovrapponibile; 5) l’effetto protettivo del caffè prescinde dal grado iniziale di compromissione epatica. In conclusione, il consumo di caffè sembra rallentare la progressione di epatite C anche in soggetti che mal rispondono alla terapia antivirale. Poiché è noto che il caffè riduce il rischio di diabete, la sua azione epatoprotettiva potrebbe esplicarsi grazie ad una migliore modulazione dell’attività insulinica. L’effetto protettivo del caffè sarebbe dunque opposto a quello degli alcolici che invece risultano favorire sensibilmente la progressione dell’epatite. Dati meritevoli di menzione, quelli di Hepatoloy, ma una serie di fattori confondenti, pur non sottovalutati dagli autori, e il carattere osservazionale dello studio, impongono prudenza interpretativa e conferme ulteriori prima di autocurarci frequentando assiduamente…il Caffè sotto casa.

 

 

 

Titolo originale. Caffe’ e epatite “C”