TESTOSTERONE PER IL CANCRO ALLA PROSTATA?
Il testosterone, ormone prodotto quasi esclusivamente da particolari cellule del testicolo (cellule di Leydig), è responsabile di una serie di effetti. Nell’adulto garantisce soprattutto la libido (anche nella donna), la maturazione degli spermatozoi e la fertilità. In maniera apparentemente illogica, il blocco del testosterone che va sotto il nome di terapia antiandrogena, si è progressivamente guadagnato i galloni nella terapia del cancro prostatico. La sua possibile efficacia nei pazienti affetti da cancro avanzato è stata dimostrata più di 60 anni da Huggins e Hodges. Vent’anni dopo il Veterans Administration Group confermava che la terapia antiandrogena era pure in grado di diminuire significativamente i disturbi urinari e di frenare la crescita delle metastasi di questo tumore. La spiegazione dell’efficacia anticancro prostatico sta nel fatto che il testosterone ha un’azione trofica stimolante sulle cellule prostatiche per cui la terapia antiandrogena provoca la riduzione del volume della ghiandola, sia della sua quota sana che della componente carcinomatosa (per qualcuno anche del 35-40%), ciò che si tradurrà pure in una diminuzione dell’antigene specifico prostatico, il ben noto PSA. Ma il vantaggio di questa riduzione volumetrica della prostata non è il calo in sé del PSA quanto, nei pazienti con cancro che saranno operati, la possibilità per il chirurgo di trovare più facilmente margini di resezione esenti da tumore. D’altro canto anche nei pazienti non operati, la terapia antiandrogena sarà un vantaggio per il radioterapista che sarà in grado di circoscrivere con maggiore precisione l’area da irradiare. Stabilita l’utilità della terapia antitestosteronica si tratta di scegliere la strategia migliore tra non poche opzioni. L’ablazione chirurgica dei testicoli (orchiectomia) è in grado di ridurre in due giorni dell’90% il livello dell’ormone circolante, ma la difficoltà psicologica per i pazienti di sentirsi degli “eunuchi” fa sì che pochi aderiscono a questa proposta terapeutica (di fatto abbandonata).Una seconda strada è quella di contrastare l’azione del testosterone con ormoni femminili. Purtroppo gli effetti anticancro prostatico di questi ormoni sono negativamente compensati da un maggiore rischio di infarto, scompenso cardiaco congestizio, embolia ed ictus. Meglio tollerati sono gli antiandrogeni dal nome lunghissimo e quasi indecifrabile per i non addetti ai lavori: “agonisti dell’ormone di liberazione dell’ormone lutenizzante” (in sigla LHRH), capaci anch’essi di indurre una castrazione chimica al pari di quella chirurgica. Altra opzione, infine, sono i farmaci che vanno a bloccare i recettori per gli androgeni (paragonabili a delle serrature) a livello delle cellule prostatiche. Come una chiave nella serratura impedisce l’entrata di un’altra chiave così questi antiandrogeni peculiari (tra i più usati la bicalutamide) occupano le “serrature” per il testosterone circolante, che quindi non può più svolgere il suo effetto trofico. A 40 anni di distanza dalla felice intuizione di Huggins e Hodges si può dunque concludere che la terapia antiandrogena ha sicuramente migliorato la terapia del cancro prostatico, sia attuata da sola sia associata, a seconda dei casi e dello stadio tumorale, a soluzioni chirurgiche e/o radioterapiche.
Titolo originale. Perche’ bloccare il testosterone nel cancro della prostata?