SE LA PILLOLA FA POLITICA  (APRILE 2010)

Grande rilievo sui media della delle contrastanti posizioni sulla cosiddetta pillola abortiva RU-486 (mifepristone), ideata nel 1982 da Etienne-Emile Baulieu, da non confondere con “la pillola del giorno dopo”.  La RU-486 è stata approvata già nel 2005  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che l’ha inclusa tra i farmaci essenziali. Attualmente la RU-486 è in vendita in molti Paesi piuttosto eterogenei quanto a influenza della Chiesa, da quelli scandinavi più “laici” (Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia) a quelli con componente religiosa più consistente (tra i quali Spagna , Austria, Germania e Benelux). In Italia le prime esperienze con il mifepristone sono state condotte nel 2005 all’Ospedale Sant’Anna di Torino, anche in questo caso tra vivacissime proteste del Vaticano. Chi come la Chiesa ritiene legittimamente che la vita in quanto dono divino vada in qualsiasi fase difesa e mai impedita, sarà contrario non solo all’aborto chirurgico o farmacologico, ma pure ad ogni tecnica anticoncezionale (profilattici, contraccettivi, diaframma etc) e quindi alla RU-486. Per i non credenti (e per i molti cattolici meno osservanti), la RU-486 va invece considerata in ottica esclusivamente medica e il problema principale è dunque quello di stabilire se l’efficacia e i rischi per la donna sono minori di quelli dell’aborto chirurgico, restando sempre nei limiti di ciò che prevede la “Legge 194” del 1975. Per  l’Associazione Italiana per il Farmaco (AIFA) la RU-486 può essere concessa solo entro la settima  settimana di gravidanza e solo in ospedale, una norma questa più restrittiva di quella prevista per l’aborto chirurgico consentito entro i 90 giorni. E’ doveroso comunque ricordare che il fine della 194, vigente grazie ad un esito referendario che ha visto sintonizzati a larghissima maggioranza credenti e non, non è certo quello di favorire l’aborto, che rimane una scelta sempre sofferta e drammatica, ma quello di impedire che la donna che vuole o è costretta ad abortire non sia più vittima di aborti clandestini pagati a peso d’oro e attuati da mammane in condizioni igieniche spaventose e rischiose. Per l’AIFA la RU-486 è erogabile soltanto in ospedale, e la donna dovrebbe rimanere ricoverata fino alla sicura espulsione dell’embrione. Ma l’espulsione entro 3 giorni non è tassativa per cui gli anti-RU-486 temono che il ricorso alla pillola sia un metodo che “intrinsecamente porta la donna a partorire a domicilio” (Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare). Gli oppositori insistono pure sulla pericolosità dell’aborto farmacologico che sarebbe fino a 10 volte maggiore di quella registrabile con l’aborto  chirurgico. Tali dati non sono avallati dalla OMS e dai responsabili della Sanità dei numerosi Paesi in cui la vendita è consentita. Sembra lecito dedurre che le autorità sanitarie di questi Paesi non abbiano registrato nel corso di anni una pericolosità della RU-486 superiore a quella dell’intervento chirurgico: se così fosse quelle nazioni sarebbero oggetto di meritata denuncia e le riserve mediche dei contrari alla RU-486 sarebbero ovviamente ultragiustificate. Malauguratamente, la questione RU-486 è diventata oggetto di disputa politica paradossalmente pure all’interno di ambedue gli schieramenti. L’on. Mantovano (PdL) ha affermato tempo fa che la RU-486 è “un pesticida antiumano e una sconfitta della civiltà da parte di un organismo tecnico contro il parere del governo” (ma i rappresentanti attuali dell’AIFA sono stati nominati da questo governo per cui non è ipotizzabile un’azione antigovernativa di tale ente, NdA), mentre per il ministro della Gioventù Giorgia Meloni (PdL) la RU-486 è sicuramente “meno invasiva di un intervento chirurgico”. D’accordo con lei anche il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo (PdL) che non ha obiezioni alla RU-486 purché questa sia assunta “sotto controllo ospedaliero”. Il capogruppo PdL alla Camera, l’on. Cicchito, si limita invece a dichiarare  che dell’AIFA c’é  da fidarsi e in questi giorni il neo-ministro della Salute Fazio, ha richiamato i due neo-governatori leghisti della sua stessa coalizione, Cota e Zaia, a non “lasciare nei magazzini la RU-486” e ad applicare la legge. In definitiva, solo la condanna della Chiesa, che prescinde da strumentali obiezioni di natura medica, appare di per sé ineccepibile.  Pleonastico per altro rilevare che nessuno obbligherà mai un cattolico, se non lo vuole, né ad abortire (né a divorziare). In parte del mondo cattolico desta tuttavia una certa perplessità l’intervento del Vaticano molto più vivace e deciso nello stigmatizzare la RU-486 che non nel condannare altri strazi, quale ad esempio i 3 morti sul lavoro al giorno  o le vite negate dei bambini che muoiono ogni ora di fame e sete o la produzione di armi fatte per stroncare molte vite.  “Mi chiedo perché e non so rispondere”- ha scritto tempo fa  Vito Mancuso, docente di Teologia Moderna alla facoltà di Teologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Una bella domanda.

Giorgio Dobrilla

Titolo originale. La RU-486 tra chiesa , medicina, e strumentalizzazione  politica