NON ESAGERARE COL SALE MA SENZARICORRERE ALLA BILANCIA DI PRECISIONE
(28 aprile 2010)
In un recente articolo dei ricercatori auspicano la realizzazione di un progetto atto a ridurre l’introito giornaliero di sale (cloruro di sodio) di 3 g, pari a 1,2 di sodio. Tale riduzione sarebbe in grado di evitare ogni anno in USA 60.000-120.000 casi di patologia coronarica, 32.000-66.000 casi di ictus, di 54.000-99.000 quelli di infarto e di diminuire i decessi relativi di 44.000- 92.000 unità. L’attuazione del progetto comporterebbe un risparmio di spesa sanitaria di 10-24 miliardi di dollari all’anno. Gli stessi ricercatori paragonano i danni del sale al fumo, al sovrappeso, alla pressione arteriosa elevata e alla ipercolesterolemia. Tuttavia, nonostante l’autorevole rivista, è opportuno considerare queste valutazioni con senso critico. In primo luogo, i dati sono stati ricavati da una simulazione al computer attuata in base a dati di letteratura e non sono pertanto rilevazioni epidemiologiche dirette. In secondo luogo, si riferiscono alla popolazione americana nella quale il consumo di sale è per gli stessi ricercatori “estremamente alto”, così al di sopra dei massimi valori raccomandati in quel Paese (5,6 g al giorno pari a 2,3 g di sodio) che la riduzione suggerita dall’articolo non farebbe comunque rientrare l’introito salino entro i livelli raccomandati. In terzo luogo, l’eccesso di sale si associa spesso in USA ad un’obesità che colpisce una percentuale di popolazione ormai intorno al 40%, per cui è difficile definire il rischio specifico rappresentato dal singolo eccesso. Non esistono infine studi comparativi diretti su ampia casistica riguardanti la morbilità e mortalità di chi mangia poco sale e quella di chi ne eccede e quindi, benché non astruse, le conseguenze dell’eccesso di sale (eccesso che pure va quantificato meglio) sono solo plausibili, ma non perentorie. Va ricordato inoltre che per ridurre l’introito salino, molto più incisivo dell’impegno individuale risulta la politica sanitaria atta a regolamentare a monte il contenuto salino dei cibi prodotti dall’industria alimentare. Poiché almeno il 75% del sale che introduciamo deriva, e specie in USA, da cibi “processati” industrialmente, l’autocontrollo individuale sarebbe di per sé poca cosa. Gli autori auspicano infatti un preciso intervento degli enti regolatori circa il quale qualche industria in USA già si dimostra recettiva, ma non così la maggioranza delle aziende. Dato che noi non siamo americani, non mangiamo come loro e per il momento siamo anche meno obesi, qualcuno, e tra questi lo scriba (che confessa di amare il salato per prevenire l’ironia di qualche amico lettore), ritiene che basterebbe non esagerare anche senza avere sul desco una bilancia di precisione. Attenti sì alle biostatistiche, insomma, ma parafrasando il Manzoni: “Adelante Pedro (con la riduzione salina), ma con juicio”.
Titolo originale. Ma il sale fa male o no?