PER CAMBIARE CI VUOLE CORAGGIO (23 maggio 2010)
“Un’ idea non può essere fissa…Può essere <fisso> solo ciò che non è un idea.” Questa affermazione lapidaria di Paul Valéry la possiamo sfruttare per fare qualche riflessione sui ventilati “superprimariati”. Non c’è niente di male, infatti, porsi il problema se l’dea “fissa” di ospedali organizzati in reparti non debba essere riveduta con obiettivi multipli (risparmiare sui costi socio-sanitari, ridurre la inappropriatezza degli esami, ridurre i tempi d’attesa, reimpiegare le risorse recuperate). Il testo del progetto Mayr è ancora in discussione alla Commissione per il riordino clinico (presieduta dal primario cardiologo Pietscheider), ma la parte relativa alla riorganizzazione degli ospedali non è stata comunque ancora esaminata e i giudizi devono dunque rimanere in stand by, ma qualche perplessità è già possibile esprimerla. Intanto, il cittadino dovrebbe essere sicuro che i 26 membri della Commissione siano davvero degli esperti “nello specifico” e non siano condizionati da pressioni extra-sanitarie e dovrebbe pure sapere che il loro è comunque solo un parere consultivo che i politici possono anche disattendere (è appena successo pure per il Servizio di Medicina Complementare a Merano). Così anche non fosse, una domanda che va in ogni modo posta è se si avrà il coraggio“politico di eliminare servizi o reparti quanto meno improduttivi, dato che ciò che incontrerà inevitabili resistenze. Ancora, solo con il collegamento in rete (attualmente inesistente) di tutti gli ospedali sarebbe poi possibile decidere chi o quale reparto è autorizzato ad eseguire uno specifico intervento. In una sanità avanzata nessuno dovrebbe poter fare ciò che gli pare sulla pelle dei malati. Più chiaramente, ci devono essere parametri ben precisi che impediscano la realizzazione di procedure o interventi terapeutici al di fuori di criteri minimi di qualità. Ho sentito in qualche occasione Pietscheider, e ne condivido il pensiero, che chi attua un intervento diagnostico o terapeutico impegnativo (e costoso) debba disporre di un numero minimo di casi clinicamente appropriati e non ”simulati”, numero ovviamente condizionato dalla consistenza del bacino di utenza. Un esempio teorico per i non addetti ai lavori (ma gli esempi concreti non mancano, vedi le polemiche su Silandro) non avrebbe senso un centro trapianti in un area circoscritta, dove l’esigenza di trapianti è ovviamente bassa e l’equipe che li deve fare è chiamata in causa poche volte all’anno. Bisogna pertanto avere il coraggio di chiedersi pregiudizialmente, ad esempio, quali sono le nostre strutture provinciali che rispettano gli standard numerici minimi, i soli a garantire la qualità delle prestazioni. Per vincere la umanamente comprensibile resistenza dei protagonisti coinvolti (sindaci, medici e pazienti-elettori) è necessaria una volontà politica molto forte. Tornando al progetto dei megadipartimenti, esistenti e funzionanti in qualche Paese come ad esempio la Germania, bisogna vedere se questi possono funzionare anche da noi se prima non cambia la mentalità degli “attori”. Non basta chiamare “Dipartimento” un insieme di più reparti che continuano a funzionare come vasi poco comunicanti. Una soddisfacente collaborazione interdisciplinare certo già esiste in qualche ospedale grazie alla buona volontà dei singoli. Ma se manca uno spirito collaborativo “spontaneo”, non credo che lo si possa ottenere “ope legis”. Infine, è assolutamente necessario dare molta attenzione alla sanità sul territorio, specie se si vuole diminuire il numero di ricoveri non necessari, così come ottimizzare la collaborazione tra medici ospedalieri e medici di base, iniziativa che mi risulta sia da poco portata avanti dal nostro Ordine dei Medici. In conclusione, qualcosa si muove, ma desta qualche riserva non la fattibilità della soluzione dipartimentale (se lo si è deciso lo si farà), ma il suo funzionamento e la sua concreta ricaduta in termini di risparmio dei costi sanitari abbinato ad una migliore assistenza sanitaria dei cittadini. Come ha detto ieri Donazzan, Presidente dell’ANPO, al momento le idee sembrano poche e confuse. “Per costruire grattacieli possiamo demolire vecchie case in mattoni – mi diceva anni fa un mio saggio e vecchio amico- ma non utilizzare poi gli stessi mattoni al posto del cemento armato”. Stiamo comunque a vedere come si sviluppano le cose.
Giorgio Dobrilla.
Titolo originale Dipartimenti, superprimari (?) e assistenza sanitaria