IN TANTI AFFLITTI DAL COLON IRRITABILE LE TERAPIE ADESSO IN USO DANNO BENEFICI MA SOLO FUGACI (26 maggio 2010)
Colon irritabile (o più propriamente sindrome dell’intestino irritabile, SII) è il nome corretto della “colite spastica”, termine fuorviante in quanto la SII non è una infiammazione (colite) del colon. La SII penalizza con alti e bassi (stipsi o diarrea, dolore/gonfiore addominale) un discreta percentuale di popolazione. Le terapie abituali sono antispastici, fibre alimentari e preparati essenzialmente placebici, benefici ma dall’effetto fugace. Pure alcune recenti sofisticate terapie per la SII (agonisti 5HT4 e antagonisti 5HT3) hanno una efficacia superiore solo del 10% rispetto al placebo. Tale scarsa resa terapeutica ha favorito l’uso nella SII di fermenti lattici, più noti oggi come probiotici, batteri “buoni” che dovrebbero contrastare quelli “cattivi” del nostro colon e attenuare così i disturbi. Una prima questione è che l’etichetta “probiotici” sottintende numerosi ceppi batterici che variano molto tra loro per genere, per specie e persino nell’ambito della stessa specie. Ne consegue intanto che gli eventuali benefici di un ceppo probiotico non possono essere estrapolati ad un altro, a meno di specifiche sperimentazioni comparative, ciò che mai è stato fatto fino ad ora. Per questo Philippe Marteau, un esperto del ramo invitato a relazionare ad hoc da Danone, Nestlè, Biocodex, Merck e altre aziende del settore, ribadisce in generale che: 1) Il largo uso di probiotici spesso non è giustificato dall’evidenza; 2) Che le aziende fanno non di rado promozione sfruttando dati ottenuti con probiotici diversi dal loro; 3) Che la precisazione dei ceppi e delle dosi di probiotico, della qualità delle sperimentazioni a favore e della rilevanza dei vantaggi clinici è quanto mai aleatoria. Questa variabilità dei probiotici vanifica inoltre i risultati delle meta-analisi degli studi relativi alla loro efficacia. Una meta-analisi (che è una valutazione complessiva quali- e quantitativa e non una semplice somma aritmetica dei dati) è infatti attendibile solo “se non si mescolano le mele con le pere.” Altro limite dei lavori sui probiotici (e riguardanti non solo il colon irritabile) è il cosiddetto “publication bias”, cioè la mancata pubblicazione dei dati che dimostrano la loro inefficacia, mentre si pubblicano soltanto i dati che la suggeriscono, elemento questo che toglie ogni significato alla meta-analisi. Sarebbe invece auspicabile una maggiore chiarezza, perché la flora batterica del nostro colon modificata dai probiotici potrebbe effettivamente influire sulla reattività del nostro intestino, specie attraverso produzione di citochine, proteine attive sulla risposta antiinfiammatoria e immunitaria, e persino sulla motilità e sulla percezione del dolore del nostro colon. Non è una novità, d’altronde, che vendere è più redditizio che fare buona ricerca.
Titolo originale. Probiotici nel colon irritabile : efficacia possibile ma…