IL DIFFICILE RECUPERO CEREBRALE DOPO UN ICTUS: UN AIUTO PUO’ ARRIVARE

 DALLA ROBOTICA (22 giugno 2010)

L’ictus costituisce nel mondo la seconda causa di morte nonostante la maggioranza dei pazienti colpiti sopravviva, ma con importanti sequele di invalidità. Un recente editoriale del New England Journal of Medicine ha dedicato attenzione alla possibilità di ridurre le conseguenze del danno cerebrale grazie a innovative terapie di recupero (“repair therapies”), che non vanno confuse con quelle che l’articolo definisce “neuroprotettive”, atte a limitare il danno emorragico acuto. Le terapie di recupero sono invece finalizzate a produrre miglioramenti durevoli se messe in atto entro giorni-mesi dopo l’evento emorragico. Si tratta di terapie eterogenee tra le quali  la “terapia robotica”, con la quale si cerca di migliorare in particolare la motilità degli arti in pazienti con deficit motorio grave e di lunga data. La spinta verso terapie robotiche, realizzate cioè con dispositivi meccanici artificiali, è nata anche a causa della difficoltà di attuare sedute fisioterapiche prolungate che incontrano ostacoli di vario genere quali accessibilità (pensiamo a pazienti abitanti lontano da ospedali o centri riabilitativi), liste di attesa (costante “nota dolens””), lunga durata delle sedute, costi  e, non ultimo, la pazienza che si richiede sia ai pazienti disabili che ai terapisti. Per questi motivi la terapia robotica si prefigge di indurre/migliorare movimenti attivi e passivi principalmente degli arti superiori ed inferiori (ma anche delle ginocchia e delle anche), facendo in modo che il paziente stesso, azionando il dispositivo, possa attuare esercizi che lo stesso fisioterapista gli farebbe fare. Il paziente potrebbe magari iniziare l’esercizio che sarebbe poi completato dalla macchina. Tuttavia, l’editoriale del NEJM insiste opportunamente su quanto sia difficile dimostrare concreti vantaggi della robotica a causa soprattutto della popolazione studiata negli studi clinici che risulta troppo eterogenea quanto a età dell’ictus, entità del deficit motorio, aderenza del paziente alle modalità della terapia robotica (“compliance”). Anche le affezioni coesistenti, come la depressione (che penalizza un terzo dei pazienti con ictus) o le terapie concomitanti o attuate in  precedenza possono falsare il giudizio sulla efficacia della robot-terapia. Nonostante queste riserve, il ruolo della robot-terapia viene  considerato “enorme” dall’editoriale, alla luce del fatto che oggi si ritiene che pure con un danno cronico il cervello mantenga una non prevista plasticità. E’ dunque plausibile (ma non ancora sufficientemente assodato) che la terapia robotica possa dimostrarsi preziosa in malati con ictus selezionati grazie a indagini, come la risonanza magnetica funzionale, che potrebbero essere in grado di identificare a priori i pazienti che risponderanno meglio alla terapia.

Titolo originale. Recupero cerebrale dopo un ictus: qualche schiarita?