La terapia anoressizzante dell’obesità fino a pochi mesi fa contava su di un unico farmaco, la Sibutramina (S). Approvata già nel ’97, la Sibutramina è stata poi ritirata dal commercio una prima volta nel 2002 a causa di decessi in USA per infarto cardiaco e ictus, presumibilmente correlati con questo farmaco. Decisione analoga era già stata presa in passato per farmaci simili (Fenfluramina e Dexfenfluramina), penalizzati da importanti effetti collaterali cardiovascolari. La Sibutramina è stata riammessa lo stesso anno, ma solo con ricetta specialistica, per essere  di nuovo  ritirata nel gennaio 2010. Per verificare se il rischio non sia confinato solo a obesi già cardiopatici e/o diabetici prima della cura con Sibutramina, si è realizzato uno studio internazionale contro placebo su 10.000 pazienti (studio “SCOUT”),  per una durata media di 3 anni e mezzo. Un primo dato è che sono usciti dallo studio più del 40% degli obesi/diabetici, un contrassegno questo sempre negativo in una sperimentazione. Confrontata con il placebo la sibutramina ha fatto registrare un’incidenza di infarto e di ictus pur non fatali lievemente maggiore di quella osservata in obesi trattati con placebo (11,4% versus 10%, rispettivamente). Circa il peso, la Sibutramina ha comportato in un anno un calo del 4,5% (pari a  4kg, dai quasi 100 Kg iniziali). Lo studio SCOUT ha concluso pertanto che la Sibutramina può essere usata in obesi “purché esenti” da cardiovasculopatie e da diabete. La FDA (Food and Drug Administration), che per approvare un farmaco anti-obesità esige oltretutto che il calo ponderale sia almeno del 5%, dovrà ora decidersi se riautorizzare o no la commercializzazione. L’ EMEA, ente europeo equivalente alla FDA americana, dopo un’ analisi dei dati preliminari dello SCOUT, ha intanto vietato nel gennaio 2010 la commercializzazione di Sibutramina con tre motivazioni incisive. La prima, del tutto pregiudiziale, è che i grandi obesi e i diabetici, ancorché asintomatici, sono notoriamente già di per sé a maggior rischio di eventi cardiovascolari. La seconda, è che il rischio che affiora dallo SCOUT non risulta comunque diminuito, anzi. La terza, è che il modesto calo del peso corporeo non mostra di tradursi in un tangibile beneficio clinico. In totale sintonia è un editoriale relativo allo studio SCOUT ormai terminato e pubblicato sullo stesso numero di NEJM: ”Dato che la Sibutramina ha minima efficacia per quanto attiene al calo di peso, nessun apparente beneficio sugli esiti clinici, e un preoccupante profilo di rischio cardiovascolare è difficile cogliere un razionale credibile per mantenere questa medicina sul mercato”. Morale: “In dubio pro reo” è una posizione condivisibile in diritto penale, ma non in medicina.