Non c’è motivo di stigmatizzare tout court i profitti dell’industria farmaceutica alla quale siamo pure debitori di preziosi medicamenti, ma è doveroso chiedere: 1) che i farmaci siano efficaci, sicuri e costino il meno possibile; 2) che l’azienda non ostacoli eventuali controlli. E’ interessante allora segnalare la critica pubblicata su New England Journal of Medicine ad una delle più importanti ditte farmaceutiche. Preambolo è il proposito di un ente indipendente (ACRN) di verificare l’efficacia dell’aggiunta di 2 farmaci in pazienti asmatici non rispondenti a terapia inalatoria con un cortisonico a basso dosaggio. Lo studio, molto complesso, ha messo a confronto “salmeterolo” e “tiotropio bromuro” (farmaci in commercio anche da noi) a loro volta confrontati contro il rispettivo placebo notoriamente inerte. Trattandosi di terapie inalatorie, e poiché il placebo deve essere assolutamente identico al farmaco attivo (e non distinguibile dal paziente), anche i dispositivi inalatori sia del placebo che del farmaco dovevano risultare identici. Per questa ragione l’ACRN ha invitato i produttori del tiotropio bromuro (Boehringer) e rispettivamente del salmeterolo (GSK) a fornire loro stessi l’inalatore-placebo. Mentre Boehringer aderiva, la GSK rifiutava di fornire gli inalatori. Per realizzare lo studio, l’Istituto della Salute USA ha dovuto pertanto sostenere in proprio la spesa aggiuntiva di 900 mila dollari e, alla fine, i risultati hanno dimostrato che l’efficacia del tiotropio bromuro non è inferiore a quella del salmeterolo. Forse è temendo questa non superiorità del proprio farmaco che la GSK, diversamente da quanto altre volte era accaduto, ha rifiutato di addossarsi la spesa dell’inalatore-placebo. Per il NEJM la SKF, anche per conservare una buona immagine aziendale avrebbe invece avuto tutto l’interesse a procurare gli inalatori richiesti e avrebbe così pure evitato di sembrare eticamente incoerente. La stessa azienda, infatti, continua ad affermare che il proprio obiettivo è quello di “migliorare la qualità della vita umana”. Come i pazienti partecipanti a questi studi contro placebo accettano consapevolmente il rischio di non ricevere al 50% il farmaco attivo perché convinti che ciò serva a produrre i farmaci migliori, così pure l’azienda per il NEJM deve correre il rischio che il loro prodotto sia sottoposto a ogni tipo di controllo post-marketing. La mancata collaborazione di GSK ha comportato in questo caso un allungamento dei tempi di verifica, una decurtazione dei fondi pubblici e, inoltre, ha rinforzato la percezione del cittadino “che l’azienda ha agito solo per i propri interessi e non che ha lavorato per migliorare la salute della comunità”. “No good!”, direbbe il mio amico inglese Tony Steele.