AIUTARE CHI MUORE (17/11/2010)

Cercando sul vocabolario si trova che “Ospizio” significa: 1. Istituto per il ricovero di persone anziane e di bisognosi; 2. Luogo destinato un tempo ad accogliere pellegrini e viaggiatori, che conserva in qualche caso lo stesso nome ancor oggi. Oggi, invece, “Hospice”, se anche la derivazione è la stessa (“hospes”), ha assunto un significato diverso, quello di unA struttura predisposta e gestita specificamente per assistere persone con malattie non più curabili,  che però possono essere aiutate ad avere una migliore qualità di vita per i giorni che ancora rimangono. Il miglioramento della qualità di vita passa anche attraverso cure palliative finalizzate in primis,  ma non solo, a controllare il dolore. La nobiltà di questo obiettivo non merita commenti, specie in considerazione del fatto che la vita media aumenta progressivamente e che la necessità di Hospice è sicuramente destinata ad aumentare. Con gli Hospice siamo partiti in tutta Italia con un certo ritardo, ma dai 5 registrabili nel 1999 essi sono diventati solo dieci anni dopo 160 di più, per diventare secondo le previsioni 229 entro quest’anno. Una buona notizia, se così sarà, perché i pazienti che dovrebbero beneficiare di Hospice sono circa 250 mila all’anno, ciò che richiede evidentemente un consistente aumento di posti letto. Tuttavia i 0,60 posti letto per 10 mila abitanti previsti per il 2009 sono stati in realtà 0,31 per 10 mila, cioè la metà del necessario, ciò che mi rende pessimista circa  l’attivazione concreta di 2.500 posti letto ritenuti congrui per il prossimo anno. E Bolzano? Risulterebbe che la nostra provincia  quanto a  Hospice è un po’ il fanalino di coda essendo preceduta solo dalla Campania, drammaticamente  più ricca di spazzatura che di strutture dedicate agli ammalati terminali. E bene ha fatto il responsabile delle cure palliative dell’Ospedale di Bolzano, il Dr. Bernardo, a denunciare preoccupato la situazione non brillante  del suo reparto, dove circa 2000 sono gli ammalati terminali da assistere, a fronte di un numero di letti e di una rete di assistenza sul territorio insufficienti. Va considerato che l’Hospice non è un reparto come un altro, l’ambiente deve essere particolarmente confortevole, il personale infermieristico deve essere coinvolto e preparato ad hoc, i medici devono essere consapevoli del loro ruolo peculiare, ricchi di professionalità, umanità e caritas. Ma perché il  paziente avverta questa atmosfera e questa attenzione  particolari, è prima di tutto l’ambiente che lo accoglie che deve essere consono, consentendogli un minimo di intimità, la possibilità di avere intorno a sé le persone care, la sensazione di respirare un aria che gli ricorda quella di casa sua, sempre che non possa essere assistito fino all’ultimo a domicilio, obiettivo che quando possibile è la soluzione più umana (e di nuovo affiora l’importanza di una assistenza domiciliare spesso più ambita dal paziente e probabilmente più vantaggiosa pure sotto il profilo costi sociosanitari).   

Da qualsiasi punto di vista lo si guardi il potenziamento degli Hospice sembra dunque un progetto di notevole urgenza per cui molto opportuna ci sembra la raccolta di firme de “Il Papavero-Der Mohn” (un pool di associazioni di volontariato) volte a sollecitare dall’Assessorato competente soluzionI rapide a questa specifica necessità. Hospice, posti letto e personale sia in ospedale che sul territorio naturalmente costano, e i politici che si occupano di sanità non hanno fondi illimitati, anzi. Ma allora come non auspicare che la riforma sanitaria sia più “sanitaria e meno politica possibile”, punti veramente a risparmiare riorganizzando in modo logico  le strutture che ci sono, tagliando eventuali rami secchi e non attivando servizi di inconsistente validità, come di recente è avvenuto. E se ciò non fosse sufficiente, come sarebbe per altro auspicabile, ben vengano aiuti privati offerti, come sembra di capire, in modo del tutto disinteressato. Per concludere, vorrei citare il virgolettato riportato mercoledì da Alto Adige, dove la presidentessa de “il Papavero-Der Mohn”, Ingrid Dapunt, dice che l’Hospice “deve essere qualcosa che sta tra l’ospedale e casa propria”. Mi è così piaciuta questa immagine piena di significato che, se questo articolo può valere una firma, allora firmo pubblicamente anch’io il suo sollecito.