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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Molto scalpore ha destatola pubblicazione sul Journal of Personality and Social Psychology (JPSP) di un articolo del Dr. Bem. Questo noto psicologo della Cornell University ha condotto una indagine complicata (9 esperimenti, non dettagliabili in questo spazio) su 1000 volontari che venivano, per esempio, sollecitati a prevedere la comparsa di una foto (erotica) sul PC, in base ad una lista di parole ad hoc. Lo scopo era di chiarire se il nostro cervello è in grado di prevedere il futuro. Quattro revisori hanno accettato di pubblicare il lavoro di Bem, pur dichiarando di non esserne convinti e di non capire il meccanismo della percezione extra-sensoriale (ESP) che lo studio suggeriva. Contro le conclusioni di Bem si è schierata la totalità degli psicologi in USA e in Europa, dubbiosi della plausibilità di una ESP e critici circa la metodologia da lui usata. Il clamore è esploso da quando la notizia è rimbalzata sul  New York Times ed è noto che gli americani sono molto attratti dalla ESP, grazie anche a continue proposte di preveggenza e di eventi paranormali sugli schermi (chi non ricorda X-File?). Va rimarcata la correttezza sia del JPSP che, pur critico nei confronti di una ipotesi insostenibile sotto il profilo razionale, ha accettato egualmente di pubblicare il lavoro, sia della comunità scientifica contraria e tuttavia disposta a discuterne e non a snobbare, ben conscia che se non ci fossero idee e ipotesi innovative, anche controcorrente, la scienza vera morirebbe. Naturalmente, questa consapevolezza non implica che ogni idea esoterica o controcorrente sia plausibile di per sé, come vorrebbero i fautori delle medicine alternative e dell’extrasensoriale. A chi propone ipotesi non ortodosse si richiede infatti di portare delle prove oggettive e ad altri sutdiosi di confermarle. E’ d’altronde ben noto tra i ricercatori il cosiddetto “Effetto Rosenthal”, ossia l’eventualità che uno sperimentatore, anche se in buona fede, ricavi dallo studio che ha condotto le conclusioni che si aspettava di trovare. Molti illusionisti hanno d’altra parte confessato cha la loro precognizione è solo un trucco e qualcuno ha ricordato in proposito che Bem da sempre ha manifestato interesse per la cartomanzia e l’illusionismo. Negli studi di psicologia, inoltre, i parametri di giudizio sono inevitabilmente problematici. Una cosa, ad es., è giudicare l’efficacia di un farmaco anti-ulcera (al controllo, questa c’è o no), altra cosa è valutare se ciò che psicologicamente si prevede avviene, come afferma Bem, “un po’ di più” di quanto accadrebbe per caso. In sintonia con quanto ha scritto su “Darwin” il mio amico Silvano Fuso, acuto critico delle pseudoscienze, pure io prevedo la…imprevedibilità del  futuro. E non sarebbe meglio così?

In aprile 2011 dei ricercatori dell’Istituto di Biochimica e Scienze Nutrizionale dell’Ebrew University di Gerusalemme hanno pubblicato i risultati di uno studio di notevole interesse sia teorico che pratico. Gli studiosi hanno analizzato gli effetti di una dieta ipocalorica (1300 calorie: carboidrati 45-50%, proteine 20% e grassi 30-35%) protratta per 6 mesi in soggetti obesi con Indice di Massa Corporea superiore a 30 (nei normopeso l’IMC è 18.5-24.9). La casistica era costituita da 2 gruppi di funzionari di polizia, in metà dei quali i carboidrati (pasta e cereali) venivano assunti prevalentemente a cena e nell’altra metà durante le ore diurne. Criteri di giudizio erano considerati peso corporeo, circonferenza addominale, senso di fame e specifiche variazioni biochimiche e ormonali. Certi parametri venivano controllati più volte nella giornata e tutti, comunque, sia all’inizio che a 7, 90, 180 giorni. A distanza di 6 mesi nel gruppo “carboidrati serali ”si registrava una riduzione dell’appetito, un maggiore calo di peso, una minore circonferenza addominale rispetto al gruppo “carboidrati di giorno” e miglioravano inoltre, rispetto a quest’ultimo, la glicemia di base, la concentrazione dell’insulina plasmatica, l’insulino-resistenza ed i valori dei grassi circolanti. Risultavano beneficiare del regime “carboidrati serali” anche alcuni parametri espressione di infiammazione (proteina C-reattiva, “tumor necrosis factor” e interleukina-6). Ancora, la dieta “carboidrati serali” comportava un’aumentata concentrazione plasmatica degli ormoni leptina e adiponectina. La leptina, prodotta soprattutto (ma non solo) dal tessuto adiposo, regola principalmente il senso di fame, mentre l’adiponectina, prodotta solo dagli adipociti risulta in rapporto inverso col sovrappeso e cresce in parallelo con il colesterolo buono (HDL), migliora l’azione dell’insulina e svolge pure effetti antiinfiammatori. Insomma, concentrando alla sera l’introito di carboidrati si otterrebbero negli obesi dei vantaggi non registrabili con una dieta caloricamente equivalente, ma con assunzione di carboidrati durante il giorno. Che la dieta ipocalorica “a carboidrati serali” attenui l’appetito, faccia perdere peso, riduca la pancia, migliori il metabolismo di zuccheri e grassi e regoli gli ormoni che influenzano il senso di fame e il consumo energetico più di quanto non faccia una dieta analoga ma con assunzione diurna di carboidrati, sarebbe l’ennesimo esempio dell’importanza della cronobiologia (argomento sottostimato, già trattato in una rubrica dell’aprile 2010). Va chiarito meglio il perché di queste differenze, ma soprattutto vanno in primis confermati tali dati, al momento pubblicati senza troppi dettagli e da un’unica equipe di ricercatori.

Recenti dichiarazioni e dibattiti sulla omeopatia, in primis quello tra il farmacologo prof. S Garattini e l’on. Scilipoti (Coffee-break-La7, 5 maggio mattina) e l’intervento a dir poco sconvolgente dell’onorevole  a “Mi manda Rai 3” (venerdì sera 6 maggio), mi impongono di ritornare mio malgrado sui prodotti omeopatici. Per qualcuno, questi prodotti hanno un approccio più curativo e consentono “un’autoguarigione che però richiede tempi lunghi, mentre la chimica guarisce più rapidamente: elimina il sintomo ma non va alla radice del problema “ e, altro vantaggio, “l’omeoterapico non ha effetti collaterali, il farmaco tradizionale può averne”. Si tratta di dichiarazioni che qualsiasi comunità scientifica del mondo, ufficiale (e non autoreferenziale!), troverebbe inconsistenti se non risibili tout court (vedasi una sintesi di dati molto eloquenti pubblicata sul l’AA in marzo 2011). Per farla breve, se la medicina ufficiale si accontentasse di guarire i sintomi senza andare alla ricerca del fattore causale (che purtroppo non poche volte può comunque sfuggire), sarebbe difficilmente spiegabile il perché la vita media sia aumentata così significativamente da quando la medicina ha cominciato a trasformarsi da arte e magia in scienza (senza ancora riuscirci del tutto). Cito spesso al riguardo, in quanto particolarmente emblematico, il caso dell’Helicobacter pylori. Da quando si è scoperto che questo germe è un agente causale dell’ulcera (nel 90% dei casi ) e non ci si è più limitati a “guarire in fretta i sintomi”, l’ulcera sta scomparendo e i giovani chirurgi non sanno più operare o hanno meno dimestichezza a ricorrere ai classici interventi di Billroth 1 o 2. La scoperta dell’Helicobacter pylori, o meglio la sua eradicazione, ha dunque modificato la storia naturale di un malattia che tale è rimasta dopo 2 secoli e più di cure omeopatiche (e da millenni di altra terapia non convenzionale esotica e esoterica). E’ veramente stupefacente come nessuna nuova scoperta riesca a modificare, aggiornandole, le cure non convenzionali e non solo l’omeopatia. Gli esempi potrebbero continuare a centinaia. L’affermazione che l’omeopatia non ha effetti collaterali contrasta poi  anzitutto con la “regola di Osler”,  grande medico, che lapidariamente ha fatto presente che “nessun farmaco” ha un effetto soltanto, cioè a dire che effetti collaterali sono inevitabili e accettabili purché siano molto più irrilevanti della malattie che si vuole curare. Questo vale per ogni trattamento che si dichiari efficace, anche per il preparato omeopatico che fosse dotato di attività specifica. Questa bufala dell’innocuità assoluta farebbe sobbalzare ogni farmacologo o esperto di biometria. In realtà, gli effetti collaterali dell’omeopatia esistono, benché non “diretti” in quanto, dopo la dodicesima ultradiluizione centesimale, dentro le boccette c’è soltanto acqua e null’altro. Esistono però potenziali effetti collaterali “indiretti”, talora molto gravi. Infatti, i benefici fugaci che conseguono alla terapia omeopatica, anche non disprezzabili ma di natura documentatamente placebica, possono far ritardare una diagnosi importante e, peggio ancora, far ritardare una terapia di provata efficacia e sicurezza già a disposizione del medico. Nel mio libro ”Le Alternative” con l’avallo scientifico di Silvio Garattini e di Piero Angela (divulgatore scientifico insignito di Laurea honoris causa in molte università), sono riportati molti esempi che non risparmiano nemmeno la nostra Regione: il 22 maggio 2008 scrivevo proprio su questo quotidiano di Alvise, bambino trentino di 6 anni affetto da fibrosi cistica del pancreas, cui un medico innamorato delle terapie non convenzionali ha sostituito cure salvavita con preparati ayurvedici, comportando un rapido decesso del bambino (l’accusa per il medico è stata in un primo tempo di omicidio colposo e poi, un anno dopo, di omicidio volontario). Altri casi simili in Provincia mi vengono testimoniati da Giorgio Radetti, autorevole pediatra del nostro ospedale e Presidente della Società di Endocrinologia Pediatrica. Se un fautore dell’omeopatia e produttore di prepararti omeopatici avesse un figlio affetto da mucoviscidosi o da grave diabete insulino-dipendente mi chiedo per quale terapia opterebbe. Infine, chi vorrà dare un occhiata alla tabella sintetizzata in base a recenti dati ISTAT, si accorgerà pure che, diversamente da ciò che molti omeopati sostengono, soddisfatto delle cure omeopatiche è solo colui che si sente sostanzialmente bene o che non è oggettivamente affetto da malattie organiche serie. Appena la percezione di salute sfuma, o quando una o più malattie importanti sono davvero presenti, i ”soddifatti” dell’omeopatia  si rivolgono prontamente alla bistrattata medicina tradizionale. La quale ultima- per chi scrive e continuamente ribadisce- è pur essa ancora inquinata da elementi di aleatorietà non diversi da quella complementare-alternativa, rimanendo però-differenza essenziale- sensibile alle correzioni imposte dai progressi conoscitivi, che invece sono totalmente ignorati (e non sempre in bona fide) dai fautori dei trattamenti non convenzionali, immutabili nel tempo e tetragoni ad un doveroso approccio critico ad esclusivo vantaggio dell’ammalato

Il dilemma se gli alcolici fanno bene o male a prescindere da “quanto” alcol si assume non ha evidentemente molto senso. Ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Campobasso, hanno cercato di stabilire mediante una serie di meta-analisi se la mortalità per infarto e ictus nei bevitori, sia sani che già cardiovasculopatici, è diversa da quella degli astemi. Nei sani con moderato introito alcolico (1-3 bicchieri di vino, o equivalenti), una prima meta-analisi (13 studi per un totale di 201.308 soggetti) ha dimostrato che il rischio di accidenti cardiovascolari rispetto agli astemi è ridotto in media del 32% (23-41%). Pure con la birra (15 studi, 208.036 soggetti) si registra una riduzione per altro minore del rischio ( 22%, intervallo 14-30%). Una seconda meta-analisi (10 studi, 176.042 soggetti) ha confermato l’effetto protettivo di 1-2 bicchieri (pari a circa 150-200 ml di vino). Aumentando l’introito fino a 4 bicchieri, la protezione persiste ancora, senza però raggiungere la significatività statistica. Con più di 5-6 bicchieri al giorno, infine, il rischio cardiovascolare invece che diminuire mostra di crescere. Poiché negli etilisti è maggiore il rischio di epatopatie e di incidenti stradali, per verificare se prevalgono i ”pro” o i “contro” dell’introito alcolico i ricercatori del Sacro Cuore hanno valutato pure la mortalità complessiva e non solo cardiovascolare sia di bevitori che di astemi. Dalla meta-analisi di 34 studi prospettici, per un totale di un milione di soggetti e 95 mila eventi mortali, è emerso che anche il rischio di  “mortalità per tutte le cause” è minore nei bevitori fino a 2 bicchieri al giorno, mentre aumenta in chi ne assume 3-4, senza differenza tra i 2 sessi. Anche correggendo i dati in funzione di variabili potenzialmente confondenti (età, fumo, censo, dieta ecc), la riduzione della mortalità complessiva dovuta al bere moderato nei sani supera il 15% e nei pazienti con pregressi infarto o ictus (8 studi, 16.351 pazienti) il 20%. Al contrario, il cosiddetto ”binge drinking” (l’eccesso tipico della baldoria) si associa ad un rischio aumentato di malattie vascolari. I ricercatori concludono che il bere moderato va considerato protettivo in chi è sano e non va sconsigliato pertanto al paziente con infarto o ictus in anamnesi. Tuttavia quest’ultimo, se è astemio, non andrebbe forzato ad assumere alcolici, ma sarebbe comunque corretto informarlo che il vino a dosi moderate non gli nuocerebbe. Superare le dosi “protettive” sopra indicate va invece sconsigliato a tutti, a vantaggio sia del cuore che di altri distretti. “Chi si modera di rado si perde” – diceva più di 2000 anni fa Confucio-  anche senza il supporto di meta-analisi che dovevano ancora essere… inventate.

In contemporanea con la puntuale intervista sui tumori di Valeria Frangipane all’anatomopatologo Dr Mazzoleni pubblicata giorni fa, il New England Journal of Medicine (NEJM) usciva con un editoriale sul ruolo dei fattori cancerogeni ambientali. A prescindere dai fattori genetici, questo ruolo, è dimostrato tra l’altro da: 1. Nelle persone che migrano da una zona a bassa incidenza di cancro ad un area a incidenza elevata, il rischio tumorale si allinea con quello della popolazione locale; 2. La scoperta di più di 300 composti industriali in cordoni ombelicali di bambini morti per leucemia o tumore cerebrale, il che indica inevitabilmente una esposizione pre-natale. Fattori cancerogeni ben noti sono radiazioni, tabacco, asbesto, radon, derivati del petrolio, componenti della plastica, ma il numero complessivo di cancerogeni sembra molto sottostimato (e le resistenze ad approfondire non mancano, vedi il “caso eternit”). Di 800 composti chimici in prodotti venduti in USA solo 200 risultano testati per la cancerogenicità, e la normativa prevede dei test ad hoc solo quando affiora l’evidenza di un abnorme sviluppo tumorale. Cifre simili sono fornite dall’Agency for Research on Cancer. Tuttavia, molti cancri sono a lungo “silenziosi” per cui i test di sicurezza risultano troppo tardivi e inadatti a bloccare lo sviluppo del cancro. Questa carenza di informazioni a priori spiegherebbe il perché l’incidenza e la mortalità di molti cancri calano meno di quanto ci si aspetterebbe a fronte di sicuri progressi diagnostico-terapeutici. Secondo molti epidemiologi la percentuale di rischio tumorale attribuibile a cancerogeni industriali potrebbe superare nei Paesi occidentali l’85%. Ne deriva che il riconoscimento anticipato di possibili cancerogeni ambientali (prevenzione primaria), va considerato un obiettivo di fondamentale importanza che non andrebbe sottovalutato, come di fatto probabilmente avviene. Come esempi emblematici il NEJM riporta la scomparsa o quasi dell’angiosarcoma del fegato dopo l’eliminazione del cloruro di vinile monomero (plastica, tubature, giocattoli), quella del cancro del polmone a piccole cellule dopo l’eliminazione del bisclorometiletere (industria tessile, polimeri, vetri antisfondamento ) e il calo di tumori della vescica dopo l’eliminazione delle ammine dai coloranti industriali. L’editoriale, a firma di D.C. Christiani epidemiologo dell’Harvard Medical School di Boston, conclude insistendo che sono necessarie leggi e regole  più severe per imporre dei test di sicurezza pre-marketing, per bloccare l’ingerenza interessata delle industrie e per controllare adeguatamente i prodotti chimici di importazione. L’ideale sarebbe che USA ed Europa (e Asia!) queste norme le decidessero assieme. Spes ultima dea.

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