Lo sviluppo di un cancro è ritenuto dai più un processo graduale e così spesso accade. Si assume che il cancro consegua ad una alterazione genetica, congenita o acquisita, con il concorso di fattori ambientali quali cancerogeni alimentari, fumo di sigaretta, tossici industriali. Lo sviluppo tumorale avverrebbe dunque “a tappe”, con accumulo progressivo di aberrazioni cromosomiche e mutazioni multiple. Da qui l’importanza della diagnosi precoce anche dei fattori predisponenti (genetici o no) che ancora non si sono tradotti nello sviluppo iniziale della neoplasia, quando le dimensioni di questa sono ovviamente contenute. Tutto vero, ma non sempre è così e talora si registra anche la nascita “esplosiva“ di un tumore. Questa possibilità non è nuova per gli oncologi che la conoscono da più di 10 anni, ma non è conosciuta dai non addetti ai lavori. In realtà, già molti anni fa il dr. P. Campbell, capo di un team di ricercatori di Cambridge, ha dimostrato che un tumore può nascere anche in poche ore come conseguenza di un singolo evento cromosomico definito “catastrofico”, per cui nello stesso momento possono verificarsi centinaia di rotture nel DNA dei nostri cromosomi. A questo danneggiamento multiplo la cellula reagisce di regola con una serie di riparazioni cromosomiche ma, “nella fretta”, tali aggiustamenti invece che essere utili possono accelerare una anomala proliferazione cellulare. Questo pericoloso “riarrangiamento” di DNA osservabile in tumori diversi (particolarmente interessati sono i cromosomi 9 e 13 dove sono situati numerosi oncogeni) sembra avvenire in non più del 2-3% dei casi, ma per i tumori ossei questa percentuale sale al 25%, quindi in un caso su 4. Il perché dell’evento catastrofico deve essere ancora precisato in dettaglio, ma l’incidenza così alta nei tumori ossei ha fatto cadere il sospetto sulle radiazioni ionizzanti (a rigor di logica, per chi scrive la “catastrofe” dovrebbe allora essere maggiormente osservabile nei tumori cutanei). La tecnica che ha permesso di dimostrare la rottura in centinaia di frammenti di uno o più cromosomi di una singola cellula è una tecnica particolarmente sofisticata, diversa da quella usata più abitualmente per studiare il danno cromosomico. Si è cosi scoperto in un cancro del colon la “esplosione” del genoma in un singolo cromosoma che ha comportato ben 239 rimaneggiamenti e in un tumore osseo la mutazione concomitante di 3 singoli geni oncosoppressori, deputati cioè a inibire lo sviluppo tumorale. Il Wellcome Trust Sanger Institute, presso cui l’ematologo Campbell portava avanti tali ricerche, è un ente indipendente che viene supportato da fondazioni “non profit” che credono nella scienza e nei benefici che ne possono derivare. Chissà che questa “mania” non contagi anche il nostro Paese dove i Paperon de’Paperoni sono tanti, ma pochi risultano coloro che finanziano la ricerca.
Terapie miracolose, diete superdimagranti, persino omeopatici anticancro pullulano in continuazione. Bisognerebbe scriverne di continuo per non assuefare del tutto le coscienze. Negli ultimi tempi, poi, ci mancavano internet e cellulari per espandere enormemente il rischio “del non farci più caso”. Non è solo colpa delle istituzioni pigre e insufficienti, perché frodi e dabbenaggine sono da sempre dure da combattere. Esempio emblematico è quanto è successo 2 anni fa: il Ministero della Salute aveva opportunamente diffuso una circolare molto chiara per diffidare i cittadini a non acquistare una “soluzione minerale miracolosa” (SMM) venduta in rete. In totale sintonia con l’OMS e con la Fondazione Veronesi, la circolare avvertiva “che il prodotto denominato SMM, reclamizzato per la cura di gravi malattie fra cui AIDS, tubercolosi, epatite, cancro, malaria, dengue e chikungunya [virosi queste ultime provocate da zanzare infette NdA], in vendita in rete anche con altri nomi, aveva possibili effetti negativi sulla salute, come vomito e diarrea persistenti con severa disidratazione, dolori addominali e bruciore alla gola e in rari casi anche effetti più gravi”. La SMM commercializzata da una azienda che si presentava furbescamente come “Chiesa della salute e Guarigione”, avrebbe curato grazie a proprietà miracolose, non banali raffreddori ma le patologie molto serie già citate e persino l’autismo. In realtà, la SMM non solo non guariva nulla, ma poteva causare effetti dannosi dovuti in gran parte al clorito di sodio (da non confondere con il cloruro di sodio, il sale da cucina!), agente ossidante contenuto nella soluzione miracolosa in alta concentrazione (28%). Se assunta alle dosi consigliate dal produttore, la SMM superava di molto la massima dose consentita pro die. Generalmente la SMM veniva fornita con un “attivatore” a base di acido citrico oppure cloridrico, succo di limone o aceto per cui si creava biossido di cloro, gas corrosivo e pericoloso per la salute, la cui efficacia, su siti per fortuna oggi non più rintracciabili, veniva invece reclamizzata senza alcuna evidenza scientifica. Oltre alla via orale, era pure proposta l’applicazione cutanea in associazione con un antiinfiammatorio per uso locale in molti animali (il dimetilsolfossido), o per clistere o per instillazione nelle orecchie. Dalle iniziali 1-2-gocce/die si doveva arrivare progressivamente a 15 gocce 2-3 volte al giorno. La nota del Ministero, del tutto snobbata per anni, era in verità molto tranchant: “Si raccomanda ai cittadini di non assumere tale prodotto”. Vien da chiedersi se non sarebbe bastato del buon senso per rigettare una pseudo-cura illusoria priva di prove e per di più rischiosa. Risulta dunque non sufficiente una circolare ministeriale per proteggere dalle pseudo-cure, ma ci vorrebbe un’informazione nei media “corretta, martellante e non sporadica” su salute e medicamenti, che solo così aiuterebbe a difendere i cittadini da questo tipo di bufale. Purtroppo è anche vero che non poche persone più che informarsi sulle cure preferiscono abbandonarsi al solo intrattenimento TV, ricco inoltre di frequenti intervalli promozionali proprio a proposito di salute (spesso di discutibile liceità!). Ben maggiore è la continuità quotidiana riservata dai media agli ineffabili oroscopi.
Il 10-20% della popolazione nel mondo (alta variabilità geografica ed etnica) soffre di “colon irritabile” (CI), alias “colite spastica” o, più correttamente, “sindrome dell’intestino irritabile”. Il CI prevale nel sesso femminile, nella fascia tra 20 e 50 anni e si caratterizza, specie dopo certi cibi, per dolore e gonfiore addominale, con stipsi o diarrea prevalenti (a volte alternate). Una ricerca recente su “Nature” propone un meccanismo [peraltro non originalissimo, NdA] che desta interesse. Premesso che in un colon sano il sistema immunitario non reagisce di norma agli alimenti, il primo obiettivo dei ricercatori è stato di scoprire cosa potrebbe provocare questa intolleranza. Poiché i sintomi iniziano non di rado dopo un’infezione gastrointestinale, si è ipotizzato che questa potrebbe sollecitare il sistema immunitario contro certi cibi. La ricerca è stata condotta su topi infettati con un virus intestinale, usando la proteina dell’albume dell’uovo come antigene alimentare. L’ovoalbumina, ridata ai topi a infezione guarita, ha provocato il rilascio da parte dei mastleucociti (cellule di derivazione midollare presenti pure in circolo e nella mucosa intestinale) di eparina e istamina contenute nei loro granuli. È la liberazione di istamina che causava nei topi l’intolleranza alla proteina dell’albume, con scatenamento dei disturbi intestinali. Questo non succedeva, invece, dopo la somministrazione di ovoalbumina nei topi di controllo che non erano cioè stati precedentemente infettati con il virus. Un esperimento similare è stato ripetuto anche in 12 volontari con CI nei quali l’infezione virale, indotta nei topi come presupposto della conseguente degranulazione dei mastleucociti, è stata sostituita come con l’iniezione nella loro parete intestinale di glutine, grano, soia e latte di mucca. A seguito di tale iniezione, anche nei volontari reclutati sono comparse alterazioni intestinali ascrivibili alla degranulazione dei mastleucociti e conseguente liberazione di istamina. Nessuna reazione è invece stata registrata nei volontari sani. E chiaro che se questo meccanismo fosse prevalente o persino unico, sarebbe possibile trattare i pazienti di CI con dei banali antistaminici, una rivoluzione non da poco dato che il CI altera, e a volte pesantemente, la qualità di vita di chi ne soffre. Tuttavia, il numero piccolo di pazienti coinvolti nello studio richiede che tali dati siano confermati in un più alto numero di soggetti e in ricerche di altri gruppi. L’osservazione è ritenuta peraltro interessante se si considera che un precedente studio clinico mostrava un miglioramento apprezzabile durante la cura dei pazienti con antistaminici. In ogni caso, secondo gli autori del lavoro, conoscere il meccanismo che porta all’attivazione dei mastleucociti è cruciale e potrebbe suggerire nuove terapie per i pazienti affetti da CI.
La scarsa consapevolezza dei rischi di chi aspira ogni estate all’abbronzatura, impone di ritornare su questo tema. Partiamo dai lettini abbronzanti cui specie alcune donne ricorrono prima di andare al mare. È noto che il rischio di cancro cutaneo in chi si abbronza artificialmente è reale e risulta proporzionale alla frequenza/durata delle sedute ed è più elevato ancora se si comincia in giovane età. E sì che da anni l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) avverte che i raggi ultravioletti (UV, specie a lunga e media lunghezza d’onda), da cui l’abbronzatura dipende, sono al top tra i fattori di rischio tumorale cutaneo, in primis del melanoma, neoplasia non rarissima ad alta malignità intrinseca. Uno studio non recente su ben 73 mila donne ha confermato che il rischio nel “fare la lampada”, cresce anche per altri due tumori della pelle, il cancro basocellulare e quello spinocellulare, fortunatamente molto meno maligni sotto il profilo clinico-evolutivo e più facilmente diagnosticabili e rimuovibili. Dal già citato studio il danno degli UV sarebbe lo stesso indipendentemente dalla pelle chiara o scura di chi viene irradiato, ciò che sembra in contrasto con la vecchia raccomandazione alle persone con pelle chiara e capelli biondi di non ricorrere troppo all’abbronzatura artificiale, e di essere cauti anche nell’esporsi al sole quando i raggi “picchiano” di più. Onde evitare allarmismi inopportuni e ingiustificati, va tuttavia rimarcato che l’aumento del rischio di esposizione agli ultravioletti è in assoluto modesto e che in definitiva i tumori cutanei continuano ad essere rari. È però pure vero che nessuno ci costringe a esaltare tale rischio, specie se per motivi futili. In effetti, il gentil sesso per guadagnare in sex-appeal non è obbligato ad acquisire l’”abbronzatura” naturale di Naomi Campbell, considerando poi che non per tutti gli uomini il fascino femminile aumenta quando la donna ha la pelle scura: Greta Garbo (icona sexy dei lettori meno giovani), ha stregato per anni i fans oggi più… attempati proprio per il sofisticato pallore e la silhouette. Oltre all’abbronzatura, all’avvicinarsi della stagione balneare, quando il tanga sembra per molte donne la meta agognata, anche il calo del peso in eccesso è uno degli obiettivi. E ciò non per lungimiranti ragioni salutistiche che, comunque, richiederebbero norme comportamentali non stagionali ma definitive. Questa filosofia “del tutto e subito” spinge inevitabilmente non poche persone di ambo i sessi a farsi abbindolare da diete stravaganti proposte ad abundantiam dai media, ma prive di valenza scientifica e persino pericolose. Il collega nutrizionista Lucchin durante un convegno ricordava che per ogni dollaro speso per promuovere una sana alimentazione se ne spendono 500 per rifilare cibi spazzatura. Cerchiamo di ricordarcelo.