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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Gli oroscopi in TV o sulla carta stampata dovrebbero scandalizzare per l’inconsistenza. Anche il fatto che varino da un giorno all’altro dovrebbe suscitare ilarità come, ad esempio, che un fortunato in amore il martedì non lo sia più il mercoledì o viceversa. Gli astri ci regalano pure previsioni che non riguardano persone ma eventi: arrivo di meteoriti, disastri aerei, terremoti, epidemie non precisate, guerre e via dicendo. il CICAP (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze) si prende la briga di analizzare ogni anno l’esito delle previsioni e invariabilmente riscontra un loro fallimento. Critica aspra andrebbe anche allo spazio che i media danno agli oroscopi, solo perché numerosi lettori, che dicono di non crederci, pretendono di trovarli in TV o nei giornali (che riportano le previsioni all’insegna del…“pecunia non olet”!). Nel 2020 l’astrologa G. Mirti prevedeva su Affaritaliani.it un peggioramento delle borse da aprile, proprio quando i mercati finanziari “iniziavano a riprendersi dalla crisi della prima ondata pandemica”. L’astrologa non ha invece previsto eventi drammatici, sostenendo che “un anno bisestile non porta con sé alcun presagio negativo” (sic!). La COVID-19 risultava dunque sfuggire agli astri da lei consultati così come l’esito delle elezioni negli Stati Uniti. Sulle elezioni USA si è invece impegnata (ma toppando!) l’astrologa russa T. Borsch, secondo la quale l’oroscopo di Trump era più favorevole di quello di Biden e la rielezione del primo doveva darsi per scontata. Nel Regno Unito, l’astrologa D. Frank ha previsto che Meghan Markle e il principe Harry avrebbero avuto un secondo figlio entro la fine dell’anno. E invece la Meghan ha vissuto la dolorosa esperienza di un aborto spontaneo. Dovrebbe stupire che la grave pandemia da virus SARS-Co-V-2 non sia stata prevista in pratica da nessuno, pur trattandosi di una tragedia di dimensione planetaria. Un astrologo, noto personaggio TV, ha previsto anzi che il 2020 sarebbe stato un anno fortunato (SIC!), ma continua imperterrito a vaticinare. In qualche caso c’è stata al riguardo un’allusione generica e ambigua ma, come sottolinea il fisico Stefano Bagnasco, non indovinare nemmeno una previsione “è difficile quanto indovinarle tutte”. Quando un astrologo c’azzecca ciò viene enfatizzato dai media, ma in realtà questo rarissimo evento si diluisce in un numero ampio di fallimenti totali, che non vengono né riportati né tanto meno enfatizzati. Come fanno i media a rifilare giornalmente amenità simili e poi magari auspicare che i cittadini siano critici e si informino prima di giudicare una qualsiasi cosa, una cura omeopatica, un nuovo partito, un nuovo provvedimento, l’opportunità di un vaccino? C’è da chiedersi se non è il caso che almeno la TV pubblica smetta di ospitare giornalmente bufale inconsistenti e diseducative di questo tipo.

“Skin hunger”, letteralmente “fame di pelle” è una conseguenza meno considerata della pandemia dovuta al virus SARS-CoV-2. Si tratta di un effetto collaterale del tutto peculiare. Non è una reazione avversa meno nota, come ad es. la perdita momentanea del gusto e dell’olfatto, ma una conseguenza psicologica legata alla forte limitazione dei contatti fisici interpersonali. Il bisogno di toccarsi in vario modo con gli altri, esigenza talora inconsapevole o messa non bene a fuoco, è un contrassegno degli esseri umani piccoli e grandi, che sin dalla nascita sono abituati al contatto, al toccamento. Dopo la nascita, il bimbo è già abituato al contatto col seno della madre e alle sue coccole manuali, oltre che al suo odore e alla sua voce. La prima forma di comunicazione con il neonato è tattile prima che verbale. Grazie alle carezze e alla voce, il bambino viene rassicurato, ciò che gli permette di sopportare le prime frustrazioni e di addormentarsi sereno. Il toccamento come metodo aggiuntivo non verbale di comunicazione con gli altri si sviluppa in seguito in vari modi, talmente spontanei che manco ci si pensa che si tratti di “Skin Hunger”. Una  stretta mano, un braccio sulla spalla, un abbraccio, un bacio, un qualsiasi altro gesto manuale d’amicizia o d’amore soddisfano un’abitudine consolidata se non una necessità innata di contatto fisico. La rivista “Nature” riporta che Bo Balder, scrittrice freelance, ha pubblicato un articolo intitolato appunto “Skin Hunger” per enfatizzare l’importanza  del fenomeno: una ragazza incolume da un incidente si ritrova sola, al buio, in un ambiente chiuso senza contatto con altri. Eppure “…I suoi piedi toccavano un pavimento caldo e silenzioso che somigliava al legno e il suo corpo poteva ancora reagire a piccoli piaceri”. L’importanza della sensazione tattile diventava per lei un baluardo contro la disperazione. Figuriamoci il contatto con esseri umani. Ora la pandemia da SARS-CoV-2 e alle sue varianti (e speriamo che queste non impongano limitazioni ancor maggiori!) ha fortemente ridotto la possibilità/esigenza di contatto così innata con le altre persone ed è presumibile che queste limitazioni avranno anche in futuro delle conseguenze significative, benché di diverso peso a seconda della popolazione coinvolta. A prescindere da altri aspetti (polmonite interstiziale, riflessi economici), non possiamo, insomma,  trascurare gli effetti puramente psicologici della pandemia. Le conseguenze di lunghi mesi di distanziamento sociale degli individui e di “fame di pelle” possono manifestarsi a distanza perché, secondo lo psichiatra Ribolsi, esse potrebbero lasciare tracce pesanti nella nostra memoria. Intanto, sembra già registrarsi un aumento dei suicidi. Un gran benvenuto ai vaccini, dunque (ma tuttavia, per il momento, ancora prudenza di ciascuno  con uso di mascherine, distanziamento e lavaggio delle mani!).

Quando si parla di rispetto per l’ambiente, ci si dimentica che si sta parlando di tutti noi. Fanno impressione i documentari che mostrano isole fatte di plastica di dimensioni incredibili: tra le Hawaii e la California, ad es., un’isola di plastica è grande cinque volte e mezzo l’Italia! Finito il documentario, la percezione delle conseguenze scompare rapidamente, ma anche il cittadino più consapevole si sente impotente a intervenire in qualche modo. Ad esempio, quando egli va a comperare dell’acqua minerale la trova solo in bottiglie di plastica: cosa dovrebbe fare? Senza drastici provvedimenti internazionali, la situazione è destinata a peggiorare, sia per la irresponsabile apatia delle “nazioni civili”, sia per il fatto che milioni di poveri sul pianeta, migliorando anche di poco il loro status, useranno sempre più prodotti commerciali in contenitori di plastica. Ciò detto, ricordiamoci che soprattutto pesci e cetacei sono ormai da anni a rischio maggiore: ad es. il 33% dei capodogli spiaggiati in Italia sono risultati intasati a causa della plastica scaricata in mare ed erroneamente ingoiata. Anche noi umani, quando ci nutriamo di pesci o di altri animali acquatici, ingeriamo inconsapevolmente della microplastica. Nonostante questi dati siano ben noti alle Autorità dei vari Paesi, non si è preso al momento alcun provvedimento concreto significativo. Ed ecco la notizia bomba allarmante segnalata di recente dal reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche: per la prima volta si sono riscontrate particelle di microplastica nella placenta di feti umani. Secondo il direttore della Ginecologia di Roma prof. Ragusa è come immaginare (esagerando?) un bambino “cyborg”, ossia un misto tra entità biologica e componenti inorganici. In sostanza un essere bionico composto in futuro sì da cellule umane, ma con l’innesto di elementi sintetici. Il quotidiano “Guardian” riporta che nello studio si sono analizzate le placente di sei donne sane (18-40 anni) con gravidanze normali, che hanno dato il loro consenso alla ricerca. In esse si sono scoperti 12 frammenti di materiale artificiale, di cui tre chiaramente identificati come polipropilene, il materiale con cui vengono realizzati le bottiglie di plastica e i tappi. Altri nove frammenti erano costituiti da materiale sintetico verniciato. Cinque particelle erano presenti nella parte di placenta attaccata al feto (e quindi parte integrante di esso), quattro nella parte attaccata all’utero e tre dentro le membrane che avvolgono il feto. Che sia stata analizzata soltanto il 4% di ogni placenta, fa sospettare che il numero totale di microplastiche sia in realtà molto più alto e la domanda che si pone è allora: essendo così minute, queste microparticelle potrebbero entrare in circolo anche nel feto? Urgono provvedimenti concreti.

La signora M. Zorzan mi scrive una cortese lettera chiedendomi perché negli argomenti che riguardano medicina, cure e salute, medici e giornalisti usano spesso paroloni o comunque termini poco chiari per le persone comuni. La risposta non può essere che poliedrica. Va anzitutto considerata tra giornalisti e medici (tra i colpevoli ci sono anch’io, ma sempre meno!), conduttori televisivi e gente comune la tendenza influenzata dai media a usare termini non italiani, in primis inglesi, che potrebbero essere sostituiti tranquillamente da parole italiane. Gli esempi non mancano. Long-term e short-term per a lungo o rispettivamente a breve termine; trial per lavoro scientifico; open trial (letteralmente studio aperto) per cura sperimentata non confrontata con altri trattamenti (per cui il giudizio si basa solo sul criterio fallace del ”prima e dopo”); a random sta per a caso; post-marketing surveillance sta per monitoraggio dopo la commercializzazione; side-effects per effetti collaterali; outcome sta per esito; cross-over treatment per terapia incrociata (cura A che passa nel corso dello stesso studio a cura B e viceversa); safety (e non security!) sta per sicurezza; in-patients e out-patients che stanno rispettivamente per pazienti ricoverati o esterni. A volte il termine inglese viene usato perché per tradurne il significato in italiano si dovrebbero spendere troppe parole. Ad esempio, double-blind, letteralmente doppio cieco, è espressione oscura (quale che sia la lingua): bisognerebbe precisare che la cecità non c’entra niente e significa soltanto che l’assegnazione di una cura confrontata con placebo o altro agente, avviene senza che medico e malato conoscano qual è il preparato assunto (il paziente è d’accordo di non esserne informato). Poi c’entra il grado di vanità di chi scrive e desidera sfoggiare la conoscenza di più lingue. Quando ancora ero studente universitario un Clinico chirurgo italiano assolutamente mediocre, che però parlava correttamente quattro lingue, ai congressi o a lezione intercalava di continuo termini non italiani, per cui lo consideravamo un pallone gonfiato. L’“inglesismo” spesso non necessario è molto diffuso nei media anche in ambiti non medici: perché “endorsement” e non approvazione/appoggio? O “lockdown” e non isolamento/chiusura totale? E “no deal” invece che nessun accordo? Il termine inglese trova una qualche giustificazione in ambito sportivo, dove certe parole o locuzioni si sono affermate da anni anche da noi, e allora risultano ben comprensibili anche dai lettori italiani: “corner” per calcio d’angolo, “match ball” nel tennis per palla che decreta la vittoria decisiva in una partita, “drop shot” (letteralmente colpo di goccia) per colpo smorzato, “forehand” e “backhand” per diritto e rovescio, “basket” per pallacanestro. Niente contro l’Inglese, comunque, ma soltanto… “quando ce vo’, ce vo’ ”.

Ad oggi nessun singolo farmaco risulta di efficacia provata per la COVID (nonostante l’affermazione di qualche disinformato). Pochi i dubbi, invece, sull’utilità dell’ossigenoterapia “non invasiva” (con dispositivi che non richiedono l’intubazione tracheale) nei casi meno gravi, o “invasiva” (con intubazione) nei casi più gravi. Più che sulla dispnea, che può non esserci, l’ossigenoterapia si basa sulla TAC del torace e sul grado di concentrazione di ossigeno (O2) del sangue. Questa saturazione si misura con un apparecchietto lungo pochi centimetri, detto ossimetro o saturimetro (applicabile ad un dito o al lobo dell’orecchio), che ci dà i valori di SpO2 (acronimo per saturazione periferica di O2) del sangue arterioso. Più precisamente, l’ossimetro rivela la saturazione in ossigeno dell’emoglobina circolante. Nel soggetto normale, il valore di SpO2 è vicino al 100%, mentre valori inferiori a 92-94% esprimono “ipossiemia”, cioè un calo di saturazione dovuto allo scambio gassoso difficoltoso di O2 a livello degli alveoli polmonari. È quanto succede nella polmonite interstiziale da COVID-19, anche in assenza di dispnea. Quando l’ipossia si associa alla dispnea, la prognosi è più grave se non infausta, in quanto il meccanismo sotteso al danno alveolare è nei malati più gravi molto complesso e multifattoriale. In questi è intanto ridotta la produzione alveolare di sostanze tensioattive e, almeno in alcuni, la risposta immunitaria risulta abnorme con rilascio eccessivo di citochine pro-infiammatorie. Si aggiunga il concorso concomitante della costrizione capillare e della trombosi intravascolare che diffondono ulteriormente il danno alveolare. Va tenuto presente che il 99% dei pazienti che sono in grado di respirare spontaneamente con l’integrazione di ossigeno somministrato al momento del ricovero, ha livelli di saturazione emoglobinica che superano il 90% e tende a sopravvivere, mentre nel 69% di quelli con un livello di saturazione di ossigeno inferiore al 90%, nonostante l’ossigenoterapia, l’evento più probabile è il decesso. L’ossigenoterapia poggia pertanto su un forte razionale, ma è importante che, quando necessaria, essa venga attuata precocemente, in modo da contrastare la aggressione del virus, l’infiammazione, la vasocostrizione polmonare e la formazione di trombi. Questa terapia con O2 si dimostra dunque un trattamento appropriato che, in caso di ventilazione non invasiva, può essere attuato anche a domicilio, purché sotto controllo medico. In questo caso, le precauzioni devono essere molto rigorose, perché le particelle virali emesse dal paziente che respira sono altamente contagiose. Saranno i medici a decidere quale ossigenoterapia adottare (non invasiva o invasiva), in base ai sintomi, alla estensione radiologica della polmonite interstiziale e soprattutto all’andamento dei dati ossimetrici che sono un vero campanello di allarme.

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