Nell’ipotesi di una relazione tra genoma e rischio di COVID-19 è stato condotto uno studio italo-spagnolo per tentare di individuare un eventuale locus cromosomico facilitante. Pazienti affetti dal SARS-CoV-2 e intubati per grave insufficienza respiratoria sono stati scelti in ospedali di città italiane e spagnole considerate epicentri dell’epidemia (Milano, Monza, Madrid, San Sebastian e Barcellona). In Italia, nella ricerca si sono inclusi 835 pazienti e 1255 controlli COVID-19 negativi e, in Spagna, 775 pazienti e 950 controlli non contagiati. Senza entrare in particolari troppo ostici per il lettore non medico, va almeno spiegato che i “polimorfismi a singolo nucleotide”, detti “SNP”, sono variazioni dell’assetto genico associate a buona parte delle malattie. Va anche ricordato che i nucleotidi sono le unità – i “mattoni” – che si ripetono nella struttura degli acidi nucleici, costituite da 1 molecola di acido fosforico, 1 di desossiribosio (o ribosio), e 1 base azotata. In totale 8.582.968 polimorfismi sono stati sottoposti ad una meta-analisi mettendo a confronto il DNA prelevato con un tampone orale dei soggetti malati con quello di soggetti di controllo sani comparabili il più possibile per sesso, età e altri parametri. Se alcune variazioni genetiche fossero risultate significativamente più frequenti negli individui malati, allora tali variazioni si sarebbero considerate “associate” con la malattia. Lo studio osservazionale retrospettivo italo-spagnolo ha permesso la scoperta di un locus genico di suscettibilità al coronavirus, il locus “3p21.31”, che avrebbe in effetti un possibile ruolo specie in pazienti con sintomi gravi. In generale, sorprende che la maggior parte degli SNP che risultano associati con una malattia (e ciò vale anche per il COVID-19) si localizzino non in una regione di DNA preposta alla sintesi (“codifica” è il termine usato dagli esperti) di una proteina, ma molto spesso in una area “non codificante”, cioè priva di questa funzione. Lo studio italo-spagnolo sembra anche confermare nei soggetti con COVID-19 il potenziale coinvolgimento dei gruppi sanguigni: il gruppo sanguigno O sembra associato a un rischio minore o avere persino un effetto protettivo rispetto agli altri gruppi, mentre il gruppo A comporterebbe un rischio sensibilmente maggiore di COVID-19 rispetto ai pazienti con altro gruppo sanguigno. Lo studio caso-controllo ha alcuni limiti, in primis il mancato aggiustamento per eliminare fattori confondenti e un’informazione scarsa rispetto ai soggetti di controllo. Nonostante tali limitazioni, non sarebbe comunque da scartare l’interpretazione secondo cui il locus 3p21.31 sia coinvolto di per sé nella suscettibilità alla Covid-19, in special modo in pazienti con malattia grave, ossia quelli che necessitano di respirazione meccanica rispetto a quelli che richiedono solo ossigeno supplementare.