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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Anche la prestigiosa Mayo Clinic (Rochester, Minnesota), come i medici in generale, insiste sugli effetti benefici del movimento per quanto riguarda in particolare la salute cardiovascolare, il controllo del sovrappeso, la prevenzione del diabete ed è persino possibile che muoversi di più possa ridurre il rischio tumorale e migliorare il tono dell’umore. L’americano medio non sarebbe messo male, facendo da 3 a 4 mila passi al giorno. A un certo momento, e senza una vera ragione, si è diffusa la nozione che in media bisognerebbe fare 10 mila passi al giorno. Di questo se n’è occupato di recente anche il sito “Dottoremaeveroche”  della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, finalmente più attenti (era ora!) a contrastare le informazioni poco documentate se non pseudoscientifiche. La storia dei 10 mila passi al giorno, ripresa dal “The Guardian”, ci rivela in effetti come questo “traguardo” sia stato proposto nella metà del secolo scorso dall’imprenditore giapponese Yoshiro Hatano, che per  primo ha commercializzato un contapassi battezzato “manpo-kei”. In realtà, secondo il Dr. David Bassett, direttore del “Dipartimento di chinesiologia e studi sullo sport” dell’Università del Tennessee, non c’è alcuna prova oggettiva dei benefici di questi 10 mila passi sullo stato di salute, un numero da ritenersi pertanto solo indicativo (potrebbero bastarne di meno) per chi aspira a uno stile di vita salutare. E tuttavia, puntare ai 10 mila passi giornalieri è diventato una moda, quasi una fissazione per qualcuno, specie da quando esiste in commercio una varietà di eleganti contapassi (“tracker”) portatili, anche da polso, dal costo di poche decine di euro, che possono fornire anche altri parametri vitali. È  naturalmente fuori discussione che il movimento fisico sia benefico, nonché previsto dalla natura stessa dell’animale-uomo, l’unico essere vivente che in effetti ne fa sempre meno grazie a automobili, bus, ascensori, scale mobili e telecomandi TV per lo zapping. Ciò detto, questa dei 10 mila passi resta dunque una raccomandazione generica senza alcuna robusta evidenza clinica diretta, da mettere quindi in atto cum grano salis in considerazione dei singoli individui, della loro età, del loro peso, della loro storia di malattia, della fatica individuale che il camminare comporta. Per esempio, chi soffre di una patologia cronica o è grande obeso o è molto avanti con gli anni, potrebbe non beneficiare e correre invece dei rischi per raggiungere il “traguardo 10 mila”. Da considerare pure la velocità con cui si cammina, che non deve essere quella di chi “passeggia guardando le vetrine”. Secondo alcuni ricercatori del Dipartimento di chinesiologia dell’Università di Massachusetts un numero di passi molto minore sarebbe pure benefico, ma con almeno un minimo di 100 passi al minuto (che non sono pochi, se qualcuno vuol provarci!).

Il Dr. J. Parkinson descriveva nel 1817 il morbo che porta il suo nome e che oggi risulta la malattia neurodegenerativa più diffusa dopo la demenza di Alzheimer. In Italia, il Parkinson affligge poco meno di 250.000 persone, e i nuovi casi all’anno sono circa 6.000. Com’è ben noto la malattia è caratterizzata da tremore che insorge a riposo (detto “a contasoldi” perché talora coinvolge pollice e indice, come quando si contano monete o banconote), rigidità muscolare che determina resistenza ai movimenti passivi e difficoltà a iniziare e a velocizzare i movimenti. La parola, come l’andatura, si fa via via più impacciata anche se le funzioni cognitive all’inizio sono  preservate. La malattia è dovuta alla rarefazione per circa il 70% dei neuroni ricchi del pigmento “neuromelanina” situati della “Sostanza Nigra” del mesencefalo. Questi producono il neurotrasmettitore “dopamina”, coinvolto oltre che nella regolazione dei movimenti anche nei processi di memoria, ricompensa e attenzione. Miglioramenti del tremore si possono ottenere nei malati somministrando agenti come il “levodopa” che, liberando dopamina nel cervello, corregge il deficit di questo mediatore. Spesso non si riesce  a dimostrare una causa precisa del Parkinson, che potrebbe conseguire a più fattori interagenti: genetici, ambientali (lavoro agricolo, pesticidi, metalli industriali), vascolari, traumatici (lesioni cerebrali) e persino tossi-infettivi e alimentari (azione favorente di grassi e vitamina D?). Al contrario, è descritta un’associazione inversa tra insorgenza della malattia e altri fattori, quali consumo di noci, legumi, patate, caffè e fumo di sigaretta. Alla “Settimana delle Malattie Digestive” di San Diego, 2019, si è confermato che il Parkinson viene inoltre sensibilmente favorito dall’appendicectomia (quante volte necessaria?). Ipotesi non nuova, questa, ma fino ad oggi non supportata da studi ampi come quello del Dr. M.Z. Sheriff e collaboratori (titolo eloquente: “Il Parkinson è più frequente nei pazienti appendicectomizzati: uno studio basato sulla popolazione nazionale”), che si è avvalso di un data base contenente 68 milioni  di cartelle cliniche. Da queste risultava che 488.190 pazienti avevano subito un appendicectomia e che, di questi, 4.470 si erano ammalati di Parkinson, suggerendo un rischio relativo di Parkinson in essi tre volte maggiore di quello dei soggetti non appendicectomizzati. Tale  rischio non differiva nelle diverse classi di età, nè tra bianchi, africani e asiatici. Lo studio è stuzzicante ma ha qualche limite metodologico che l’abstract non chiarisce. Per esempio, dovrebbe essere meglio definito l’intervallo temporale tra appendicectomia e morbo di Parkinson. E resta poi da capire il significato di questo eventuale rapporto: ruolo immunitario dell’appendice fin qui sotto stimato?

Gli inibitori di pompa protonica (IPP), o prazoli, sono preziosi per bloccare l’acido gastrico (HCl) prodotto in eccesso che in una certa % di soggetti, specie se coadiuvato dall’Helicobacter Pylori e dagli antiinfiammatori, causa l’ulcera gastroduodenale. Utili gli IPP anche per impedire il reflusso di HCl nell’esofago. Di norma l’HCl è utile agevolando l’azione della “pepsina” (enzima gastrico che inizia la digestione delle proteine) e contrasta i batteri assunti con gli alimenti.  Un’ acidità intragastrica troppo ridotta, favorirebbe infatti la crescita di batteri e il formarsi nello stomaco di composti cancerogeni (specie nei soggetti intubati in rianimazione). Di recente, degli articoli hanno riportato in chi assume a lungo termine un IPP un rischio aumentato di effetti collaterali seri, quali cancro gastrico, eccesso di mortalità cardiovascolare, nefrite cronica, osteoporosi e rallentamento cerebrale. Tali studi hanno sollevato un comprensibile allarme oscurando i vantaggi degli IPP usati in modo razionale. Vero è che il prolungato uso di IPP potrebbe far correre dei rischi. Tuttavia, in alcuni di tali studi “allarmistici” erano studiati solo soggetti selezionati (maschi, anziani, asiatici) non necessariamente rappresentativi di altre popolazioni. Altri limiti: l’assunzione di IPP era dedotta in base alle prescrizioni e non alle assunzioni effettive e qualche studio era pubblicato su riviste “open access”, non sempre sottoposte al parere di esperti alla pari. Conclusioni ragionevoli potrebbero essere: 1. La HP-eradicazione, ottenuta anche grazie agli IPP, riduce e non aumenta il rischio di cancro gastrico; 2. usare gli IPP “solo quando occorrono” e per il tempo necessario che  solitamente è breve (pochi giorni associati agli antibiotici nelle le cure HP-eradicanti e in chi si sottopone a cicli periodici di anti-infiammatori); 3. l’uso prolungato e generico di IPP come “gastroprotettori” va bandito, specie in anziani e senza una precisa indicazione; 4. Un trattamento “a lungo lungo termine”, che potrebbe aumentare i rischi sopra segnalati, è in realtà imposto solo da 2 situazioni. La prima: grave esofagite da reflusso favorita da un voluminosa ernia gastrica che risulti inoperabile. La seconda: soggetti affetti da Zollinger-Ellison, sindrome molto rara (2 casi per milione), provocata da un gastrinoma (tumore maligno in stomaco o duodeno o pancreas) che  stimola un’abnorme secrezione di HCL. In tali pazienti, se inoperabili, unica alternativa sono gli IPP, per ridurre quanto meno il formarsi di ulcere multiple dell’alto tratto digestivo. Chiosa conclusiva solo apparentemente fuori tema: gli amanti accaniti delle sigarette che dovessero sottoporsi ad una cura con IPP, piuttosto che preoccuparsi degli effetti avversi di questi farmaci (se assunti cronicamente), farebbero molto meglio a decidersi di smettere di fumare.

L’Helicobacter pylori (HP), diventato uno dei batteri più noti anche al grande pubblico, è stato scoperto (e disegnato a mano!) già nel 1892 dal patologo dell’Università di Torino Giulio Bizzozzero, che non ne aveva però capito la patogenicità. L’HP è rimasto poi ignorato fino alla “riscoperta” del batterio nel 1985 da parte degli australiani B. Marshal e R. Warren (per questo Premi Nobel nel 2005). Da allora si sanno un sacco di cose su questo batterio che resiste all’acido cloridrico dello stomaco in quanto capace di nascondersi sotto il muco superficiale gastrico grazie alle le sue ciglia che gli consentono il movimento in profondità. In particolare alcuni ceppi di HP causano la gastrite cronica e l’ ulcera duodenale e gastrica in un discreta percentuale di pazienti (circa il 10%) e il batterio è pure considerato dall’Agency for Research on Cancer un “fattore carcinogeno di gruppo 1”, potenziale co-fattore oltre che del cancro anche del linfoma gastrico (maltoma). Una ricerca 2019 di K-C Hu e collaboratori, pubblicata in “Clinical Infectious Disese” indicherebbe che la persistenza dell’HP nello stomaco aumenta pure il rischio di adenoma (sinonimo di polipo) del colon-retto, mentre l’eradicazione del batterio porterebbe a una ridotta formazione di tali adenomi. Questa è la prima dimostrazione di un rapporto tra HP e potenziale formazione di polipi colorettali, benché le ragioni di questa associazione (correlazione?) sono tutt’altro che chiarite e richiedono ulteriori indagini di approfondimento. Lo studio di coorte di Hu e collaboratori è retrospettivo, includente 615 adulti senza storia in anamnesi né di adenoma colorettale né di cancro gastrico, reclutati per un programma di screening con ripetizione periodica di esami endoscopici tra luglio 2006 e giugno 2015. Tutti i pazienti erano inoltre sottoposti a biopsia gastrica per verificare la persistenza dell’HP o la sua eradicazione. Nel corso del monitoraggio l’incidenza dell’adenoma colorettale risultava di 160/1000anni/persona nel gruppo con persistenza dell’HP (eradicazione fallita) e di  51,60 /1000 anni/persona nel gruppo  di pazienti in cui l’eradicazione del batterio era avvenuta con successo. Più chiaramente, in linguaggio non medichese, ciò significa che i soggetti con HP-persistenza mostrano un rischio di adenoma colorettale 3 volte superiore rispetto ai soggetti HP-eradicati. La percentuale di cancro colorettale in soggetti HP-eradicati  o già in partenza HP-negativi risulta invece sovrapponibile (23,93% vs 20,12%). Nonostante alcune limitazioni metodologiche (studio retrospettivo, casistica modesta, possibili fattori confondenti non rimossi del tutto), la ricerca suggerisce di non sottovalutare un possibile co-ruolo dell’HP nella formazione di polipi colorettali, lesioni precancerose che favoriscono notoriamente lo sviluppo di cancro nel grosso intestino.

I media hanno segnalato tempo fa casi di meningo-encefalite virale provocati da morsi di zecche, le più note delle quali sono quelle dei cani e dei boschi. Questi artropodi molto diffusi nel mondo sono possibili inoculatori di batteri e virus anche nell’uomo, e non solo in animali domestici o selvatici. In cronaca recente proprio una meningoencefalite da “arbovirus” (noto per altro già dal1994, simile a quello della febbre gialla e del dengue). Nel cane, le zecche nostrane si appiccicano soprattutto nelle orecchie o fra le dita dell’animale ed è il liquido che esse emettono con il morso (spesso indolore) che può contenere batteri e  virus, potenziali cause di diverse infezioni. La zecca del cane, ad esempio, può provocare una “Rickettsiosi”, malattia (2 casi/100 mila abitanti) caratterizzata da febbri con eruzioni cutanee rossastre (esantemi) e una piastrinopenia ciclica poco nota. La zecca dei boschi, invece, è responsabile della cosiddetta “Malattia di Lyme” (dal nome dell’omonima cittadina americana in cui nel 1975 fu descritto il primo caso). Questa è provocata dal batterio “Borrelia burgdorferi”, molto diffuso nelle aree geografiche temperate dove questa borelliosi è seconda per numero di casi solo alla malaria. Negli USA (specie nel Michigan e in Virginia), ma anche altrove nel mondo, la diffusione è in crescita e i principali serbatoi della Borrelia risultano essere roditori, caprioli, cervi, volpi, lepri, e probabilmente pure il cane. Fortunatamente in Italia, e limitatamente nelle regioni del Nord, si registra solo qualche migliaio di casi di malattia di Lyme, ma c’è il sospetto che essi siano sottostimati. A maggior rischio di infezioni da morso di zecca infetta (borelliosi di Lyme inclusa, anche se più rara), sono coloro che amano le passeggiate nei boschi, i boy scout, i cacciatori, i fungaioli, le guardie forestali. I sintomi precoci nella Malattia di Lyme, procedenti poi per gradi sono, oltre a sintomi simil-influenzali aspecifici, l’eritema nella sede del morso che può durare anche settimane per caratterizzarsi in seguito, se il paziente non viene curato con antibiotici, con eruzioni migranti e ingrossamento dei linfonodi. Le conseguenze tardive della borelliosi di Lyme sono più pesanti, in primis l’artrite (oltre il 50%), la meningoencefaite (15-20%) ,la polinevralgia (15%) e anche aritmie cardiache. È dunque prudente per i soggetti a rischio usare calze e calzoni lunghi, pedule, non sedersi tra i cespugli o nel sottobosco e, al ritorno dalla gita, controllare che non vi siano delle zecche sulla pelle. Se questi artropodi sono presenti, essi vanno levati con una pinzetta e mai con le mani. Chi è accompagnato in gita da animali domestici, subito al rientro e poi periodicamente, ne controllerà il pelo e farà uso di prodotti repellenti specifici, che risultano poco graditi alle zecche. Meglio ricordarselo.

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