Quando l’acido cloridrico prodotto dallo stomaco (più di 1 litro nelle 24 ore) invece che scaricarsi nel duodeno (dove sarà neutralizzato dal bicarbonato prodotto dal pancreas) per qualsiasi motivo refluisce nell’esofago, la mucosa di questo, e meno spesso pure quella orofaringea e bronchiale, può essere danneggiata. In tal caso e in presenza di sintomi si parla di malattia da reflusso gasto-esofageo (MRGE). Un progresso recente nella diagnostica della MRGE è stato l’“impedenziometria”, che diversamente dalla “pH-metria” sa dirci se ciò che refluisce è acido e/o basico (da reflusso di bile). Il reflusso biliare può spiegare l’insuccesso della terapia medica in certi pazienti. Infatti, questa prevede l’assunzione a lungo termine di farmaci che bloccano solo la secrezione di acido (anni fa gli H2-Antagonisti, oggi i cosiddetti inibitori della pompa protonica o prazoli). Gli antiacidi sono relegati al ruolo di neutralizzanti dell’acido già presente (raramente necessari in chi assume prazoli). Per evitare una cura farmacologica a lungo termine, e/o nei pazienti non rispondenti alla terapia medica, specie se con meno di 40 anni o con associati disturbi respiratori, è talora opportuna una plastica chirurgica (“fundoplicatio alla Nissen” o sue varianti), che consiste in un “incravattamento” del fondo gastrico le cui metà destra e sinistra vengono suturate anteriormente intorno all’esofago terminale. Per tale plastica l’opzione preferita è ormai la via laparoscopica. Tuttavia, la necessità di usare comunque i prazoli in un discreto numero di operati, la dipendenza dall’esperienza dell’operatore, il 10% di risultati nulli, e i possibili effetti collaterali (disfagia, gonfiore gastrico), fastidiosi quanto i disturbi da reflusso, impongono che la selezione dei candidati alla plastica sia molto oculata. Non mancano le proposte di terapia endoscopica della MRGE, i cui risultati sono però oggetto di controversie e riserve. Per i casi meno gravi di MRGE uno spiraglio considerato innovativo è stato presentato al workshop internazionale “Endolive Roma 2015”. Si tratta del dispositivo MUSE (“Medigus Ultrasonic Surgical Endostapler”) che prevede l’introduzione per via orale di una cucitrice chirurgica a ultrasuoni dotata di una microcamera miniaturizzata che consente un preciso posizionamento a livello della valvola esofagea che così viene “aggiustata” . Tuttavia, più del 20% dei trattati necessita ugualmente di antisecretivi, per cui alcuni titoli entusiastici che parlano di “nuova era” ci sembrano onestamente eccessivi. Il prof. Costamagna, collega che stimo, nel descrivere il MUSE, si è infatti limitato a parlare di “studi preliminari limitati a 3 anni”. Per entusiasmarci pure noi ci piacerebbe disporre di esperienze più prolungate e verificate anche da altri gruppi su ampia casistica.