L’organismo dispone di un sistema immunitario garantito da cellule immunocompetenti (in primis i linfociti) e da anticorpi circolanti. La difesa immunitaria funziona bene nei confronti di elementi estranei, quali virus e batteri, ma non contro le cellule tumorali che risultano troppo simili a quelle normali. Per questo la diagnosi precoce, la chirurgia, la chemioterapia e la radioterapia sono ancora oggi le armi più efficaci nella battaglia contro il cancro. Il potenziamento della risposta immunitaria generica e aspecifica (per es. con l’interferon) si è rivelato poco efficace, per cui la ricerca sui vaccini anticancro “specifici” è diventata sempre più intensa negli ultimi anni e ad essa un recente numero di Le Scienze dedica un eccellente articolo di Eric von Hofe, esperto di biotecnologie, il quale descrive 3 strategie. La prima prevede l’impiego di cellule tumorali intere del malato che, una volta irradiate e arricchite di materiale antigenico (ciò servirà a farle riconoscere meglio dalle cellule immunocompetenti), vengono re-iniettate nel sangue del paziente per stimolare l’arrivo di linfociti T (CD4 e CD8) specializzati ad aggredire direttamente gli elementi tumorali del paziente. La seconda strategia si propone di evocare una potente risposta di linfociti T iniettando nel malato cellule immunitarie (non tumorali) ricavate dello stesso paziente (chiamate dendritiche e presenti in tutto il corpo), precedentemente “targate” con antigeni specifici del tumore. Con la terza strategia la risposta linfocitaria anticancro viene evocata dall’iniezione non di cellule intere, bensì di frammenti cellulari proteici del tumore dotati di capacità antigenica, che possono sintetizzarsi senza usare cellule del paziente. Un vaccino specifico realizzato in questo modo risulta tra l’altro assai meno costoso di quello che utilizza come stimolo antigenico le cellule intere tumorali o dendritiche (circa 93 mila dollari per ciclo di cura). Tali risultati dimostrano come sia possibile “arruolare il sistema immunitario” di un soggetto per combattere efficacemente il tumore che lo affligge. A tutt’oggi si dispone solo di risultati clinici iniziali, ma nei prossimi 10 anni, e specie per tumori piccoli, i vaccini antitumore avranno un ruolo importante a fianco della terapia convenzionale. Per cancri non piccoli, prima di vaccinare converrà probabilmente ridurre il tumore tramite chemio/radioterapia, benché un vaccino per la terapia del cancro prostatico (già approvato dalla FDA) abbia dimostrato che la sopravvivenza aumenta significativamente anche quando la crescita del cancro non è stata rallentata. I benefici dei vaccini antitumorali saranno eventualmente osservabili non a breve, come avviene con le terapie convenzionali, ma dopo non meno di 12 mesi.