Il delitto di Erna Pirpamer, a prescindere dagli interrogativi sul movente che lo circondano, riporta urgentemente all’attenzione, e non solo in prima pagina, il tema della violenza sulle donne che sta assumendo dimensioni preoccupanti e sicuramente sottostimate. L’ISTAT di qualche anno fa rivela che le donne le quali nel corso della loro vita sono state vittime di violenze fisiche e/o sessuali sono milioni. Nel solo 2006, hanno subito violenza 1 milione e 150.000 donne (circa 1 su 20 in età tra 16 e 24 anni) e più di 100 tra queste sono state uccise (una ogni 3 giorni circa), paradossalmente più da mariti, partner attuali o “ex”, congiunti o conoscenti che da delinquenti comuni. Questo raccapricciante reato è anche un problema sanitario, in quanto le vittime (purtroppo solo una minoranza di esse) si rivolgono al Pronto Soccorso (PS), dove la loro esigenza va evidentemente ben oltre la cura dei lividi o l’accertamento della violenza carnale subita. L’esigenza sanitaria, infatti, “dovrebbe integrarsi con quella psicologica, sociale e legale” come scrive C. Cenci su Janus (5/2012). Insomma, sarebbe auspicabile che in PS esistesse una corsia preferenziale per vittime così sui generis, contrassegnate magari da un Codice Rosa che favorisca anche la massima discrezionalità. Immaginiamoci una giovane violentata e sotto shock messa in un letto tra altre decine di pazienti che attendono da ore le prestazioni più disparate, in un’atmosfera sovraeccitata. Sensibili tra le prime a questo problema si sono dimostrate molte ASL della Toscana che hanno realizzato una task force fatta da medici, infermieri, magistrati e forze dell’ordine, tutti sintonizzati a favorire un’assistenza privilegiata delle vittime al PS. A Grosseto, per concretizzare al meglio questo Codice Rosa, si tengono corsi di formazione ad hoc, cui partecipano centinaia di operatori sanitari e amministrativi della stessa ASL, decine di donne e uomini delle forze dell’ordine, di farmacisti e di insegnanti. L’iniziativa implementando la fiducia nelle istituzioni, si è subito dimostrata vincente per cui si è prontamente ampliata anche in altre ASL, facendo tra l’altro emergere casi di violenza che altrimenti non sarebbero affiorati. Ad esempio, dall’avvio di questo progetto, si sono identificati a Grosseto 309 casi di violenza nel 2010, 503 nel 2011, e 34 solo nel primo mese di quest’anno (per una media di circa 30 casi al mese). Il primario del PS di Bolzano Dr. La Guardia, che ho consultato al riguardo, mi conferma che anche a Bolzano il PS collabora con i Centri Antiviolenza e con la Casa delle Donne, associazioni che si occupano del problema, istituiscono anch’esse corsi di formazione specifica cui partecipano anche i medici, ospitano donne oggetto di violenza che risultano ancora in situazioni di ulteriore pericolo e collaborano ad hoc con magistrati della Procura (Dr.ssa Fava, e Marchesini). Grazie a questa collaborazione è nato un “Protocollo di intervento” per facilitare la procedura più efficace ed eticamente più consona di fronte a vittime così peculiari. Questa policy è indubbiamente molto lodevole, ma per essere operativa e discrezionale già in PS, richiederebbe naturalmente anche spazi e organici (medici, infermieri, amministrativi) adeguati. Questi obiettivi, altamente auspicabili, al momento sembrano non esserci stando alle difficoltà gestionali riportate recentemente anche dal nostro giornale proprio nel PS bolzanino sovraccaricato da un numero praticamente ingestibile di ricoverati. La mancata soluzione tempestiva del disservizio, che soffre di difficoltà oggettive e vede responsabilità multiple alle quali il personale sanitario del PS non concorre se non in misura minima, vanificherebbe in qualche misura iniziative, come Codice Rosa o Protocollo di intervento, di alta caratura etica oltre che sanitaria.