L. Del Piccolo, psicoterapista dell’università di Verona, in un recente articolo sottolinea l’importanza dell’informazione che il team di medici e infermieri operanti nelle Unità di Terapia Intensiva (ICU nell’acronimo inglese ormai usatissimo) fornisce all’entourage del paziente. Nelle ICU vanno considerati, oltre che la criticità del degente, pure i “contesti stressanti per gli operatori che vi lavorano, dal momento che in esse si impongono spesso decisioni determinanti in tempi rapidi, fronteggiando elevati livelli di complessità terapeutica”. Per la Del Piccolo, nelle ICU le informazioni ai familiari devono essere in ogni modo particolarmente “chiare, oneste e circostanziate, ma tali da non allertare persone già fortemente sollecitate sul piano emotivo”. Questa esigenza dei familiari è del tutto condivisibile pure tenendo conto del lavoro intenso e di estrema delicatezza dei medici e infermieri operanti in un ICU. Non è un caso se in queste Unità il ”burnout” (cioè l’usura da stress continuativo) di medici e paramedici si registra nel 46,5% del personale (dato 2007, registrato in Canada in 189 ICU) con ricadute assistenziali negative. Tale stress lavorativo è attribuibile a disorganizzazione, turni notturni eccessivi, abuso di ore “straordinarie”, attriti tra colleghi o tra medici e infermieri o tra operatori sanitari e familiari. A complicare i rapporti è pure l’eterogenea tipologia dei familiari. Da un‘inchiesta canadese in 6 ICU risulta che l’8,4% lascia ogni decisione al medico, il 15,6% la lascia al medico ma desidera essere informato, il 32% vuol sentire il medico ma poi decidere autonomamente, l’1,2% decide a prescindere dai medici. Ciò di cui i parenti hanno maggiormente bisogno è “percepire” che il loro parente in ICU non è soltanto un numero e che essi non vengono visti solo come degli interlocutori insistenti. In effetti l’informazione nelle ICU non è una cortesia discrezionale ma un diritto/dovere sacrosanto. E’ opportuno che pure gli infermieri (inevitabilmente interpellati perché solitamente più accessibili) sappiano cosa rispondere ai familiari per cui è bene che anche la comunicazione tra medici e infermieri sia ottimale, pena il “burnout” anche di questi ultimi. I familiari non sono insomma dei semplici visitatori con cui avere un atteggiamento compassionevole, ma interlocutori che possono contribuire al processo decisionale (“testamento biologico” incluso). Comunicare e coinvolgere l’entourage dovrebbe dunque essere per la Del Piccolo un momento essenziale del team che opera in una ICU. Da parte loro, i familiari hanno il dovere di scegliere un referente unico perché è impensabile che medici e infermieri già superimpegnati e stressati aggiornino familiari che cambiano in continuazione.