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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

ACQUA MINERALE O DEL SINDACO? ECCO I FATTORI DA VAGLIARE ANCHE SUI PRODOTTI IMBOTTIGLIATI (12 maggio 2010)

Nel mondo l’Italia è il Paese che consuma più acqua minerale, circa 12 miliardi di litri all’anno pari a 200 litri all’anno pro capite. Di questa peculiarità ce ne accorgiamo di persona quando torniamo per esempio da un viaggio dall’Inghilterra: già in Francia il numero delle acque minerali sale logaritmicamente, ma in Italia poi ci imbattiamo in un autentico…tripudio (più di 400!). Uno dei motivi di tale consenso è la convinzione che l’acqua  imbottigliata sia più pura e controllata. La Dr.ssa Lima e altri colleghi italiani (in collaborazione con esperti europei) hanno condotto un’analisi di 158 marche in commercio pubblicandone poi in dettaglio i risultati sull’ultimo numero di “Le Scienze”. Per non creare allarmi immotivati va pregiudizialmente sottolineato che in generale le acque imbottigliate in Italia (7 solo in Trentino–AA) risultano di buona qualità, a prescindere dal contenitore. Tuttavia, dall’articolo emergono alcuni particolari che suggeriscono comunque la necessità “di nuove regole per fissare i limiti di certi componenti dannosi per la salute”. Non si tratta solo dei minerali contenuti in ogni acqua e che principalmente vengono acquisiti durante il suo percorso sotterraneo, sali diversi pertanto a seconda della tipologia del terreno (nelle acque “minerali” il loro contenuto non deve essere superiore ad 1 grammo/litro e in quelle “oligominerali” ai 200 milligrammi/litro). Una maggiore attenzione è necessaria agli “elementi traccia”, presenti in microgrammi/litro. Si tratta di quantità minime dato  che 1 microgrammo è un millesimo milligrammo e quindi un milionesimo di grammo. Ciascuno di questi elementi deve essere preso in considerazione per possibili effetti tossici, e persino cancerogeni se assunto a lungo termine. Per alcuni, quali alluminio, arsenico, boro, cloro, fluoro, solfati e nitrati esistono dei limiti di concentrazione imposti dagli enti regolatori, ma non per tutti: non per il berillio, per esempio, che pure è considerato cancerogeno di gruppo 1 o per l’uranio, la cui tossicità biochimica  è molto maggiore del danno radioattivo. Quello che però stupisce di più è che i controlli al riguardo sono più rigorosi per l’acqua potabile che non per le acque minerali imbottigliate, le quali tra l’altro non sono tenute per legge a riportare la concentrazione degli elementi traccia che contengono. Ed invece l’analisi delle acque imbottigliate ha dimostrato che per molti elementi pericolosi la ”concentrazione può essere sorprendentemente elevata e superare il limite imposto dalla normativa vigente per le acque potabili.” Secondo la UE anche per l’acqua di rubinetto sono tuttavia auspicabili un’analisi geochimica più dettagliata e degli studi  epidemiologici che stabiliscano la tossicità a lungo termine, dato che pure il consumo di acqua dura…piuttosto a lungo.

Titolo originale. Acqua minerale o acqua del sindaco?

 BISOGNA FARE MOLTA ATTENZIONE ALLE PROMESSE ILLUSORIE PE RSCONFIGGERE LA CELLULITE   (5 maggio 2010)

La cellulite è una infezione batterica cutanea (con l’erisipela 200 casi ogni 100 mila abitanti) che si propaga attraverso microfessure superficiali della pelle. Il termine viene invece spesso usato, erroneamente o ad arte, per indicare l’aspetto “a buccia d’arancio” della pelle che è un inestetismo senza rischi da un punto di vista clinico. Da tempo il preparato “Somatoline” viene proposto in varie versioni su giornali e in spot televisivi per il trattamento della (pseudo)cellulite. Queste promesse non scandalizzano chi è affascinato tout court dalle suggestioni non comprovate e dalle promesse miracolose, ma non potevano non cadere sotto la lente d’ingrandimento della rubrica “Cane da Guardia” della rivista Dialogo sui Farmaci che spesso cito per la serietà, l’indipendenza e i dati sempre circostanziati che segnala. Il numero in uscita riporterà che già il 14/12/2009 il gruppo italo-britannico Manetti e Roberts, produttori del Somatoline, su richiesta del Codacons  (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell’Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori) è stato sanzionato con 490.000 euro di multa per “pratiche commerciali scorrette” correlate a messaggi pubblicitari volti a promuovere quattro prodotti snellenti della linea Cosmetic. L’Azienda ha fatto ricorso, ma la sanzione è stata confermata e la Manetti e Roberts ha ottenuto solo una riduzione della multa a 200.000 euro. Uomo avvisato mezzo salvato recita un noto adagio popolare che dovrebbe valere anche per le aziende. E invece no. Il 13/4 2010 L’Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori (ADUC) denuncia nuovamente all’Antitrust la stessa azienda accusandola di pubblicità ingannevole in quanto la crema da loro prodotta “Somatoline Cosmetic Uomo” promette all’aspirante di ridurre l’antipatica pancetta “in quattro settimane mentre dormi” e lo fa richiamandosi a test clinici che anche per l’ADUC lasciano molto a desiderare da un punto di vista metodologico. Ma come si spiega questo scarso timore di venire puniti? Si spiega con il fatto che la multa prevista dall’Authority per questi casi è un deterrente assolutamente insufficiente. Per esempio, la sanzione di cui sopra di 490 mila (poi ridotti a 200 mila) euro risulta del tutto inadeguata se confrontata con il ricavo dell’Azienda nello stesso anno, pari a 260 milioni di euro. Questa sanzione così modesta (solo una “svista” dei controllori politici?) non è sfuggita al Washington Post, il giornale del famoso Watergate, che recentemente rivela come i 2,75 miliardi di dollari di multa pagato da alcune ditte statunitensi  per aver promosso in modo fraudolento l’uso “off label” (cioè al di fuori delle indicazioni permesse) dei loro prodotti rappresenta solo l’1% degli utili tra il 2004 e il 2008, pari a ben 245 miliardi di dollari. La spiegazione sembra piuttosto convincente.

Titolo originale. Cellulite e promesse illusorie: attenti al cane!

 

NON ESAGERARE COL SALE MA SENZARICORRERE ALLA BILANCIA DI PRECISIONE

(28 aprile 2010)

In un recente articolo dei ricercatori auspicano la realizzazione di un progetto atto a ridurre l’introito giornaliero di sale (cloruro di sodio)  di 3 g, pari a 1,2 di sodio. Tale riduzione sarebbe in grado di evitare ogni anno in USA 60.000-120.000 casi di patologia coronarica, 32.000-66.000 casi di ictus, di 54.000-99.000 quelli di infarto e di diminuire i decessi relativi  di 44.000- 92.000 unità. L’attuazione del progetto comporterebbe un risparmio di spesa sanitaria di 10-24 miliardi di dollari all’anno. Gli stessi ricercatori paragonano i danni del sale al fumo, al sovrappeso, alla pressione arteriosa elevata e alla ipercolesterolemia. Tuttavia, nonostante l’autorevole rivista, è opportuno considerare queste valutazioni con senso critico. In primo  luogo,  i dati sono stati ricavati da una simulazione al computer attuata in base a dati di letteratura e non sono pertanto rilevazioni epidemiologiche dirette. In secondo luogo, si riferiscono alla popolazione americana nella quale il consumo di sale è per gli stessi ricercatori “estremamente alto”, così al di sopra dei massimi valori raccomandati in quel Paese (5,6 g al giorno pari a 2,3 g di sodio) che la riduzione suggerita dall’articolo non farebbe comunque rientrare l’introito salino entro i livelli raccomandati. In terzo luogo, l’eccesso di sale si associa spesso in USA ad un’obesità che colpisce una percentuale di popolazione ormai intorno al 40%, per cui è difficile definire il rischio specifico rappresentato dal singolo eccesso. Non esistono infine studi comparativi diretti su ampia casistica riguardanti la morbilità e mortalità di chi mangia  poco sale e quella di chi ne eccede e quindi, benché non astruse, le conseguenze dell’eccesso di sale (eccesso che  pure va quantificato meglio) sono solo plausibili, ma non perentorie. Va ricordato inoltre che per ridurre l’introito salino, molto più incisivo dell’impegno individuale risulta la politica sanitaria atta a regolamentare a monte il contenuto salino dei cibi prodotti dall’industria alimentare. Poiché almeno il 75% del sale che introduciamo deriva, e specie in USA, da cibi “processati” industrialmente, l’autocontrollo individuale sarebbe di per sé poca cosa. Gli autori auspicano infatti un preciso intervento degli enti regolatori circa il quale qualche industria in USA già si dimostra recettiva, ma non così la maggioranza delle aziende. Dato che noi non siamo americani, non mangiamo come loro e per il momento siamo anche meno obesi, qualcuno, e tra questi lo scriba (che confessa di amare il salato per prevenire l’ironia di qualche amico lettore), ritiene che basterebbe non esagerare anche senza avere sul desco una bilancia di precisione. Attenti sì alle biostatistiche, insomma, ma parafrasando il  Manzoni:  “Adelante Pedro (con la riduzione salina), ma con juicio”.

Titolo originale. Ma il sale  fa male o no?

SONO MEDICINE ILLUSORIE (27aprile 2010)

Lunedì 26 aprile, l’ Azienda Sanitaria della Provincia esalta in bella evidenza sul nostro quotidiano l’utilità del Servizio di Medicina Alternativa di Merano. Cioè afferma già “a priori” l’utilità di pratiche alternative nella cura dei tumori, segnalando nel contempo di collaborare con l’Università di Berlino  per valutare “a posteriori” se questa utilità si confermerà o meno. Ma allora, se l’utilità è già decisa a priori (come di fatto è), perché spendere tempo, denaro e uomini per dimostrarla coinvolgendo i biostatistici di Berlino? Se invece è necessario coinvolgerli per capire e valutarne l’efficacia, allora come si può già ora sostenerne l’utilità. Se si nominasse un gruppo di studio per verificare se la terra gira davvero intorno al sole, tutti la riterrebbero un’iniziativa costosa e soprattutto assurda,  perché le prove in questo senso già esistono da tempo.  Vero è che da anni si sa che le prove d’efficacia delle medicine complementari- alternative sono deludenti e inattendibili, come attestato dalle Associazioni mediche di molti Paesi, in primis Stati Uniti e Inghilterra. Pensare di investire ancora per verificare/dimostrare una cosa… già dimostrata/verificata lascia veramente perplessi. E’ del 22 febbraio 2010, come ho già riferito su questo giornale, la ennesima  presa di posizione del Comitato Parlamentare di Scienza e Tecnologia attivato ad hoc dal Parlamento inglese (sul web si trova tutto) che conclude alla lettera: ”L’agenzia regolatoria dei medicinali e dei prodotti della salute non dovrebbe permettere che i preparati omeopatici in commercio vantino benefici clinici in assenza di prove di efficacia. Poiché i preparati omeopatici non sono medicine, essi non dovrebbero più a lungo essere autorizzati dall’Agenzia” . Il Comitato di cui sopra aggiunge ancora: “Mentre da un lato il governo riconosce che non c’è evidenza che l’effetto dell’omeopatia sia superiore a quello di un placebo, dall’altro non intende comunque cambiare o rivedere la propria politica riguardante i fondi del Servizio Nazionale riservati ai preparati omeopatici”. Sempre lo stesso Comitato trova infine che non sono assolutamente giustificati ulteriori studi e sperimentazioni per dimostrare l’efficacia dell’omeopatia e lamenta che i politici, invece che basarsi su criteri validati internazionalmente, badino solamente a ingraziarsi una minoranza della popolazione che è fatta soprattutto di… elettori. A leggere queste righe e pensando all’esperienza pilota (sic!) di Merano si ha l’impressione che l’Inghilterra sia situata non oltremanica ma nella costellazione di Andromeda.  Colpiscono poi altre cosettine passate quasi inosservate tra la gente. Intanto, il dirigente del Servizio Dr. Thuile, è di nomina esclusivamente politico-amministrativa e senza concorso alcuno. In secondo luogo, l’attivazione del Servizio di Medicina Complementare-Alternativa di Merano è stato disapprovata dall’Ordine dei Medici, dal 80% dei medici intervistati di lingua sia italiana che tedesca e dall’Associazione Nazionale degli Oncologi Ospedalieri che si è riunita proprio  a Bolzano mesi fa. Il Dr. Thuile, nella pagina a cura della ASL, oltre a prevedere l’esito della sperimentazione in fieri, fa delle affermazioni stupefacenti per la loro ovvietà come quella che il paziente neoplastico o con patologia importante vada aiutato per ”..migliorare la qualità della vita del paziente oncologico e ad incrementare la capacità di accettazione della cura tradizionale, in modo tale che sopporti meglio gli effetti collaterali indesiderati; il tutto a vantaggio  della bontà del risultato.” Ma chi mai può osteggiare questo tipo di medicina “umana” centrata sull’individuo sofferente? Siamo convinti che gli ottimi e umanissimi oncologi del reparto ospedaliero di Bolzano non si preoccupino degli effetti collaterali dei pazienti che curano? I medici che non si occupino della realtà complessa del malato e che non si preoccupano della qualità della sua vita sono pessimi medici, quale che sia la pratica medica adottata. A meno che non si voglia suggerire che i colleghi sul territorio o in ospedale che non praticano le complementari-alternative sono inumani o quanto meno incongrui e gli alternativi dei santi. Questo sarebbe veramente offensivo per tutti i colleghi, i quali in effetti a voce,  anche con chi scrive, si dicono indignati. Tuttavia, pochi protestano pubblicamente (e questa è un “mea culpa” che dovrebbero farsi), anche se con l’attenuante che essi sanno di contare poco e che le decisioni sono solo politiche e non mediche. Al Dr. Thuile e ai suoi 8 collaboratori si dà uno spazio anche radiofonico che altri specialisti sul territorio o in ospedale si sognano. La guarigione di una leucemia fulminante in ematologia o l’asportazione di un tumore cerebrale in un bambino di due anni che lo farà crescere normale, la guarigione chirurgica o radioterapica di un cancro prostatico, ha meno riconoscimenti aziendali  di una cefalea che passa dopo (mediante?) agopuntura. E’ un peccato questo procedere acritico o quanto meno disinformato, perché come altre volte ho avuto modo di riconoscere pubblicamente, e, giorni fa direttamente  al Dr. Zerzer, il nostro Assessorato ha secondo me parecchi fiori all’occhiello che ne dimostrano sensibilità ed efficienza. Basti ricordare la costante campagna a favore delle vaccinazioni per la prevenzione di importanti malattie infantili (vaccinazioni fortemente osteggiate “per principio” dagli omeopati e da altri terapeuti alternativi)  e la realizzazione della Biblioteca Medica Virtuale (BMV) che consente ai medici della nostra Provincia di consultare le più importanti riviste mediche del mondo, di apprendere e aderire quando possibile alla “evidence based medicine” (EBM), cioè alla medicina basata sulle prove. E’ tuttavia stupefacente che uno spazio così ampio lo si conceda contemporaneamente anche dalla stessa BMV alle medicine che sono l’opposto della medicina basata sulle prove, quella alternativa. Come dire che si può essere contemporaneamente vergini e anche  generose erogatrici di piacere. Infine, un commento sull’aggiunta dell’aggettivo “complementari” o, come qualche manager ha chiamato, “supplementari” a quello di   “alternative”. Questo per giustificare un’armoniosa collaborazione tra omeopatia e allopatia. Qui la poca cultura specifica ha indotto in errore questi perfezionisti lessicali. Dare “qualcosa in più” oltre alle medicine convenzionali, fosse  gratificante anche sotto il solo profilo psicologico, è un intento da sottoscrivere ed è una pratica doverosa, normalmente prevista e adottata dalla buona medicina convenzionale, ma la commistione delle due “filosofie” è un’altra cosa. Omeopatia e allopatia non possono coesistere concettualmente, e i loro presupposti sono  così diversi che lo stesso suo fondatore Hahnemann afferma “che le due medicine sono così contrarie che solo chi non lo sa può illudersi che si possano abbinare e persino si può arrivare alla ridicolaggine di curare il malato a suo piacere, ora allopaticamente ora omeopaticamente. Questo costituisce un tradimento delittuoso della divina omeopatia.” No comment., con la certezza che la sordità più grave è quella di chi non vuole sentire.

 

 

 

 

Titolo originale. Azienda sanitaria e perplessita’ inevitabili.

NEPOTISMO E IMMOBILISMO UCCIDONO L’UNIVERSITA’ MA LA LUB SEMBRA IMMUNE(21aprile 2010)

E’ comparso giorni fa su un quotidiano nazionale un articolo di Lattanzi sulla riforma universitaria in Italia che dovrebbe prevedere la valutazione periodica dei docenti da affidare a organismi di controllo europei e l’arruolamento di nuovi docenti che per un terzo dovrebbero non provenire dalla stessa università che li acquisisce. Lo scopo è quello di evitare il perpetuarsi, almeno a Medicina, lo sfacciato nepotismo  attualmente vigente, denunciato più volte anche in questa rubrica ed espresso da due realtà: il “familismo”, cioè la presenza di molti familiari (figli, generi, nuore, cognati) nello stesso ateneo e persino nella stessa facoltà, e il “localismo”, che invece è la nomina dei docenti in base a criteri politici territoriali e soprattutto “di casa”, facilmente controllabili e condizionabili. In ambedue i casi, il merito di chi viene nominato è ritenuto il parametro meno determinante. L’articolo in questione viene commentato dal prof. Gabriele Mazzacca, autorevole cattedratico dell’Università di Napoli, il quale sottolinea come molte buone intenzioni di rinnovamento sbandierate da decenni non siano mai state tradotte in atti concreti. E non solo per colpa dei politici, ma degli stessi rettori e senati accademici (trasversali ideologicamente) che, salvo eccezioni, la “rivoluzione meritocratica” non l’hanno mai vista di buon occhio. Nella sua chiosa Mazzacca ricorda che quando una cinquantina d’anni fa egli si laureava in Medicina a Napoli, i docenti erano una ventina e la metà proveniva da altre sedi, a dimostrazione che un qualche inserimento “extra” era pure tentato. Oggi nella stessa Facoltà i docenti sono centinaia, tutti “nati e cresciuti in quella università.” Mazzacca, per nulla sospetto di critiche velleitarie e di rancore sociale (figlio di autorevole Direttore di Giornale e marito della figlia di Giovanni Ansaldo grande supporter di Galeazzo Ciano), conclude che se qualcuno vuole davvero riformare deve “anzitutto incidere sul meccanismo di elezione degli organi di autogoverno universitari. Cioè sulla scelta dei rettori, dei presidi, dei direttori di dipartimento, dei membri delle commissioni giudicatrici concorsuali.” Altrimenti, pressioni politiche a parte, su qualsiasi decisione prevarrà il voto di docenti mediocri, di cui i vertici universitari, fossero anche decisi a fare, diventano di fatto ostaggi. Si riuscirà a realizzare questi obiettivi? – si chiede concludendo Mazzacca. Da quanto leggo in questi giorni, la LUB, che per l’altro (per fortuna?) non include la facoltà di Medicina, sembra invece procedere nella giusta direzione, se è vero che si progetta un suo potenziamento e un cospicuo arrivo di competenze anche “da fuori”. Io mi auguro veramente che così avvenga, perché la nostra città non può che beneficiare di maggiore cultura e di autentico prestigio.

 

 

 

 

Titolo originale. Nepotismo e immobilismo uccidono l’universita’

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