LA PILLOLA ABORTIVA TRA MEDICINA, VATICANO E POLITICA (agosto 2009)
Su un qualsiasi tema complesso la “conditio sine qua non” è cercare di capire prima di prendere posizione. Questo vale anche per la RU-486 (mifepristone), la cosiddetta pillola abortiva (da non confondere con “la pillola del giorno dopo”, già disponibile da tempo), ideata nel 1982 da Etienne-Emile Baulieu. Il mifepristone blocca i recettori del progesterone (il lettore li immagini come delle serrature) presenti nella mucosa dell’utero. Questa, non “alimentata” dal progesterone (il lettore lo immagini come una chiave che non riesce a entrare nella serratura bloccata appunto dalla RU-486) risulta non adatta ad accogliere un eventuale embrione che viene quindi espulso, senza necessità di intervento chirurgico (per i fautori della RU-486 più pericoloso e più traumatizzante). A distanza di 24-36 ore dall’assunzione della RU-486 viene somministrata una prostaglandina, farmaco che stimola le contrazioni dell’utero e facilita così l’espulsione dei tessuti embrionali. L’espulsione nel 70% dei casi avviene nelle prime ore, nel 30% circa avviene più tardivamente. Impiegata in Francia 6 anni dopo tra le vive proteste degli antiabortisti, la RU-486 guadagna nel 2005 l’approvazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che la include tra i farmaci essenziali. Attualmente la RU-486 è in vendita in molti Paesi piuttosto eterogenei quanto a influenza della Chiesa, da quelli scandinavi più “laici” (Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia) a quelli con componente religiosa più consistente (tra i quali Spagna , Austria, Germania e Benelux). In Italia le prime esperienze con il mifepristone sono condotte nel 2005 all’Ospedale Sant’Anna di Torino, anche in questo caso tra vivacissime e legittime proteste del Vaticano e di alcuni movimenti “pro life”.
L’approccio alla delicata questione può evidentemente avvenire con due ottiche diverse, quella cattolico-religiosa e quella medico-scientifica. Secondo la prima, che è quella della Chiesa, c’è poco da discutere: chi per principio del tutto legittimamente ritiene che la vita potenziale vada comunque difesa e mai impedita in quanto dono divino, sarà contrario non solo all’aborto chirurgico o farmacologico, ma pure ad ogni tecnica anticoncezionale (profilattici, contraccettivi, diaframma etc). I non cattolici (ed i non pochi cattolici meno osservanti), invece, considerano la RU-486 in ottica esclusivamente medica e il problema principale è quello di stabilire se l’efficacia e i rischi per la donna sono minori di quelli dell’aborto chirurgico, restando naturalmente nei limiti di ciò che prevede la “Legge 194” del 1975 che pone paletti molto precisi. Secondo l’Associazione Italiana per il Farmaco (AIFA) la RU-486 può essere concessa solo entro la settima settimana di gravidanza e solo in ospedale, una norma questa più restrittiva di quella prevista per l’aborto chirurgico consentito entro i 90 giorni. Conviene ricordare che il fine della Legge 140, vigente grazie ad un esito referendario che ha visto sintonizzati a larga maggioranza credenti e non, non è certo quello di favorire l’aborto, che non è un obbligo per nessuno ma una scelta sempre sofferta e drammatica, ma quello di impedire che la donna che già ha deciso di abortire non sia più vittima di aborti clandestini pagati a peso d’oro, non di rado imposti dal maschio più che voluti, e soprattutto attuati da mammane in condizioni igieniche spaventose e rischiose. Dopo l’introduzione della “194” il numero degli aborti/anno risulta infatti calato e non aumentato. Per l’AIFA la RU-486 deve essere preceduta da un’esauriente informazione della donna che chiede la pillola, erogabile come si è detto soltanto in ospedale, e la donna dovrebbe rimanere ricoverata fino alla sicura espulsione dell’embrione. Ma l’espulsione entro 3 giorni sembra non tassativa per cui gli oppositori manifestano forte preoccupazione che il ricorso alla RU-486 sia un metodo che “intrinsecamente porta la donna a partorire a domicilio” (Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare). Gli antiabortisti insistono pure, a prescindere dagli aspetti etici, sulla maggiore pericolosità dell’aborto farmacologico che sarebbe fino a 10 volte maggiore di quella registrabile con l’aborto chirurgico. Tale preoccupazione non risulta però condivisa dalla OMS e dagli enti regolatori della Sanità dei numerosi Paesi in cui la vendita è consentita, in alcuni dei quali la pillola è persino prodotto da banco e quindi acquistabile senza nemmeno prescrizione medica. Sembra lecito supporre che le autorità sanitarie di questi Paesi non abbiano registrato una pericolosità della RU-486 superiore a quella dell’intervento chirurgico: se così invece fosse i gestori della sanità di quelle nazioni sarebbero oggetto di meritata denuncia e le riserve mediche dei “contrari alla RU-486” sarebbero ovviamente ultragiustificate. Tuttavia, commentando i 29 decessi attribuibili alla RU-486 nel corso di vent’anni di impiego, il ginecologo Viale che per primo ha somministrato la pillola al Sant’Anna di Torino fa presente che i morti per aspirina ogni anno sono molti di più (50 i decessi in un solo anno negli USA). Ma anche questi dati medico-statistici, che dovrebbero essere oggettivi e affrontati “aequo animo”, sono oggetto di disputa nel mondo politico e, paradossalmente, pure all’interno di ambedue gli schieramenti. Ad esempio, l’on. Mantovano (PdL) afferma che la RU-486 è “un pesticida antiumano e una sconfitta della civiltà da un organismo tecnico (l’AIFA, NdA) contro il parere del governo”, mentre per il ministro della Gioventù Giorgia Meloni (PdL) la RU-486 è sicuramente “meno invasiva di un intervento chirurgico”. D’accordo con lei il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo (PdL) che non ha obiezioni alla RU-486 purché questa sia assunta “sotto controllo ospedaliero”. Il capogruppo PdL alla Camera, l’on. Cicchito, si limita invece a dichiarare che c’é da fidarsi dell’AIFA (i cui rappresentanti attuali sono stati nominati da questo governo per cui non è certo ipotizzabile un’azione antigovernativa di tale ente). Si può notare come argomentazioni mediche e etico-religiose si mescolino in varia guisa. Gli anti-RU-486 hanno comunque come punto fermo la “difesa della vita”, i fautori della RU-486 mettono in primo piano la difesa della donna e della sua autonomia decisionale. La condanna della Chiesa, netta e di per sé ineccepibile, si è espressa persino con minacce di scomunica e con invito all’obiezione di coscienza. Mentre sembra condivisibile il timore che con l’arrivo della RU-486 la gravidanza venga vissuta superficialmente, come un “incidente” facilmente superabile e con conseguente banalizzazione dell’aborto, anche in parte del mondo cattolico desta perplessità lo zelo così diverso del Vaticano nello stigmatizzare la RU-486, stigmatizzazione decisamente più blanda di quella riguardante il comportamento “disinvolto” e le dichiarazioni al riguardo del nostro Presidente del Consiglio. Sofferte in proposito le conclusioni del teologo Vito Mancuso, ex-prete, attualmente docente di Teologia Moderna alla facoltà di Teologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, contrario all’aborto (ma favorevole agli anticoncezionali che ne riducono il rischio). Scrive Mancuso: “Se la RU-486 sopprime la vita fisica, le vicende “sentimentali” dell’uomo più importante d’Italia (e quindi inevitabile modello per milioni di persone) sono una seria minaccia per la vita a livello morale. E come la pillola abortiva colpisce i più deboli, cioè gli esserini che non chiedono altro che di venire al mondo, allo stesso modo l’irrisione della famiglia, e delle sue regole nella vita privata di chi gestisce il potere, colpisce la coscienza dei più deboli, in questo caso i giovani, da sempre affascinati dagli uomini di successo. Temo però che il presidente dei vescovi, il quotidiano cattolico e le altre istituzioni ecclesiastiche non scenderanno mai in campo con la stessa passione morale. Mi chiedo perché, e non so rispondere”. Una bella domanda.