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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

La rivista Frontiers in Microbiology del 5 marzo 2018 pubblica una ricerca italo-svizzera di ben 38 pagine riguardante la possibile influenza della dieta sul “microbiota”, cioè sulla flora batterica che convive nell’intestino dell’uomo senza danneggiarlo, anzi contribuendo al suo benessere. La presenza di questa flora é un esempio di collaborazione reciprocamente vantaggiosa tra intestino ospite e batteri ospitati. Alla nascita l’intestino dei neonati è sterile, ma viene prontamente colonizzato a partire dal parto: in quello naturale dai batteri presenti nel tratto riproduttivo e rettale della madre e poi grazie all’allattamento e ai cibi che via via il neonato ingerirà. Dopo un cesareo la colonizzazione avviene invece ad opera dei batteri ambientali e lo stesso dicasi per in neonati non allattati. La stabilizzazione della flora nei neonati naturali (almeno 100 miliardi di batteri/grammo di feci) avviene dopo un mese, e dopo almeno 6 mesi nelle altre situazioni. Il microbiota umano è utile alla degradazione delle sostanze che l’intestino non è in grado di digerire (ad es., la cellulosa e la cartilagine) e alla sintesi di vitamine essenziali come la K. Nell’uomo esistono milioni di specie batteriche per cui il relativo numero dei geni (“microbioma”) é 100 volte quello del genoma umano. Anche da queste “dimensioni” si intuisce l’importanza del microbiota, per cui alcuni lo considerano un organo vero e proprio. Da qui l’interesse di verificare se diete diverse come quella più abituale onnivora o la vegetariana o la vegana siano in grado di modificare il microbiota con eventuali conseguenze (positive o negative, a prescindere da scelte ideologiche). Concettualmente era ipotizzabile una differenza nella flora batterica in chi si nutre con diete così differenti e pertanto lo studio è stato molto rigoroso sotto il profilo metodologico. Sono stati indagati 101 volontari normopeso includenti soggetti onnivori, vegetariani o vegani, ai quali veniva richiesto di annotare accuratamente su di un diario i dettagli della dieta seguita e di fornire  un campione fecale sul quale poter poi analizzare la composizione del microbiota. Utilizzando metodologie diverse e complesse, con una certa sorpresa non emergeva alcuna differenza nella composizione della flora batterica e, in particolare, non risultava prevalere una flora immaginata più compatibile con un alimentazione ricca in fibre alimentari. Analizzando il diario, i ricercatori constatavano che una dieta ricca in grassi e povera di zuccheri era un elemento comune nei 3 gruppi di soggetti, e a questo hanno attribuito la relativa  omogeneità delle popolazioni microbiche dell’intestino. La scelta di diete inabituali, benché rispettabile filosoficamente, non sembra comunque garantire vantaggi in termini di salute ipoteticamente attribuibili a un microbiota più salubre.

Di stress post-traumatico (SPT) ne abbiamo già scritto in rubrica ricordando in quell’occasione che tale condizione è stata studiata particolarmente in molti reduci del Vietnam. Chi ne soffre rivive in qualche misura, in modo intermittente o continuativo, l’esperienza traumatizzante che ha subito in precedenza. Il soggetto affetto, specie in ricorrenze particolari, va incontro a incubi, a instabilità emotiva, ansia e depressione e tende a inibirsi per non ricordare, evita di sognare, lamenta spesso dolori e disturbi vari, disturbi del sonno inclusi. Ovviamente, lo stress post-traumatico non riguarda solamente  i reduci di guerra, e affiora persino dopo un intervento chirurgico se l’anestesia è stata inadeguata (il paziente sotto i ferri rimarrebbe vagamente consapevole dell’insulto fisico subito). Lo SPT sarà particolarmente pesante dopo eventi tragici ricchi di conseguenze a lungo termine come terremoti, tsunami, tragedie familiari. Un benvenuto pertanto al libro appena edito da Pensiero Scientifico Editore (Roma) intitolato “La sofferenza psicologica da disastri naturali e traumi importanti”. Il volume (175 pagine) si occupa proprio dello SPT subito da soggetti che hanno vissuto un evento catastrofico quale, ad  esempio, i terremoti che anche di recente hanno causato tragedie indelebili. Gli autori del volume (Jessica. Hamblen, Rita Roncone, Laura Giusti, Massimo Casacchia) hanno voluto proporre a coloro che nei Servizi di salute mentale si occupano di soggetti affetti da SPT così peculiare un metodo di intervento cognitivo-comportamentale specifico. L’obiettivo è quello di bloccare le conseguenze dello stress evitando di far diventare necessariamente chi ne soffre un malato psichiatrico. Il metodo cognitivo-comportamentale si basa su solide evidenze scientifiche: “cognitivo” significa che si cercherà di correggere i pensieri negativi ricorrenti del soggetto che ha subito il trauma e “comportamentale” significa che si tenterà di modificare le ormai acquisite reazioni allo stress che si è vissuto e che riaffiora. Parlare di terapia cognitivo-comportamentale è elegante ma attuarla in modo appropriato è difficile per varie ragioni dato che non è alla portata di tutti e data la molteplicità delle conseguenze dello SPT, quali: danno dell’integrità psicofisica, perdita di persone care e dell’unità familiare, perdita della casa e della sicurezza economica, perdita di abitudini consolidate, perdita del ruolo e delle relazioni sociali, scomparsa di prospettive per il futuro. A tal fine gli autori hanno ideato un Manuale per gli operatori e pure un “Quaderno“ di lavoro per l’utente di 124 pagine (il Quaderno è acquistabile anche separatamente dal volume). Il libro è di prevalente interesse specialistico, ma i dettagli di cui è ricco sul come affrontare le sequele di una catastrofe sono utili anche ai comuni lettori.

Uno screening prevede l’attuazione di un test diagnostico a tappeto in una popolazione asintomatica. L’obiettivo è quello di cogliere all’inizio dei segni di malattia. Il cancro del colon-retto (CCR) per incidenza e mortalità é il terzo tumore maligno nell’uomo (dopo quello del polmone e della prostata) e, nella donna, il secondo (dopo quello del seno). In Italia si registrano 40 nuovi casi/annoi ogni 100 mila abitanti. Lo screening per il CCR si attua dopo la cinquantina con la ricerca del “sangue occulto” (SO) con metodo immunologico (non influenzato dalla alimentazione) in un campione di feci per tre giorni di seguito oppure, specie se il test risulta positivo, con coloscopia sinistra (“sigmoidoscopia”) o meglio con la pancolonscopia flessibile che esplora l’intero colon. Lo screening endoscopico è giustificato perché: 1. La maggioranza dei cancri si sviluppa da polipi preesistenti asintomatici (che possono però provocare un microsanguinamento non visibile a occhio nudo); 2. I polipi sono asportabili in corso di colonscopia; 3. La degenerazione in cancro di un polipo inizialmente benigno richiede in media intorno ai 10 anni; 4. L’asportazione dei polipi elimina il rischio degenerativo. Secondo la Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro grazie alla ricerca del SO, attuata regolarmente ogni 2 anni, si avrebbe una riduzione di mortalità per CCR oscillante tra il 10 e il 40%. La validità dello screening è confermata pure da uno studio europeo che tra il 2012 e il 2018 ha evidenziato una conseguente riduzione dei decessi del 6,7% negli uomini e del 7,5% nelle donne. Importante è che lo screening sia attuato con regolarità da soggetti adeguatamente  informati dal medico curante e che siano disponibili delle strutture sanitarie idonee. Circa l’esame endoscopico, è poi auspicabile che gli esecutori siano capaci di esplorare il colon fino al cieco. Inoltre, gli endoscopisti non devono essere meno attenti influenzati dalla consapevolezza che essi stanno esaminando soggetti prevedibilmente normali. Fatti salvi questi requisiti, lo screening deve  realisticamente considerarsi prezioso sia per l’individuo, che vede significativamente ridotti il rischio tumorale e la mortalità, sia per la spesa socio-sanitaria (rapporto costo/benefico a netto favore del beneficio). Queste conclusioni sottolineano quanto grave e inaccettabile sia la vistosa differenza nel ricorso allo screening  per cancro CCR  tra  Nord (accesso possibile per il  71,6% della popolazione) e Sud (7% della popolazione), dieci volte di meno. Se non si interviene ciò comporterà un incremento dei decessi CCR-correlati molto maggiore nel meridione. Ma che Paese è mai questo?  O si cambia, o dovremo dare ragione a Klemens von Metternich secondo cui “L’Italia è solo un’espressione geografica” (significato della frase per altro controverso).

Numerosi soggetti casualmente vengono punti da una o più api con conseguenze prevalentemente locali (dolore, edema, bruciore, prurito), ma talora anche generali (malore, mancanza di respiro) fino allo shock anafilattico che può essere mortale se non si interviene prontamente con farmaci adatti (in primis adrenalina). Comunque, con l’eccezione di bambini predisposti e di soggetti allergici che possono accusare uno shock dopo anche una sola puntura d’ape, per provocare un decesso sono necessarie centinaia di punture. Il secreto ghiandolare delle api introdotto con il pungiglione è ricco di diverse sostanze alcune delle quali lesive per le membrane cellulari (in primis, peptidi come la melittina e l’apamina) e altre non tossiche ma allergizzanti (come l’istamina). Le reazioni alle punture d’ape, più frequenti in apicultori e contadini (nel 20-30%), sono ben conosciute, ma meno noto è che con “apipuntura” qualcuno ritiene di poter curare malattie serie come la sclerosi multipla, l’atrofia muscolare progressiva (malattia che ha colpito lo  scopritore dei “buchi neri”, Stephen Hawking), il morbo di Parkinson, mionevralgie e artriti, il dolore da cancro e altro ancora. Per le malattie importanti orfane di cure efficaci ogni ipotesi terapeutica è naturalmente lodevole e auspcabile, purché ne sia verificata l’efficacia mediante studi clinici rigorosi (che al momento mancano completamente) e purché le cure non siano proposte in base a segnalazioni aneddotiche o unicamente a tradizioni antiche. Ha suscitato quindi molto sconcerto che in Spagna, in marzo 2018, una donna di 55 anni sia deceduta per shock anafilattico non perché aggredita da uno sciame di api inferocite, ma in un ambulatorio  durante una seduta  di apipuntura che prevede l’impiego di api vive. Le punture sono state attuate premendo ventiquattro insetti sul corpo della paziente fino ad ottenere l’espulsione dalla cute del pungiglione e della sacca velenifera. Da due anni la donna si sottoponeva all’apipuntura regolarmente ogni mese per trattare cronici dolori muscolari e mai aveva accusato fino ad allora reazioni al secreto delle api, reazioni che risultano possibili anche se assenti nelle sedute precedenti. L’apipuntura a scopo terapeutico (e anche cosmetico) è una pratica diffusa da secoli in Oriente, ma da pochi anni è stata “lanciata” anche in Occidente grazie a qualche famoso personaggio dello spettacolo o del cinema che funge da indebito “testimonial”. Prove d’efficacia e sicurezza dovrebbero essere dunque richieste con forza dai pazienti prima di rischiare, chiedendo consiglio anche al proprio medico di fiducia a meno che non sia esso stesso un convinto apiterapeuta!). Lo  shock in pazienti apitrattati, come la donna spagnola, è un naturalmente un evento molto raro ma ciò non importa nulla a  colui o colei che muore credendo di farsi curare.

I cosiddetti  “integratori alimentari” sono preparati in vendita senza obbligo di ricetta medica e senza studi che ne documentino efficacia e sicurezza. Essi devono solo dimostrare l’applicazione corretta della Buona Pratica di Produzione (“Good Manufactoring Practice”) il che significa in termini chiari la garanzia che questi preparati non contengano contaminanti viventi, quali virus o batteri, o composti notoriamente tossici come i metalli pesanti quali in primis mercurio,  piombo, cadmio, alluminio. Nelle farmacie ormai ci sono quasi più integratori che farmaci. Il fenomeno ha indotto il Giornale della Società Medica Americana (JAMA) a occuparsi del problema, rivelando dimensioni ignorate dalla maggior parte dei cittadini: 90 mila prodotti per un fatturato di negli USA di oltre 30 miliardi di dollari (versus i 3 di fatturato  in Italia). Tra i più venduti troviamo gli integratori multivitaminici e a seguire i preparati che vantano benefici dimagranti. Soprattutto gli studenti intervistati (imbeccati dai genitori?) ricorrono ai multivitaminici non tanto per colmare eventuali deficit nutrizionali quanto  per  migliorare ipoteticamente l’apprendimento o favorire un generico benessere generale. Altri acquirenti degli integratori alimentari ritengono che l’uso di questi possa servire per prevenire le malattie, ciò che  evidenzia una differenza veramente abissale tra le idee personali influenzate dai messaggi promozionali e le evidenze scientifiche di cui chi li compra ignora l’opportunità. Questa ingenuità non va imputata solo a chi li acquista ma anche a non pochi medici come riporta di recente il Nutrition Journal. Nella maggior parte dei casi, l’utilizzo di integratori viene raccomandato per supportare la matrice ossea (58%), per potenziare e mantenere lo stato generale di salute (53%) o, in misura minore, per compensare un presunto scarso apporto di nutrienti con l’alimentazione (42%). Del ruolo degli integratori alimentari si sono occupati numerose  istituzioni quali  il Gruppo di Lavoro Salute e qualità della vita della Federazione Italiana Scienze della Vita (Fisv), di cui fanno parte anche la Società Italiana di Farmacologia (Sif), l’Associazione Antropologica Italiana (Aai), la Società Italiana di Chimica Agraria (Sica), la Società Italiana di Mutagenesi Ambientale (Sima), la Società Italiana di Microbiologia Generale e Biotecnologie Microbiche (Simgbm) e la Società Italiana di Patologia Vegetale (SIPAV). In definitiva, le analisi scientifiche sull’utilizzo degli integratori alimentari portano a concludere che nella stragrande maggioranza dei casi il loro uso non è necessario e che una buona dieta è più che sufficiente a correggere eventuali carenze  di oligoelementi o vitamine (che vanno comunque dimostrate e non solo ipotizzate). Il medico di famiglia dovrebbe insistere su questa linea di condotta.

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