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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Tutti conoscono il Nobel premio istituito da Alfred Nobel (industriale svedese inventore della dinamite) il 27 novembre del 1895, ma assegnato la prima volta a Stoccolma per chimica, fisica, letteratura, medicina e per la pace (questo a Oslo) solo nel 1901. L’ambito riconoscimento viene notoriamente attribuito a persone distintesi in campi specifici (ricerche scientifiche originali, tecniche innovative, contributi socio-culturali eccezionali). Di fatto sconosciuto ai non addetti è invece il premio Ig-Nobel (o IgNobel, scritto “allusivamente” senza trattino), sponsorizzato dalla rivista ”Annals of Improbable Research”, il quale a partire dal 1991 viene anch’esso assegnato ogni anno dall’Università di Harvard a autori di ricerche “strane, divertenti, e perfino assurde”. I vincitori non sono persone stravaganti ma scienziati autorevoli (almeno fino a quel momento!) scivolati poi nell’inconsistenza. Il Premio Ig-Nobel, previsto anche per il 2014 con cerimonia trasmessa ampiamente dai media, è vissuto malvolentieri da chi lo riceve. Data l’ineffabilità delle loro ricerche era del resto improbabile per gli autori vincere il Nobel senza la “Ig” davanti. Dei 23 Ig-Nobel assegnati, scelgo 10 ricerche premiate particolarmente stupefacenti, considerato che gli autori sono scienziati e non dei burloni: 1. scoperta che i piedi puzzano solo in coloro che credono di avere i piedi che puzzano; 2. scoperta che quattromila meditatori riducono del 18% i crimini a Washington; 3. studi sulla respirazione forzata da una sola narice; 4. spennamento di un pollo come misura di velocità di un tornado; 5. potenziamento della felicità dei molluschi con somministrazione di Prozac; 6. dimostrazione che le aringhe comunicano tramite flatulenze; 7. dimostrazione che gli scarabei stercorari sono schizzinosi; 8. scoperta che le decisioni sono peggiori se scappa la pipì; 9. scoperta che le mucche cha hanno un nome producono più latte delle altre; 10. dimostrazione che i microbi si aggrappano agli scienziati con la barba.

Sconcerto ulteriore è che uno scienziato possa incorrere di nuovo nell’assurdo, beccandosi un Premio Ig- Nobel due volte. È successo a Jacques Benveniste, immunologo francese: primo Ig-Nobel nel 1991, assegnatogli per aver “scoperto la memoria dell’acqua” (sic!), così cara agli omeopati, e secondo Ig-Nobel nel 1998, in questo caso per aver “scoperto” la trasmissibilità della suddetta memoria via  telefono o via internet. Ma il …“ravvedimento” è possibile. Stefano Oss, fisico dell’Università di Trento, mi segnala che il fisico A. Geim, vincitore dell’Ig-Nobel nel 2001 per avere descritto il galleggiamento “per aria” di una ranocchietta grazie a un campo magnetico ad hoc, dieci anni dopo vinceva un Premio Nobel “vero” per aver scoperto il grafene, struttura planare del carbonio covalente.

Tra i risparmi in Sanità possibili e auspicabili dovrebbe esserci anche quello che deriva dalla non-sponsorizzazione da parte di Stato, Regioni e Province di iniziative che risultano a favore di cure aleatorie o pericolose proposte da medici notoriamente radiati dall’Ordine e condannati da tribunali di Germania, Austria, Francia, Spagna e Belgio, con sanzioni pesanti applicate solo parzialmente soltanto perché gli “inventori” di tali terapie sono contumaci. È doveroso allora indignarsi per  la presentazione del libro ”Hamer ha ragione e la medicina è sottosopra” di Carlo Canizzaro tenutasi il 18 settembre al Festival Letterario ”Pordenone Legge”. Nel sito ad hoc (www.pordenone legge.it/edizione/2014) l’Autore del libro, fisioterapista, viene presentato come esperto di “medicina vibrazionale,…con innumerevoli esperienze in campo energetico, … istruttore di Energia Universale e… divulgatore delle conoscenze sulle Energie Sottili”.  Non sconcertano  tanto né questi cenni biografici né la presentazione del libro, quanto il fatto che la manifestazione risulti finanziata dalla Regione Friuli-Venezia Giulia nonché, dalla Provincia e dal Comune di Pordenone e dalla Camera di Commercio. Risorse pubbliche utilizzate per promuovere non l’educazione sanitaria, bensì una pericolosissima pseudo-medicina bandita dalla comunità internazionale e dai tribunali. La gravità di iniziative di questo tipo emerge con evidenza già dalla stessa biografia stranamente dimenticata di Ryke Geerd Hamer, ciò che concorre al riaffiorare periodico della sua “Nuova medicina Germanica”, illustrata nell’ormai lontano 1981 alla TV bavarese “Bayerischer Rundfunk” e poi, nello stesso anno, anche in RAI. Da numerose fonti (reperibili facilmente pure in rete) risulta che Hamer si è laureato in medicina in Germania nel 1962 e specializzato in medicina interna 10 anni dopo, nel 1972, ma mai in ginecologia e oncologia come qualcuno riferisce (e che comunque sarebbe irrilevante). Hamer, nome ignoto fino agli anni ‘80, attira l’attenzione dei media, quando il figlio diciannovenne Dirk, viene ammazzato all’isola del Cavallo, in Corsica, con una fucilata dal “nostro” principe Vittorio Emanuele (condannato a 6 mesi nel ’91 per porto abusivo d’arma da fuoco ma assolto dall’accusa di omicidio volontario). Mesi dopo l’uccisione del figlio,  Hamer ammala di un cancro al testicolo per cui subisce due interventi a Tübingen (grazie ai quali vive ancora!), maturando l’idea che l’elemento scatenate del tumore sia stato per lui il dramma del figlio. Sviluppa allora, senza alcun supporto scientifico, la teoria generale che i tumori non esistono come malattie, ma sono la conseguenza di “conflitti biologici” risolti i quali il tumore guarisce. Comincia pertanto a curare i pazienti con tumore maligno in base alla sua teoria, vietando loro ogni cura oncologica medica o chirurgica già disponibili. Questa scelta irresponsabile comporta  inevitabili decessi a breve, per cui già nel 1986 l’Ordine dei Medici di Coblenza decide di radiarlo. Hamer (attualmente contumace in Norvegia) continuerà tuttavia ad esercitare abusivamente, andando incontro a una serie di  processi e condanne pesanti tra il 1990 ed il 1997. Nel 2001 viene condannato a 18 mesi, sempre in contumacia, per esercizio abusivo della professione medica e mancata assistenza di persone a rischio e nel 2004 viene arrestato in Spagna e poi estradato in Francia. Ulteriore clamorosa condanna è quella inflittagli dalla procura di Cottbus, in Germania, per il suo incitamento all’antisemitismo. Per Hamer, infatti, i perfidi ebrei si curano di fatto secondo i canoni della Nuova Medicina Germanica, ma non lo dicono ai “non ebrei” per privarli delle cure giuste, le sue. Tumori e metastasi insomma non si devono trattare perché non esistono come malattie (basterà risolvere il “conflitto biologico”), non si devono combattere nemmeno i virus e i batteri perché questi sono “amici” dell’uomo (cosa che per alcuni batteri in parte è vero, ma per motivi del tutto peculiari!) e gli stessi morfinici vanno banditi. Tra i pazienti con cancro del rene, del seno, del polmone, linfomi sottratti da Hamer a terapie talora salvavita ci sono non pochi bambini. Quando i pazienti da lui curati muoiono, la colpa non è della sua cura ma del malato stesso (o dei suoi famigliari se si tratta di un bambino), che non hanno saputo  risolvere il “conflitto interiore”. Il numero dei deceduti per sospensione di ogni cura oncologica è largamente sottostimato (superiore di certo ai 150) sia perché la gente non parla vergognandosi di essersi illusa, sia perché prima del decesso i pazienti curati con il metodo Hamer nelle cliniche abusive, chiuse regolarmente dalle autorità, vengono trasferiti in altri ospedali ed è qui che si registrerà il decesso. Questi dati sconvolgenti dovrebbero bastare a frenare la diffusione di teorie terapeutiche concettualmente implausibili e penalmente perseguibili. E invece no, se dobbiamo ancora chiederci come sia mai possibile che delle istituzioni pubbliche sponsorizzino iniziative atte a pubblicizzare libri e teorie pericolosi per la salute dei cittadini. Irresponsabilità allucinante, a prescindere dalla spending review!

La causa più comune di grave gastroenterite infantile, in particolare tra 6 e 24 mesi, sono gli RNA-rotavirus. La diarrea severa che ne consegue,  specie nei Paesi poveri del 3° Mondo, è ad alta mortalità dovuta alla conseguente disidratazione. Anni fa un vaccino anti-rotavirus veniva ritirato in USA per il sospetto che esso favorisse l’invaginazione intestinale (evento immaginabile grosso modo come un bicchiere richiudibile da gita). Tale rapporto è stato poi smentito, ma l’attenzione al riguardo è rimasta. Due studi su più di 100 mila bambini, hanno opportunamente verificato il rischio invaginazione con l’uso due nuovi vaccini, uno monovalente europeo ottenuto da virus umano attenuato (VA), e uno pentavalente americano da virus bovino riassortito (VB). VA e VB sono stati raccomandati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per vaccinare i bambini in più di 50 Paesi in base all’osservato calo in USA dell’80 di ospedalizzazioni e ricoveri d’urgenza dopo la vaccinazione avviata nel 2006. Risultati analoghi si sono registrati in tutti i Paesi in cui la copertura vaccinale è stata adeguata. In Messico, i decessi per diarrea da rotavirus sono diminuiti del 50%. Tuttavia, sia in questo Paese che in Australia e Brasile, dove i benefici vaccinali sono risultati equivalenti, si è registrato un seppur lieve aumento dei casi di invaginazione, per cui l’OMS ha raccomandato una stretta sorveglianza postmarketing nei vaccinati. Due studi indipendenti attuati a questo scopo hanno portato a conclusioni contrastanti in qualche dettaglio, ma  che nel complesso concordi sul fatto che entrambi i vaccini aumentano di poco e in modo similare l’incidenza di invaginazione intestinale. Anche in Australia, dove la ampia copertura vaccinale viene attuata con ambedue i vaccini, si conferma che l’aumento di invaginazione, simile per VA e VB, è effettivamente basso, circa 5 casi per 100.000 bambini vaccinati. Tale rischio non va naturalmente sottovalutato, ma va  contrapposto al rilevante calo di ricoveri ospedalieri, sia normali che di emergenza, e soprattutto alla riduzione cospicua dei decessi. I vantaggi risultano complessivamente così consistenti che le Autorità sanitarie ritengono necessario attuare in età pediatrica un programma diffuso di vaccinazione anti-Rotavirus. Vaccinare 4,5 milioni di bambini in USA significherebbe di fatto prevenire 53.000 ospedalizzazioni e 170.000 ricoveri d’urgenza  e ridurre della metà le morti: vantaggi eloquenti a fronte di poche decine di casi di invaginazione. Sfugge in ogni modo il meccanismo con cui i vaccini  provocano l’invaginazione  e non è nemmeno chiaro se sono solo sottogruppi di bambini a correre questo rischio. Il continuo controllo e la riverifica di nozioni già acquisite è l’ennesimo esempio  di come si muove la medicina seria.

La sindrome delle game senza riposo (“restless legs syndrome” per gli inglesi), come già abbiamo ricordato, è una entità clinica precisa ma poco chiarita. La prevalenza di RLS in USA (dati 2014) si aggira intorno al 7%  (solo al 3% circa per i casi più vistosi). La RLS è meno frequente in Asia, ma è difficile stabilire se ciò dipende da fattori genetici o ambientali o semplicemente da minore attenzione nei suoi confronti. Di certo è solo che la RLS è un disordine motorio che può disturbare profondamente sonno e qualità di vita. Quattro i criteri diagnostici: 1 Necessità irrefrenabile più o meno fastidiosa/dolorosa di muovere le gambe; 2. Esordio del disturbo a riposo; 3. Sollievo nel muovere gli arti inferiori; 4. Insorgenza prevalentemente tardi, alla sera. La teoria più comune è che sia in gioco un’alterata acquisizione di ferro (Fe) dai neuroni dei gangli basali (nuclei al di sotto della corteccia cerebrale) con conseguente alterato rilascio di dopamina. La responsabilità del Fe si accorderebbe con il fatto che la RLS è più frequente in condizioni potenzialmente caratterizzate da carenza di Fe (gravidanza,  insufficienza renale, anemia ipocromica). In realtà, il ferro circolante è spesso normale nella RLS, ma non si può escludere che esso scarseggi localmente nel  corpo striato e nella sostanza nigra. Ne conseguirebbe un deficit del neurotrasmettitore dopamina soltanto in queste aree. Altra ipotesi è che il vero fattore di sovraeccitazione e interruzione del sonno sia un aumentato livello di glutammato nel talamo e non mancano pure altre teorie piuttosto controverse. In base alla supposta carenza di dopamina, la prima linea di cura è stata (come nel Parkinson) la somministrazione di levodopa, pro-farmaco usato che nei neuroni diventa dopamina o di dopamina-agonisti, agenti che favoriscono il rilascio endogeno di questa sostanza. Tuttavia, qualche perplessità su tale razionale nasce da due considerazioni: 1. Un dopamina-agonista come il pramipexole, dopo l’inizio della terapia, può associarsi al peggioramento dei sintomi (7% all’anno); 2. Un anticonvulsivante, che non influenza per niente la dopamina come il pregabalin, è risultato persino più efficace e meno penalizzato dall’aggravamento post-cura (1,7% all’anno). L’efficacia di agenti dotati di effetto così diverso rende più incerta ancora l’ipotesi che sia la il deficit di dopamina il fattore più significativo. Inoltre, che una variazione dei sintomi si osservi sia con agonisti che con non-agonisti della dopamina, pone pure il quesito se essa sia davvero conseguenza dei farmaci o non semplicemente un contrassegno della storia naturale della RLS.  È quindi “restless” anche la ricerca delle vere cause della RLS e delle cure ad hoc, in attesa di dati auspicabili più precisi specie in  bambini e in anziani.

Una prestigiosa rivista medica dedica nel 2014 un editoriale aggiornato ai polipi (P) e al cancro del colon-retto (CrC), soffermandosi su alcuni dati controversi. Dal 2000 la mortalità per CrC è sicuramente diminuita e ciò in gran  parte lo si deve alla scoperta e all’asportazione dei P in corso di colonscopia. Tuttavia, non c’è evidenza convincente che il monitoraggio endoscopico successivo incida sull’incidenza di nuovi polipi e sulla conseguente mortalità per CrC. I dati sono forse non dirimenti perché in molti studi attuati su pazienti polipectomizzati i parametri di giudizio non sono stati né l’incidenza dei P né la mortalità. Altro dato (che l’editoriale considera “scioccante”) è che in molti studi non si sono distinti polipi ad alto rischio degenerativo da quelli a rischio minimo. Si considera “alto” il rischio se un polipo ha un diametro maggiore di 1 cm, o è di tipo tubulo-villoso oppure si associa a displasia grave (lesione avanzata al confine con il cancro) o, infine, se i polipi sono più di 3. A “basso” rischio sono invece i soggetti con adenomi tubulari di diametro inferiore a 1 cm (o, ovviamente, senza P). Per quelli ad alto rischio viene raccomandato un controllo colonscopico dopo 2-3 anni, mentre per i polipi  a basso rischio si ritiene sufficiente un controllo dopo 5-10 anni. Tuttavia, per stabilire la tempistica dei controlli, elementi di cruciale importanza sono l’età del paziente e il rischio complessivo (altri cofattori, familiarità tumorale generica o specifica per CrC, malattie associate). L’editoriale si sofferma pure su un recentissimo studio norvegese (che per altro utilizza parametri di rischio lievemente diversi), attuato con un monitoraggio di 8 anni dopo la colonscopia iniziale, il quale nei pazienti con polipi a basso potenziale degenerativo confermerebbe una diminuzione del rischio di morire di CrC del 25% rispetto alla popolazione generale. Nei pazienti con polipi ad alto rischio lo studio rivela invece che, nonostante la polipectomia, la mortalità per CrC rimane comunque più elevata rispetto alla popolazione generale. Ciò avalla il sospetto di polipi sfuggiti all’esame endoscopico iniziale (per alcuni il 50% dei casi) o che i polipi individuati durante la prima colonscopia non siano stati asportati radicalmente. Terza possibilità ancora è che i soggetti con polipi ad alto rischio abbiano un substrato genetico pro-tumorale particolarmente aggressivo. In conclusione, qualche dubbio c’è, ma la polipectomia va comunque considerata un efficace mezzo di prevenzione ricordando però che l’esperienza dell’endoscopista e dell’istopatologo e la valutazione del rischio individuale complessivo, sono essenziali affinché il monitoraggio “dopo” l’asportazione iniziale dei polipi ad alto rischio si traduca in un significativo calo di mortalità.

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