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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Il puntuale e commosso ricordo di Margherita Hack a firma del fisico Stefano Oss, pienamente condivisibile, e in particolare il suo accenno alla differenza tra astrologia e astronomia, mi spinge ad alcune considerazioni in tema di “successo di pubblico”. Un comunissimo errore è infatti quello di credere alla validità di una qualsiasi cosa (una cura, una profezia, un’abitudine) solo perché “in tanti ci credono”. Questo concetto vale naturalmente, e merita di essere ribadito con forza, anche per la medicina, sia quella alternativa che quella convenzionale (che è tutt’altro che innocente da questo punto di vista). A proposito della fallacia di considerare il consenso una prova di veridicità, il professor Garattini, Direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, faceva presente in più occasioni che milioni di persone fumano nel mondo, ma che non per questo fumare fa bene. Analogamente, molti sono nel mondo i tossicodipendenti e non per questo drogarsi è un scelta di vita raccomandabile. Gli oroscopi, poi, sono un esempio particolarmente eclatante, non solo per la discrepanza vistosa tra il numero di persone che li consulta (tra il serio ed il faceto) e la loro veridicità, ma per il fatto che nessun fallimento anche clamoroso delle previsioni destabilizza chi ci crede. E quest’assurdità si ripete ogni anno, all’insegna dell’irrazionalità più radicata. Un redazionale di Query 2013 (che si rifà a un rapporto di A. Proietti Lupi e F. Ruggeri) si occupa del fenomeno e sottolinea alcuni fatti che meritano di essere qui ripresi. Cominciamo dalla profezia basata sul calendario dei Maya: su questo “nulla” giornali e tv ci hanno intrattenuto quasi giornalmente, ma nel famoso 21 dicembre 2012 non è successo nulla: nessuno però si è troppo scandalizzato, tutti pronti a credere in un nuovo “mille e non più mille”, invece che a ricredersi sull’attendibilità delle preveggenze. Altri esempi: la previsione dell’inversione dei poli magnetici terrestri non c’è stata (ma in migliaia di anni- mi dicono i fisici- potrebbe anche succedere). Nessun sconquasso gravitazionale con terremoti spaventosi si è osservato a causa di un ininfluente allineamento planetario. La veggente Stefanova ha toppato nel prevedere che la NASA avrebbe reso nota ufficialmente la presenza degli UFO. Anzi, il governo inglese ha chiuso definitivamente la pratica relativa a questi oggetti volanti non identificati. Un terremoto avrebbe dovuto devastare Roma il 5-6 aprile 2012, ciò che “puntualmente” non è avvenuto, e lo stesso dicasi per il gigantesco terremoto che avrebbe dovuto aver luogo il 22 aprile secondo una teoria che afferma l’esistenza di un “ciclo terremoti” di 188 giorni, ciclo assolutamente sconosciuto agli scienziati e ai geofisici. L’astrologia si occupa anche di altro. Per esempio, Benedetto XVI sarebbe dovuto morire nel dicembre 2012 (previsione di Luciano Sampietro) e così la Regina Elisabetta e Dario Fo (previsione del Maestro Bassin) . Azzeccato il decesso di Rita Levi Montalcini, ma non piuttosto probabile che muoia chi supera i 100 anni? Stessi flop nello sport: sempre la Stefanova, prevedeva la vittoria del Real Madrid in Champions League, vinta invece dal Chelsea e nuovi successi erano previsti per la nostra nuotatrice Pellegrini alle Olimpiadi di Londra 2012, contrassegnate invece dai suoi peggiori risultati negli ultimi anni. Maestro Bassin, invece, prevedeva la vittoria della Germania al campionato europeo dove al contrario ha trionfato la Spagna. Si potrebbe continuare all’infinito. La notizia dei fallimenti, tuttavia, riceve un’attenzione sui media ben inferiore allo spazio dagli stessi riservato alle previsioni e profezie. Battaglia impari.

Non c’ è alcuna ironia circa questa mole di insuccessi, a fronte di qualche singola previsione azzeccata (in onore alla statistica dei grandi numeri), ma un po’ di stizza malinconica sì: si deve infatti constatare come il “successo di pubblico” per cose strampalate, non documentate e reiteratamente smentite dai fatti, continui facilmente a sopravvivere grazie a un buon marketing e ad una sconcertante credulità. Forse ha ragione un vecchio proverbio triestino, come chi scrive, che recita: “pensar fa mal de schena!”.

Le demenze, sono la fase finale di un deterioramento cerebrale che colpisce una certa percentuale di anziani. Nel 80% dei casi si tratta di vero Alzheimer (ALZ). I disturbi iniziali sono perdita di memoria, confusione mentale, mancanza di logica cui, in fasi più avanzate, possono aggiungersi irascibilità, aggressività, incapacità ad attuare operazioni comuni. E’ purtroppo difficile aiutare una persona amata affetta da ALZ e, aspetto ancor più penoso, non tutti pazienti affetti da demenza sono purtroppo amati e accuditi. La ricerca in tema di prevenzione e terapia è molto ampia, ma contrassegnata spesso da dati contrastanti. Gli studi clinici basati sull’osservazione, e quindi retrospettivi, suggerirebbero che la correzione di certi fattori (ipertensione, diabete, inattività fisica) serve a ridurre in qualche misura il rischio ALZ. Al contrario, gli studi sperimentali prospettici  non supportano tali conclusioni e negano l’efficacia di ognuna delle direttive abitualmente proposte per la prevenzione dell’ALZ o di altri tipi di demenza (vascolare, da Parkinson o da traumi cranici). Queste direttive consistono in polivitaminici (vit E, C, D, B6, B12, folato), bioflavonoidi, diete povere di colesterolo, dieta mediterranea, acidi grassi Omega -3, antiossidanti in genere, ipotensivi. La Canadian Medical Association ha pubblicato in proposito (aprile 2013) gli esiti di una revisione critica di 32 studi randomizzati, con valutazione (fino a 5 anni)  riguardante soggetti  over 65 inizialmente esenti da deterioramento cerebrale, al fine di definire in prospettiva l’efficacia di alcune strategie di prevenzione. Le conclusioni confermano l’inefficacia profilattica oltre che dei supplementi polivitaminici e antiossidanti già citati, pure della terapia con ormoni (estrogeni e deidroepiandrosterone),  del “ginkgo biloba” e dell’attività fisica. La stessa sostanziale delusione da studi controllati di farmaci tentati anche in terapia, quali gli inibitori della colinesterasi, gli anti-infiammatori (specie quelli di ultima generazione detti “anti-COX2”), le statine anticolesterolo. Alcuni (specie gli anti-COX2), a prescindere dall’effetto nullo sulla demenza, hanno persino causato peggioramento cognitivo o seri effetti collaterali. Unici a rallentare il deterioramento cerebrale nello studio canadese risultano essere gli esercizi guidati per migliorare la funzione cognitiva (attenzione, memoria, apprendimento). Al momento, dunque, gli esperti si limitano a insistere sull’utilità di misure genericamente vantaggiose anche se non specifiche contro l’ALZ, come rimanere attivi fisicamente, fare vita associativa e tenere in attività il cervello. Qualcuno crede persino nell’utilità della Settimana Enigmistica. Chi scrive ha dei dubbi in proposito, ma provare non costa niente e male certo non fa.

Sicuramente sottostimata è la Sindrome post-ricovero” (SPR) in malati acuti, cioè richiedenti ricovero urgente, di cui si occupa un recente editoriale del New England Journal of Medicine (NEJM). Nei pazienti con SPR dopo la dimissione si registra un periodo di particolare “vulnerabilità acquisita e transitoria” che li espone a dei rischi, tra i quali (paradossalmente) quello di un nuovo ricovero. Lo sviluppo di SPR è massimo nel mese successivo alla dimissione, nel quale massimamente si riduce la resistenza dei malati nei confronti di ogni tipo di stress. Si calcola che a soffrire di SPR sia non meno del 20% dei pazienti con più di 65 anni. Sorprendentemente, molti dei disturbi che comportano la nuova ospedalizzazione risultano essere in larga misura diversi da quelli che hanno portato il paziente in ospedale la prima volta. Ad esempio, soggetti inizialmente ricoverati per scompenso cardiaco, polmonite o bronchite cronica necessitano di nuovo ricovero per la stessa patologia solamente nel 37%, 29% e 36%, rispettivamente. In altre parole, la nuova ospedalizzazione per più di 2/3 risulta motivata da disturbi di altro tipo. Questi riguardano  principalmente l’apparato gastrointestinale, il metabolismo (insorgenza/peggioramento di diabete tipo 2), la sfera psichica (alterazioni dell’umore, depressione). A questi vanno aggiunti traumi vari da caduta. La gravità delle malattie che hanno comportato il primo ricovero non correla affatto con la frequenza della SPR, per cui il Dr. Krumholz della Yale University ritiene che è proprio il ricovero di per sé a causare la sindrome. E di fatto molti sono gli elementi che in un ospedale fungono da stress scatenante. Tra questi, la coabitazione che priva il malato di ogni discrezione, la cospicua alterazione/privazione del sonno, la rottura delle abitudini più consolidate (ad es., andare alla toilette), gli orari inabituali dei pasti, la qualità del cibo, il deficit nutritivo causato dai frequenti digiuni o “salto” dei pasti per esami, la limitazione dell’attività fisica, la influenza sulla psiche di farmaci di largo uso come sedativi e analgesici. E’ dimostrato che ciascuno di questi fattori di stress, e peggio se più di uno, favorisce l’insorgere della SPR. Il sonno disturbato (documentabile pure strumentalmente) ha un ruolo speciale, in quanto proprio la privazione del riposo notturno influenza negativamente il metabolismo, le attività cognitive, alcune funzioni fisiologiche, la reattività immunitaria, la coagulazione e lo stesso rischio cardiaco (magari preesistente). L’editoriale auspica che gli stress dell’ospedalizzazione non siano sottostimati e che se ne tenga conto all’atto della dimissione informandone i pazienti, anche per prevenire possibilmente nuovi ricoveri. Problemi che sembrano marginali, ma non lo sono.

La rivista Query, a firma di Andy  Lewis, riporta una storia inquietante di cui protagonista è Edzard Ernst, Cattedratico di Medicina Complementare all’Univeristà di Exeter (UK). La cattedra fu istituita nel 1993 da Sir  Maurice Laing  allo scopo di verificare senza preconcetti l’efficacia in primis dell’omeopatia mediante protocolli clinici rigorosi. Ernst, tedesco di nascita,  aveva iniziato la carriera all’Ospedale Omeopatico di Monaco, per  poi dirigere la Cattedra di Medicina Fisica e Riabilitativa all’Università di Vienna. L’obiettivo iniziale di provare l’efficacia specifica dell’omeopatia si scontrava tuttavia con risultati così deludenti da indurre Ernst a una serie di pubblicazioni e iniziative per segnalare alle autorità competenti inglesi i sostanziali insuccessi e pure la necessità che i farmacisti dicano la verità sull’assenza di prove per i preparati omeopatici che vendono.  Che Ernst avesse usato la cattedra per rivelare l’inconsistenza scientifica dell’omeopatia, e non per promuoverla, ha sollevato violente reazioni degli omeopati e, in particolare del Principe Carlo noto fautore (“esperto”?) di questa cura alternativa. Al contrario, in sintonia piena con le posizioni di Ernst, lo Science Technology Committee (bipartisan) del Regno Unito (www.parliament.uk) e la British Medical Society  auspicavano in modo indipendente la drastica “messa al bando” dell’omeopatia già nel 2010 (www.medindia.net/news/BMA). Sfavoriti dalle evidenze oggettive gli omeopati hanno allora cercato di screditare e delegittimare  in vari modi la figura professionale di Ernst (tecnica, com’è noto, consolidata e frequentemente adottata in politica). A questo riguardo Andy Lewis pubblica l’articolo “Schmutzige Methoden der sanften Medizin” (gli sporchi metodi della medicina alternativa) in Süddeutsche Zeitung,  nel quale si accusano esplicitamente alcune società tedesche di aver finanziato il giornalista Claus Fritzsche affinchè venissero denigrati coloro che criticano l’omeopatia e specialmente il prof. Ernst. Ligio a questo incarico Fritzsche, dopo un’intervista a Ernst (pubblicata su Deutscher Zentralverein Homöopatischer Ärzte) definiva il professore persino “privo di qualifiche, ingannevole nei confronti delle persone e inadatto a giudicare l’omeopatia”. Lewis riporta pure che a seguito della denuncia su Süddeutsche Zeitung, e forse per contenere il clamore negativo suscitato dalla notizia, una delle società inizialmente coinvolte nella campagna denigratoria (la Weleda) si ritirava dall’accordo con Fritzsche. Questa storia non è apparsa “stranamente” in alcun mezzo di comunicazione né nel UK né, a quanto risulta a chi scrive, sui media di altri Paesi, Italia inclusa. Molto più spazio ha ricevuto la notizia dell’inaugurazione a Piazza Navona il 17/6/2013 del Primo Museo dell’Omeopatia, dedicato ad  Hahnemann, con la presenza benedicente della Ministra Lorenzin di cui molti in verità ignorano la peculiare competenza in ambito sanitario. Peccato davvero che molti non ricordino, Ministra inclusa, la “piena” assoluzione di Piero Angela (difeso dall’Avvocato Buongiorno) accusato di diffamazione dalle due associazioni nazionali omeopatiche (FIAMO e SIMO) proprio per aver sostenuto che la medicina omeopatica non aveva alcun fondamento scientifico. C’è da chiedersi quando un Ministro patrocinerà delle giornate speciali nel  Museo Nazionale della Scienza, che già esiste dal 1953 (ma poco promozionato) nel nostro Paese, dedicandole a Premi Nobel italiani (Golgi, Fermi, Natta, Rubbia, Dulbecco, Montalcini, Capecchi) grazie ai quali regge il prestigio del nostro Paese e grazie ai quali i nostri giovani possano essere attratti dalla bellezza della ricerca scientifica.

Se sorvoli sul sesso ti giudicano un bigotto inibito, se ne parli senza peli sulla lingua ti considerano uno sporcaccione. Questo dilemma concorre a spiegare il perché nel descrivere alcune espressioni della sessualità si inventino spesso giri di parole, o si usino termini sconosciuti ai comuni mortali o si opti per soluzioni fumose. Del tutto recentemente la stampa nazionale (ma la TV pudica -sic!- non mi sembra che ne abbia parlato) ha sollevato una “curiosità morbosa” a proposito del cancro orofaringeo dell’attore Michael Douglas, scontrandosi proprio con il succitato problema lessicale. In una recente intervista al Guardian l’attore, marito di Zeta Jones, sosteneva che il cancro alla gola (di cui soffre lui stesso) è causato dal Papilloma virus umano (HPV) trasmesso dalla donna all’uomo che con lei ha praticato sesso orale. L’espressione è in sé ambigua in quanto “orale” non ci dice di chi è la bocca peccaminosa (?), se dell’uomo o della donna. Per Clinton s’era escogitatala la formula del “sesso inappropriato”. D’altronde, spiegarlo senza fruire dei termini gergali è problematico, e si ricorrere allora a parole latine ignote ai più, quali “cunnilingtus” o “fellatio”. Con questo pudore ostentato contrasta la liberalizzazione di fatto dei costumi sessuali in tutto il mondo, incentivata pure dall’avvento di riviste e film pornografici (un business miliardario!), per cui il sesso orale ripreso in grandangolo ha certo favorito il diffondersi bisex di tale pratica. Questa peculiare effusione erotica, comunque, è storicamente sempre esistita in ogni civiltà del passato, benché con significati variabili, segno a volte di dominanza di un sesso sull’altro, a volte di sottomissione, il tutto influenzato più o meno nei secoli dal giudizio religioso, di per sé sempre negativo nei confronti di pratiche sessuali non finalizzate alla procreazione. Sotto il profilo scientifico è però da chiedersi perplessi se ci voleva proprio un attore del cinema per portare in prima pagina una nozione importante e già ben nota ai medici. Nicola Surico, Presidente della Società Italiana di Ginecologia, conferma infatti che il 50% dei tumori orofaringei, il 21% di quelli laringei e il 15% di quelli del cavo orale sono verosimilmente attribuibili all’ HPV, un fenomeno prevalente nei giovani (più influenzati dai porno?) e nei i maschi. Come per l’infezione vaginale, anche per quella orofaringea l’HPV può non causare necessariamente un tumore ma solo lesioni pre-cancerose (polipi) più facilmente curabili. Per chiarire scientificamente se il rapporto sesso orale/cancro orofaringeo è “gender-related”, confinato cioè al solo genere maschile, qualcuno ha proposto di verificare se esiste pari rischio tra le tra omosessuali femmine. Sarà qualche attrice di Hollywood ad attuare la ricerca?

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