Le statine “anticolesterolo” sono oggi medicinali ben noti. Tuttavia, a causa di informazioni approssimate (disinteressate?), il colesterolo è visto solo come dannoso per cuore e circolazione, senza tener conto di quanto esso sia essenziale (ad es., per la sintesi di molti ormoni). Gli strali puntano in verità sull’eccesso di colesterolo, ma è anche vero che a stabilire il limite da non superare hanno possibilmente concorso anche interessi non finalizzati alla salute dei cittadini. A versare benzina sul fuoco del dibattito è stato un recente studio danese che attribuisce alle statine pure una significativa efficacia nel ridurre non solo il rischio cardiovascolare, ma anche la mortalità per tumore (con grande gioia dei produttori). Ma che bello! Con qualche pillola per bocca si può prevenire infarti, ictus, arteriosclerosi e allontanare pure il rischio di morire per cancro. Convintissimo anche lo scriba che l’assunzione di statine “quando ce vo’ ce vo’ ”, e in questo caso va fatta molto bene, il potenziale antitumorale di questi farmaci merita delle riflessioni critiche che non sono mancate. Lo studio “osservazionale” danese è intanto contraddetto da una meta-analisi di studi “prospettici randomizzati” condotti su un totale di più di 130 mila pazienti che dimostra che le statine non modificano affatto il rischio di morte per tumore. Inoltre, fossero realistici i dati dello studio danese, il calo di mortalità dovrebbe registrarsi maggiormente nei trattati con dosi più elevate, ciò che non è. Ad aumentare ulteriormente i dubbi sull’effetto anti-tumore delle statine ci sono poi numerosi altri studi da cui si evince che un basso livello di colesterolo circolante si associa ad un incremento di rischio tumorale e non ad una sua riduzione. E c‘è pure evidenza rovesciata, e cioè che gli alti livelli di colesterolo siano protettivi nei confronti del cancro. A ciò si aggiunga ancora la tossicità intrinseca delle statine che va accettata solo a fronte di vantaggi consistenti. I dottori Rosh e McCully del NY Medical College ricordano al riguardo come a dosi comparabili a quelle in uso clinico, tutte le statine risultino cancerogene nell’animale. Coerente con tale osservazione è pure uno studio su 59 mila soggetti curati per 7 anni con statine, dal quale emerge un rischio di morte per tumore triplo nei pazienti con più basso livello di colesterolemia. Conclusioni simili, infine, quelle dello studio CARE secondo il quale nelle donne trattate con pravastatina il rischio di cancro del seno è aumentato più di 10 volte rispetto alle donne trattate con placebo. Entusiasmi facili e verità difficili in medicina: se lo dovrebbero ricordare tutti e specie coloro che sono attratti da cure astruse, non filtrate da controlli rigorosi e prive di prove convincenti.