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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Il paziente con morbo di Alzheimer (A), della cui possibile parziale prevenzione si è parlato nella rubrica precedente, va subdolamente incontro a deterioramento della memoria e del linguaggio, a disturbi caratteriali e comportamentali e a confusione spaziotemporale. A un certo punto egli non riconosce nemmeno i familiari più stretti. Alzheimer, il neurologo tedesco scopritore del morbo agli inizi del ’900, ne ha pure descritto il contrassegno anatomopatologico costituito dall’accumulo intracerebrale di “amiloide”, proteina  così chiamata perché si colora con lo iodio come l’amido (che però è uno zucchero). Le  placche di amiloide, dimostrabili solo in via autoptica, comportano la rarefazione progressiva delle cellule nervose in aree del cervello che sono sede della memoria e delle funzioni cognitive. La rapidità dell’evoluzione dell’A, così come la sopravvivenza dei pazienti, è molto variabile e la terapia al momento è piuttosto insoddisfacente. I farmaci che alleviano transitoriamente i sintomi agiscono inibendo l’enzima acetil-colinesterasi, che distrugge l’acetilcolina, un mediatore liberatosi dalle terminazioni delle fibre nervose che è responsabile della trasmissione dello stimolo tra una cellula nervosa e l’altra. Nell’A l’acetil-colina è infatti carente e il blocco dell’enzima che lo degrada appare “logico”. Tuttavia, la scarsa efficacia di tale approccio ha spinto la ricerca verso terapie innovative. Di recente, ricercatori del CNR hanno messo a punto un vaccino (ottenuto per combinazione di un frammento di amiloide con una proteina batterica) capace di indurre una risposta immunitaria contro l’amiloide. Tuttavia, efficacia e sicurezza del vaccino nell’uomo sono ancora sub judice. Interessante anche l’impiego di un farmaco antitumorale di sintesi, il bexarotene,  già usato per trattare i linfomi cutanei. Una singola dose orale di bexarotene in topi nei quali si è indotto un accumulo intracerebrale di amiloide, riduce le placche già dopo 6 ore (ma con ricostituzione delle stesse dopo pochi giorni), mentre la somministrazione continuativa è seguita da scomparsa progressiva dell’amiloide. Inoltre, i topi miglioravano significativamente il comportamento e la risposta ai test cognitivi. I dati su vaccino antiamiloide e farmaco antitumorale sono dunque incoraggianti ma, come sempre, i risultati nell’animale non devono illudere prima che studi clinici controllati abbiano confermato efficacia e sicurezza di tali opzioni nell’uomo. Il bexarotene, tra l’altro, è penalizzato da effetti collaterali non trascurabili, quali dislipidemia, reazioni cutanee, ipotiroidismo. Ricordiamoci intanto che, come l’allenamento cerebrale e il movimento fisico piacevole, pure una dieta ipocalorica sembra essere un fattore protettivo (e poco costoso!).

L’Alzheimer (A.) è sempre più all’ordine del giorno a causa dell’innalzarsi progressivo della vita media con conseguente rischio di deterioramento cerebrale. L’Alzheimer (1 milione di ammalati in Italia e una quarantina di milioni nel mondo) è un problema non solo per chi ne soffre, ma anche per i familiari (e fortunato il paziente che ce li ha!) che non possono nemmeno sperare in futuri miglioramenti spontanei o farmaco-indotti. Ogni espediente o modifica comportamentale che servisse a ritardare la demenza risulta pertanto auspicabile e  benemerito. Qualcuno ha detto al riguardo che “anche impegnarsi nella Settimana Enigmistica” può rallentare l’involuzione del cervello. Questa fiducia nelle parole crociate è probabilmente eccessiva, ma che l’allenamento cerebrale possa avere un ruolo protettivo è un ipotesi non astrusa. Da un recente studio della New York University risulta che anche il bilinguismo è un fattore anti-demenza. Usare correntemente pure un’altra lingua, oltre che la propria, servirebbe infatti ad attivare le aree cerebrali deputate all’attenzione e alla capacità cognitiva, attivazione che potrebbe posticipare e/o rallentare l’Alzheimer. Questa possibilità sembra sostanziata da ricerche condotte mediante Risonanza Magnetica che consente di riconoscere le aree cerebrali in attività. Il bilinguismo (e meglio ancora il trilinguismo) terrebbe in allenamento i neuroni delle sedi suddette comportando così un aumento della cosiddetta “riserva cognitiva”. Il Dr A. Guaita, geriatra esperto di A., citato opportunamente ad hoc da Serena Zoli sul sito della Fondazione Veronesi, definisce “riserva cognitiva” il complesso delle informazioni acquisite in precedenza e immagazzinate nelle cellule nervose delle aree coinvolte. Egli paragona l’Alzheimer ad un ladro che depaupera progressivamente tale riserva. Se la riserva è grande, nonostante i furti ripetuti del ladro, i sintomi della malattia possono ritardare ma, se la riserva già ab initio è scarsa, basta un furto anche piccolo perché i sintomi si manifestino ed evolvano in fretta. Ne deriva che studiare, leggere, riflettere sulle esperienze vissute (istruirsi non basta!) conferiscono una protezione nei confronti dell’Alzheimer ed è in questa chiave che va letto anche il vantaggio del bilinguismo caratterizzato com’è dalla proficua “ginnastica” neuronale fatta per passare da una lingua all’altra. Una ricerca franco-canadese attuata di recente suggerisce che pure l’allenamento fisico, e non solo quello cerebrale, svolgerebbe un ruolo anti-Alzheimer, purché la attività svolta sia fonte di piacere e non solo di fatica. Questo vale anche per il  ballo che evidentemente è fonte di svago e divertimento. Non è chiaro se pure un piacevole e sensuale slow “a mattonella” abbia  un ruolo anti-Alzheimer. Tentar…non nuoce

La scarsa consapevolezza dei rischi con cui specie le donne affrontano ogni estate alcuni problemi come la riduzione dei chili di troppo e l’avere un corpo superabbronzato, impone di ritornare su questi temi. È ovviamente scontato che ridurre il peso in eccesso sia di per sé salutare, ma ciò che va criticato fortemente è che quello di calare sia l’obiettivo limitato solo alla stagione estiva e solo per motivi estetici (il tanga al mare sembra per molte la meta agognata!) e non per auspicabili e lungimiranti ragioni salutistiche che, al contrario, richiedono norme comportamentali non stagionali ma definitive. Questa filosofia “del tutto e subito” spinge inevitabilmente non poche persone a farsi abbindolare da diete stravaganti generosamente proposte dai media, ma prive di valenza scientifica e persino pericolose. Sottolineava opportunamente L. Lucchin, nutrizionista del nostro ospedale, che per ogni dollaro speso per promuovere una sana alimentazione se ne spendono 500 per proporre cibi spazzatura. Lotta impari che non necessita di commenti.

Per i lettini abbronzanti il discorso è più critico ancora. È infatti noto che il rischio di cancro cutaneo in chi si abbronza artificialmente è reale e che esso risulta proporzionale alla frequenza/durata delle sedute ed è più elevato ancora se si comincia “a fare la lampada” in giovane età. E sì che da anni l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro insiste nell’avvertire che i raggi ultravioletti (UV), da cui l’abbronzatura dipende, sono al top tra i fattori di rischio tumorale cutaneo, in primis del melanoma, tumore raro ma ad alta malignità intrinseca. Uno studio recente su ben 73 mila donne ha confermato che il rischio cresce anche per altri due cancri cutanei,  il basocellulare e lo spinocellulare, fortunatamente molto meno maligni sotto il profilo clinico-evolutivo. Per lo stesso studio il danno della lampada abbronzante sarebbe equivalente per pelle chiara o scura, ciò che sembra per altro in contrasto con la vecchia raccomandazione proprio alle persone con pelle chiara e capelli biondi di non esporsi al sole quando i raggi  “picchiano” di più e di essere particolarmente cauti con l’abbronzatura artificiale. Per evitare allarmismi inopportuni e ingiustificati va comunque ribadito che l’aumento in assoluto del rischio di esposizione agli UV è modesto e che in definitiva i tumori cutanei continuano ad essere rari. Tuttavia, è vero pure che nessuno ci costringe a subire tale rischio, specie se per futili motivi. In effetti, il gentil sesso non è obbligato ad acquisire l’abbronzatura di Naomi Campbell e dovrebbe pure considerare che il fascino non per tutti aumenta con abbronzatura: Greta Garbo (icona sexy per i lettori meno giovani) ha stregato per anni i fans con suo sofisticato pallore.

Molto opportuno l’appello di Josef Simeoni, Primario del Servizio di Igiene bolzanino e di Massimo Perini pediatra di base, intervistati martedì da Valeria Frangipane, per sollecitare i genitori a vaccinare i loro bambini contro la meningite da meningococco B, vaccinazione raccomandata ma non obbligatoria. La resistenza alla vaccinazione tout court è purtroppo condivisa da non poche persone in questa provincia, nonostante l’impegno a convincerle del contrario profuso da anni dall’Assessorato competente. La resistenza è motivata dalla preoccupazione comprensibile (ma purtroppo causata da disinformazione) che i vaccini possano essere casa di autismo, ma vediamo come stanno in realtà le cose.

L’autismo la cui prevalenza é all’incirca dell’1 per 1000 è una patologia pediatrica grave per cui Il bambino è destinato a manifestare per tutta la vita alterazioni comportamentali e serie difficoltà a comunicare e ad integrarsi. Nel 1998 il medico britannico A. Wakefield ipotizzava in un articolo su Lancet una correlazione tra autismo e vaccinazione trivalente (contro morbillo, parotite e rosolia) sollevando uno sproporzionato clamore mediatico accolto con favore dai contrari alle vaccinazioni tout court e, in primis, dai fautori dell’omeopatia. Sotto accusa era soprattutto il Thiomersan, un agente mercuriale presente in tracce nei vaccino trivalente. A causa dell’allarme suscitato le vaccinazioni calavano vistosamente specie in USA e Gran Bretagna con conseguenze preoccupanti: il morbillo, ad es., passava in Gran Bretagna da 56 casi del 1998 a ben 1.348 casi nel 2008. Il rischio andava pertanto definito. Una commissione disciplinare dell’Ordine dei Medici britannico, dopo ben 5 anni di indagini, ha concluso che Wakefield  “ha commesso gravi reati tenendo un comportamento disonesto e irresponsabile ed ha mostrato insensibilità e indifferenza per il dolore e la sofferenza dei bambini oggetto dello studio”. La Commissione ha pure dimostrato che gli studi condotti sui bambini, realizzati tra l’altro senza alcuna approvazione del Comitato Etico dell’ ospedale, sono stati attuati da Wakefield solo per tornaconto personale. In effetti, pure un suo collaboratore ha tardivamente confermato che Wakefield ha ricevuto una tangente dagli avvocati dei genitori di bimbi autistici, sollecitati dai legali stessi ad una “class action” finalizzata ad un risarcimento da parte delle aziende farmaceutiche produttrici del vaccino. La unanime confutazione scientifica internazionale dei dati di Wakefield ha indotto ad una pesante autocritica il Lancet  che ha ripudiato pubblicamente l’articolo del 1998, definendolo senza mezzi termini “fraudolento”. Sempre il Lancet ha inoltre chiesto agli autori dello studio di riconoscere la falsità dei dati precedentemente pubblicati. 12 dei 15  autori dell’articolo, ma non Wakefield (nel frattempo espulso dall’Ordine), hanno accettato di firmare. Questa rettifica da parte di una rivista prestigiosa, di per sé molto significativa, è stata giustamente enfatizzata dal prof. W. Shaffner della Vanderbilt University il quale ha ribadito che, successivamente alla pubblicazione di Wakefield del ’98, “almeno altri 20 studi clinici sono stati pubblicati sul tema ed ognuno di questi, svolto da ricercatori diversi, ha negato ogni associazione tra vaccini e autismo”. L’”affaire”  Wakerfield insegna una volta di più come la medicina onesta debba sforzarsi di essere “evidence-based”, cioè basata sulle prove e non su ipotesi o preconcetti, a prescindere dalla buona o cattiva fede.

Venerdì 4 maggio Umberto Veronesi, intervistato da Lilli Gruber a Otto e Mezzo sui progressi nella lotta contro i tumori maligni, conferma i successi già raggiunti nella terapia antitumorale precisando per altro doverosamente che i progressi non riguardano purtroppo il cancro del pancreas (CP). Ogni anno si registrano in Italia 12 nuovi casi di CP ogni 100 mila abitanti e quasi 10 mila decessi. Non è solo la malignità intrinseca del CP a rendere drammatica la prognosi (a 5 anni dalla diagnosi si registra una sopravvivenza non superiore al 3%), ma il fatto che il suo riconoscimento, salvo eccezioni, non è mai precoce. Il ritardo diagnostico è motivato da un lato dalla sede profonda del pancreas che è situato dietro allo stomaco, ragione per cui il viscere sfugge alle armi della semeiotica classica (ispezione, ascoltazione, palpazione, percussione), dall’altro dal fatto che il pancreas deve essere ampiamente invaso dal cancro prima che si manifestino dolore e altri sintomi/segni (maldigestione degli alimenti, diabete mellito). Molte sono le speranze che si ripongono pertanto nella ricerca scientifica (così poco gettonata nel nostro Paese!). Da uno studio di ricercatori inglesi, affiora la possibilità che una classe innovativa di farmaci possa migliorare sensibilmente la prognosi portando la sopravvivenza ad 1 anno al 20%. Questi agenti agirebbero riattivando un gene di per sé protettivo, e cioè anti-cancro, che risulterebbe però “spento” (switched off).  Individuare dei farmaci capaci di  “riaccendere” (switch on) questo gene in letargo mostra dunque di essere un obiettivo razionale. Una riattivazione del “gene-interruttore” consentirebbe infatti di bloccare la diffusione di un tumore già presente. Un gene-interruttore, che  non è assolutamente un gene “mutato” ma semplicemente un gene “spento”, è stato trovato anche nei topi (chiamato USP9x) e pure in questi roditori risulta capace di impedire che le cellule cancerose si moltiplichino in modo incontrollato (proliferazione disordinata che caratterizza qualsiasi tumore maligno). Merito dei ricercatori del Cambridge Research Institute è dunque l’aver dimostrato che almeno una quota dei cancri del pancreas non dipende da un’alterazione del codice genetico (lesione più difficile da correggere), ma da una specie di “sonno ipnotico” indotto nel gene-interruttore da materiale proteico che ne imbratta la superficie (alterazione più facile da correggere). È pertanto auspicabile la ricerca di farmaci nuovi, diversi dai chemioterapici antitumorali tradizionali, in grado di togliere la patina proteica che fa spegnere il gene protettivo. Grazie a questi medicamenti innovativi che pure nel cancro del polmone hanno prodotto risultati incoraggianti, sarebbero prevedibili benefici clinici in almeno il 15% dei cancri pancreatici.

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