Una delle raccomandazioni più forti riguardante l’umanità è la frase di Dante che recita “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza“. Auspicio che riguarda evidentemente l’uomo e non gli animali, nei quali le virtù (che a volte superano quelle dell’uomo!) sono però verosimilmente frutto di reazioni istintive. Coscienza e conoscenza invece consentono all’uomo molto di più e da qui il suo proposito (ma è poi così frequente?) di conoscere, di studiare per capire, di vincere un’ignoranza fatta più da mancanza di curiosità che di cultura. L’ignoranza sì che porta a viver come bruti, sia che non ci si renda conto, sia che se ne abbia consapevolezza e si soffra di…pigrizia. Problema toccato di recente anche dal noto scrittore/giornalista Corrado Augias, il quale si sofferma sulla riabilitazione dei carcerati destinati a vivere dove è difficile curarsi, rieducarsi per poi possibilmente campare civilmente e acculturarsi. Di fatto, i carcerati più poveri, e in particolare modo gli stranieri che abbondano nelle nostre carceri e sono oltretutto penalizzati dal non saper leggere la nostra lingua, non possono studiare anche quando ne sentissero l’esigenza. Premessa introduttiva per soffermarci ora sull’eloquente ricordo liceale di Augias: “Ricordo ancora – scrive lo scrittore – la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: ‘A che serve studiare? Chi sa rispondere?” Qualcuno osò rispostine educate: “A crescer bene”, “A diventare brave persone”. Il professore dissentiva e alla fine rispondeva: “No. Ad evadere dal carcere”. Ma da quale carcere? Da quello rappresentato dall’ignoranza che specie in una prigione è come un ergastolo aggiunto. Per questo – aggiungeva il professore – “negli anni a venire i giovani [non solo i reclusi] dovrebbero “organizzare la vera evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?” Ad Augias quell’episodio è tornato in mente leggendo [spero che sia eccessivo!] che oggi solo un ragazzo su venti capisce un testo, mentre altri diciannove rischiano di restare “bruti” per sempre. Tornando al carcere reale, esso dovrebbe servire non solo a punire chi ha commesso un reato, ma a restituire il vivere sociale almeno a chi, dopo aver sbagliato, sarebbe disposto a correggersi. Solo garantendo l’istruzione pure dei carcerati un Paese civile potrebbe ricuperare queste “persone” per non rendere definitiva la loro ignoranza post-scarcerazione, quando trovare lavoro sarà meno facile che ri-delinquere. Il loro vivere “senza virtute” diventerà così una costante irreversibile, con ricadute negative anche sulla sicurezza collettiva. Per Augias, tutti coloro che vivono come bruti aumentano inoltre il rischio che “Le menti deboli chiedano l’uomo forte”.