LEGIONELLA: DA FILADELFIA A BOLZANO (ottobre 2009)
Sui casi sospetti o accertati di Legionella a Bolzano e sulle eventuali carenze informative di chi è preposto ai controlli igienici si sta opportunamente occupando da giorni il nostro giornale. Non è dunque su questi eventi specifici sui quali non ho né competenza né dettagli diretti che voglio intrattenermi, ma penso non sia male insistere su alcuni aspetti squisitamente medici relativi alla infezione da Legionella sfruttando l’esperienza di illustri esperti in questo campo.
1.Conosciamo la “malattia dei legionari” sin dal 1976, anno in cui a Filadelfia, durante una Convention dei veterani dell’American Legion al Bellevue Stradford Hotel, è scoppiata una miniepidemia di polmonite, associata a febbre elevata e a sintomi gastrointestinali, tutti disturbi piuttosto “aspecifici” comuni ad altra patologia infettiva. In quella occasione (221 i veterani colpiti e 34 decessi) l’agente patogeno veniva individuato e chiamato, grazie alla tipologia dei pazienti, “ Legionella pneumophila” (LP). La legionella è un microorganismo aerobico, Gram-negativo, di cui si conoscono oggi 50 specie e 70 ceppi. All’inizio I disturbi respiratori nei pazienti affetti non sono particolarmente vistosi, principalmente tosse di media intensità, senza molto catarro raramente striato di sangue. Preminenti all’esordio possono invece essere (come a Filadelfia) diarrea, nausea e vomito. La febbre, dai 39 gradi in su, presente quasi sempre, si accompagna a brividi, a dolori muscolo-articolari e a cefalea. Benché più raramente e se l’infezione è particolarmente severa, possono coesistere danno renale, neuropatie e coagulazione intravascolare. E’ evidente che si tratta comunque di sintomi o segni aspecifici per cui la diagnosi può essere posta solo mediante esami di laboratorio. Purtroppo, pur risultando anormali, molti di questi esami abituali (aumento dei globuli bianchi, test di funzione epatica e renale, ematuria, proteinuria) non sono indicativi sotto il profilo diagnostico con l’unica sola eccezione, forse, della bassa concentrazione plasmatica di sodio (iponatremia) Specifici test diagnostici sono invece l’isolamento della Legionella ottenuto seminando l’escreato bronchiale (spontaneo o raccolto tramite broncoscopia) in un terreno speciale di coltura a base di agar contenente alcuni antibiotici che svelerà la presenza di Legionella mediante l’uso di coloranti adatti (la Legionella pneumophila apparirà di color-verde mela). Questo esame, benché decisivo, è purtroppo relativamente utile per diversi motivi: non è facile ottenere l’espettorato (mai abbondante), ci vogliono dai 3 ai 5 giorni per aver il risultato e inoltre nel frattempo viene spesso attuata terapia antibiotica empirica (molto opportuna come diremo, anche in assenza di diagnosi batteriologica) che potrebbe pertanto influenzare lo sviluppo batterico. Più agile e prontamente utile è risultato il test antigenico sulle urine che può dare risultati a breve (15 minuti-ore). Per la precisione, questo test è specifico solo per una specie del microrganismo, la Legionella pneumophila che per altro è il sierotipo prevalente (nel 90% dei casi di “Malattia dei legionari”). La sensibilità del test (cioè la sua positività nei soggetti infetti), specie nella legionellosi più severa è del 80%, mentre la specificità (test negativo nei non infetti da Legionella) sfiora il 100%. Dopo la messa a punto di questo efficace test rapido risultano molto meno importanti altri esami quali, ad esempio, il dosaggio di anticorpi nel siero (più utile per studi epidemiologici che nella pratica medica).
2.Il microrganismo non provoca solo la “Malattia dei legionari”, la polmonite potenzialmente più grave, ma pure la cosiddetta “Febbre di Pontiac” (nome di un Capo indiano e di una città del Michigan). Anche questa è una malattia acuta, febbrile, associata a mal di testa, brividi, facile affaticamento, ma senza patologia respiratoria. La Pontiac ha una incubazione più breve (massimo 36 ore) di quella della malattia dei legionari che ha un’incubazione di 2-3 settimane. Questa legionellosi si autolimita da sola, non provoca decessi e non richiede trattamento.
3. La Malattia dei legionari “può” invece essere letale, ma grazie alle migliori conoscenze, alla più efficiente diagnostica e agli antibiotici più mirati, si è registrato negli anni più recenti un consistente calo di mortalità: dal 15-30% di mortalità nei pazienti non spedalizzati e dal 50% di mortalità nei pazienti spedalizzati si è scesi al 5% circa, per cui pure la LP risulta essere oggi relativamente molto meno pericolosa. Il problema è che i sintomi sono aspecifici, non significativamente diversi da altre polmoniti, che l’intervento è tanto più efficace quanto più tempestivo e quindi che, anche prima di avere la conferma che il microorganismo causale sia la LP, è bene secondo gli esperti attuare una terapia empirica con antibiotici mirati (“chinoloni” della serie levofloxacina o “macrolidi” della serie azitromicina) . Questa precocità di trattamento è raccomandabile specie nei pazienti spedalizzati, negli ambienti di lungodegenza, nei trapiantati o comunque negli immunodepressi (HIV, chemio-trattati). Se i pazienti lamentano pure diarrea, andrebbe preferita inizialmente la somministrazione per vena, onde evitare l’eventuale mancato assorbimento dell’antibiotico. Dieci giorni-2 settimane sono ritenuti sufficienti salvo che nei soggetti defedati o immunodepressi per i quali è prudente prolungare la terapia alle 3 settimane.
4.I fattori di rischio preminenti sono l’età avanzata, la preesistente patologia polmonare (cancro, bronchite cronica, enfisema), le condizioni generali scadute e il fumo di sigaretta, oltre alla già ricordata scarsa reattività immunitaria da qualsiasi causa.
5 La prevenzione tiene conto delle caratteristiche del microorganismo che prolifera ubiquitariamente in ambiente acquatico e caldo (anche laghi e stagni dove però, grazie alla temperatura raramente alta, la Legionella non rappresenta un pericolo). Diversa è la situazione nei condizionatori, nei climatizzatori, nei condotti di raffreddamento dell’acqua dove la temperatura può superare i 45 gradi. In questa eventualità (più frequente in ospedali, case di lungodegenza, alberghi, terme), respirando le bollicine del vapor acqueo la LP viene aspirata e raggiunge direttamente i polmoni. Bere l’acqua infetta, invece, non rappresenta un pericolo perché la temperatura dell’acqua che si beve non è mai molto elevata e poi perché la LP, diversamente dall’Helicobacter Pylori e del bacillo della tubercolosi, non resiste all’aggressione dell’acido gastrico. L’accurato monitoraggio periodico degli impianti idrici rappresenta dunque un momento importante. Una volta appurata la presenza della LP nelle tubature, specie se in co-presenza di pazienti affetti, si ricorrerà a varie misure già ben riportate dal nostro giornale, tra le quali la congrua “disinfezione” dell’acqua in esse contenuta (iperclorazione e soprattutto trattamento con monocloramina) e il generoso e ripetuto scarico (per almeno mezz’ora) dai rubinetti dell’acqua opportunamente riscaldata oltre i 70°. Queste misure necessarie, potranno naturalmente provocare dei disagi alle persone sia in ospedali e alberghi che in caso di legionellosi registrata in comunità.