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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

GAS SERRA: ALIMENTI PEGGIO DELLE AUTO? (21/4/09)

Le idee sull’impatto dei gas-serra non sono univoche tra gli esperti, ma la maggioranza ritiene che il loro  progressivo incremento nell’atmosfera bene non faccia. Tra i non esperti il pensiero corre inevitabilmente ai tubi di scappamento o alle ciminiere degli stabilimenti industriali, e si ignora che tra le fonti di inquinamento va inclusa pure la alimentazione. Un recente rapporto della FAO, ripreso da Nathan Fiala su “Le Scienze”, affronta invece proprio questo problema. In effetti, il consumo di carne, verdura e frutta implica costi ambientali occulti costituiti da allevamento, coltivazione, trasporto, refrigerazione e combustibili, con produzione di diversi gas-serra il cui potenziale di riscaldamento viene per convenzione espresso in CO2-equivalenti. Alla quantità complessiva di gas-serra prodotto, quantificabile in 38 miliardi di tonnellate di CO2-equivalenti per anno, gli alimenti non concorrono in modo omogeneo e la responsabilità maggiore spetta alla carne bovina. Dato il costo della carne il fenomeno, salvo eccezioni, è ovviamente molto più evidente nei Paesi ricchi. Le differenze in consumo annuo pro capite risultano pertanto impressionanti: 54 kg in Argentina, 41 negli USA, 1 kg in Moldavia (nel Terzo Mondo?). La produzione di effetto serra legato al consumo di carne bovina, secondo l’esperta di economia ecologica Susan Subak dell’Università dell’East Anglia, va ascritta principalmente al taglio di alberi e piante attuato per aumentare il  terreno utile alla coltura foraggera, con conseguente calo della capacità di assorbimento di CO2. Il potenziale inquinante di altri alimenti è molto inferiore a quello della carne di manzo, come risulta da uno studio comparativo riguardante l’emissione in CO2-equivalenti provocata da 225 grammi dei seguenti alimenti: 59 per le patate, 66 per le mele, 91 per gli asparagi, 249 per il pollame, 862 pei il maiale e ben 3.360 per i bovini. C’è chi si premurato di  confrontare quanto percorso farebbe una vettura a benzina (che fa 12 km con un litro) che inquinasse con CO2-equivalenti pari a quelli  prodotte da 225 grammi degli stessi cibi sopra indicati. I risultati sono sorprendenti: patata 300 metri, mele 320 metri, asparagi 440 metri, pollo 1,17 km, maiale 4,1 km, manzo 15,8 km! Per qualcuno questi dati dovrebbero far riflettere, spingendo la gente verso un’alimentazione meno inquinante: per esempio meno carne bovina e preferenza  per cibi prodotti localmente (e quindi risparmio di trasporto, conservazione, ecc). Non mancano tuttavia le perplessità, non credo solo mie, di fronte a sollecitazioni del genere. La riduzione del gas-serra ottenuta per iniziative individuali di questo tipo risulterebbe infatti insignificante se non inserita in iniziative decisionali a 360 gradi riguardanti anche, ma non solo e non in primo luogo, l’alimentazione. Purtroppo i Paesi in grado di assumere provvedimenti del genere, hanno mostrato finora di essere attenti più all’immediato che al futuro.

PS. Interessante uno studio recente della McAfee sull’effetto serra dei 60.000 miliardi di messaggi inutili che arrivano ogni anno via e-mail: per gestirli, server, PC e modem comportano l’immissione di CO2-equivalenti pari a quelli prodotti da 3 milioni di vetture che consumino ogni anno 7 miliardi di litri di benzina. No spamming!

Titolo originale. Gas serra: alimenti peggio delle automobili?

LE STAMINALI TRA FEDE E SCIENZA  (15/4/2009)

Le cellule staminali sono cellule “primordiali” non ancora specializzate in grado di trasformarsi in cellule dotate di morfologia e funzione peculiari, diverse a seconda dell’organo che andranno a sviluppare. Se si potesse “imporre” a queste cellule di diventare cellule sane e funzionanti  atte a riparare, e magari a sostituire, un tessuto o un organo malato (cute, fegato, rene, cuore, cervello, midollo e via dicendo) le conseguenze cliniche potrebbero essere straordinarie. Tuttavia, la potenzialità evolutiva delle staminali è molto variabile.  Esistono infatti le staminali “totipotenti” capaci di originare l’intero organismo, quelle “pluripotenti” capaci di evolvere verso ogni  tipo di tessuto adulto, quelle “multipotenti” capaci di originare solo alcuni tipi di cellule e quelle “unipotenti” da cui può nascere un’unica linea cellulare. Totipotenti, e quindi con massima possibilità di  trasformazione in qualsiasi tipo di tessuto, sono solo le staminali embrionali, presenti cioè in  una fase precocissima dell’embrione (detto blastula, 6-7 giorni di vita dal concepimento) costituito da una manciata di  cellule. Purtroppo, per coltivare le  staminali embrionali e pensare ad un loro futuro utilizzo clinico, la blastula  deve essere distrutta. Diversamente, le cellule staminali che si ricavano da tessuti dell’adulto (o del bambino o del cordone ombelicale), sono solo multipotenti. Mentre lo studio e l’uso di queste ultime (fino ad ora con maggiore o minore successo) nel trattamento di alcune  malattie non ha provocato reazioni etiche particolari, lo studio sulle cellule staminali embrionali totipotenti ha suscitato forti reazioni da parte della Chiesa per la quale la blastula è già un essere umano. In quest’ottica, la distruzione della stessa è pertanto vista come un omicidio. Questa riserva etica ovviamente non c’è in chi ritiene che né l’uovo fecondato, né la blastula con le sue poche cellule possano già considerarsi “individuo”. Comprensibile pertanto l’entusiasmo della Chiesa per la creazione da parte del giapponese Yamanaka e dell’americano Thomson di staminali simili a quelle di tipo embrionale partendo da cellule cutanee dell’adulto. Evidentemente ciò estinguerebbe il contenzioso etico, in quanto studio e utilizzo di staminali totipotenti potrebbero essere realizzati senza “sacrificare” le decine di migliaia di embrioni congelati già esistenti i quali, tra l’altro, per la legge in vigore, non possono comunque essere reimpiantati in un utero, e possono solo essere mantenuti così o buttati, ma non essere utilizzati (ciò che in verità sembra  paradossale!) per la ricerca. Purtroppo, per ammissione degli stessi Yamanaka e Thompson, al momento non è affatto dimostrata l’equivalenza tra le embrionali vere e staminali ricavate da cellule adulte. Questa è una delle ragioni per cui, sollecitato dalla comunità scientifica, Barack Obama pur dichiarando apertamente la sua fede (“Da credente penso che sia necessario alleviare le sofferenze.”) ha nuovamente consentito e finanziato la ricerca sulle staminali embrionali bloccata da Bush. In ogni caso, ritenere equivalenti le staminali embrionali vere e quelle derivate da cellule adulte è una tesi per il momento scientificamente insostenibile, come lo è l’affermazione di qualche alto prelato che le staminali embrionali “non servono a nulla e finora non c’è stata una guarigione”. Le riserve etiche in un campo così complesso e delicato devono essere considerate attentamente e con rispetto anche da chi non le ritiene valide, ma non devono essere travestite da informazioni non coerenti con i dati scientifici oggettivi.  

Titolo originale. Cellule staminali tra fede e scienza 

CASTRAZIONE FA RIMA CON CONFUSIONE (9/4/09)

Castrare un individuo di sesso maschile significa privarlo dei testicoli, le ghiandole che producono oltre agli spermatozoi anche il testosterone, con seguente perdita della libido e deficit più o meno completo di erezione. Non è un caso che gli eunuchi fossero i più sicuri guardiani dell’harem. A questo tipo di castrazione chirurgica, si è affiancata da qualche decennio la castrazione chimica circa la quale regna una notevole confusione non solo tra la gente comune, che in buona parte la auspica per comprensibili ragioni emotive (stupri di donne e di bambini), ma non di rado anche tra i politici che la sostengono o che la contrastano. Per attuare la castrazione chimica che mira a provocare atrofia testicolare si ricorre a due ormoni di sintesi, il leuprorelin (enantone) o il depo-provera (medroxyprogesterone), prevalentemente usati il primo per il trattamento del cancro prostatico ed il secondo come anticoncezionale. Ambedue i farmaci bloccano la produzione da parte della ghiandola ipofisi dell’LH, ormone luteinizzante, che normalmente stimola la funzione testicolare. Pertanto, in assenza di questo stimolo ormonale ipofisario i testicoli rimpiccioliscono e cessano di produrre il testosterone, con scomparsa del desiderio sessuale. Senza più desiderio- dicono i sostenitori della legge sulla castrazione chimica- il pedofilo stupratore non ha più la voglia impellente di abusare delle proprie vittime. Di fatto, in molti Paesi la castrazione chimica è già legge (Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Canada, California), in alcuni di essi come provvedimento imposto, in altri praticato solo se richiesto dallo stesso stupratore (il più delle volte solo per ottenere una carcerazione più ridotta). Il vero problema è che tale castrazione risulta reversibile, cioè dura finché dura la somministrazione del medicamento, ciò che solleva inevitabili interrogativi: quanto dovrebbe durare? Si praticherebbe fissa per tempi e modi indipendentemente dall’età? Come si dovrebbe o potrebbe controllare che il soggetto si curi con regolarità? Altro problema di fondo è che la sessualità dell’uomo non è soltanto un fatto ormonale, permeata com’è da una quota psichica non testosterone-dipendente condizionata dal costume, dalla famiglia in cui il violentatore è vissuto, dalle sollecitazioni ambientali e mediatiche. Esiste pertanto il concreto pericolo che il soggetto in trattamento “si vendichi” della castrazione che la società gli ha imposto e, proprio perché privato del desiderio sessuale, infierisca in altro modo sulle sue vittime. D’altronde, i controlli sul dopo-castrazione non sono previsti neanche in Paesi che già applicano il provvedimento per cui i dati sulla recidivanza delle violenze compiute dai “castrati” sono sicuramente sottostimati. Questo spinge alcuni (ad esempio i conservatori inglesi) a rimarcare la “insufficienza” della castrazione chimica e a proporre per gli abusatori pedofili unicamente il carcere duro. Il versante  più “sociologico” (sacerdoti, psicologi, associazioni per i diritti civili) insiste invece sulla necessità di una rieducazione del pedofilo colpevole di reato con sedute di psicoteraia già durante la carcerazione. Per i supergarantisti l’optimum sarebbe invece la migliore educazione “a priori” dei cittadini e specie dei giovani, bombardati come sono da messaggi di bullismo, violenze e sesso estremo. Obiettivo nobile, che però non risolverebbe certo il problema nell’immediato. La soluzione non è dunque semplice e i politici dovrebbero cercarla in modo bipartisan con grande sollecitudine, ma senza decreti legge, perché la questione non è evidentemente né di destra né di sinistra.

Titolo originale. Castrazione fa rima con confusione.

ATENEI: ATTENTI A RITAGLIARLI (1/4/09)

Tutto quello che la ministra Gelmini propone è giusto a destra e sbagliato a sinistra. In realtà i provvedimenti tanto diversi tra loro per tipo, importanza ed impatto, meritano attenzione e riflessioni diverse. Si dovrebbe poter essere d’accordo o in disaccordo senza correre il rischio che la posizione assunta sia considerata un atteggiamento pilatesco o un tentativo di inciucio. Senza conoscere esattamente alcuni dati oggettivi sullo status quo della scuola e sui dettagli della legge è facile incorrere in giudizi superficiali, ma qualche riflessione di carattere generale è comunque possibile.. La più “banale“ riguarda il voto in condotta e il grembiulino “tuttieguali” proposto per le scuole elementari. Onestamente non vedo cosa ci sia di male in questo provvedimento, o nell’insegnare ai ragazzini ad alzarsi quando entra l’insegnante, o nel punirli quando usano un comportamento ineducato. Così non vedo motivo di criticare (la Gelmini non c’entra) la proibizione di usare il cellulare in classe o le sanzioni esemplari per i bulli o gli studenti che imbrattano e danneggiano la propria scuola. Specie in tempi di magra, mi pare pure cosa buona che si cerchi di capire come si possano risparmiare dei soldi amministrando meglio quello che c’è. Purtroppo, dalla fine della guerra in poi non mi risulta che nessun governo si sia davvero preoccupato di rivisitare senza preconcetti politici “tutta” la scuola nel suo complesso (elementari, medie, università), come se l’interesse per i giovani che saranno classe dirigente non fosse una garanzia per  la nazione del futuro. Ben venga quindi qualcuno, come la Gelmini, che attiri l’interesse sulla scuola. Qui però cominciano le perplessità a cominciare dalle cifre apparse sulla stampa. Fermando l’attenzione sulle università, la realtà che conosco un po’ meglio, ci sarebbero 37.000 cattedre in meno con tagli soprattutto al sud. Trascurando al momento, per problemi di spazio, i drammatici problemi umani delle persone coinvolte nella riduzione, soffermiamoci sui numeri in assoluto: 30.000 in meno sarebbe per l’Italia una cifra assurda autolesionistica se le cattedre da eliminare funzionano o al contrario una cifra  insufficiente se ulteriori atenei  o facoltà risultassero inutili perché creati ad personam,  indipendentemente dalla reale necessità (come certamente avviene e per materie persino risibili). Quindi “tanto” o “poco” dipende dai criteri con i quali si giudica l’efficienza e la ragione d’essere dell’università. Il metodo adottato per giudicare necessità e produttività di un ateneo diventa dunque un fattore cruciale, anzi una pregiudiziale di importanza decisiva. Di questo però, forse per mia disinformazione, non ne so nulla ossia ignoro come sono state date le pagelle. Non avrei obiezioni se risultasse che il giudizio è stato dato da persone autorevoli, indipendenti, “nuove”, e con una visione moderna del Paese. Devo invece rilevare, purtroppo, che le cattedre e i docenti fasulli che si intende cassare non sono nati per caso, ma per giochi clientelari e di potere voluti proprio da gente che  sedeva e siede ancora in Parlamento. Non riesco pertanto a immaginare che i “vecchi colpevoli” siano le persone più adatte a correggere l’anomalia di cui sono responsabili. Non mi riferisco naturalmente alla Gelmini, che è troppo giovane per avere dirette responsabilità, ma probabilmente troppo ingenua, se in buona fede, da ritenere realizzabile una inversione di rotta con un equipaggio e una nave che sostanzialmente sono sempre gli stessi.  Già ora in teoria ci sono armi a disposizione di presidi di facoltà e di rettori d’ateneo per intervenire su nomine ed efficienza, ma fino ad ora nessuno ha esercitato questo potere perché, altrimenti, cattedre inconsistenti e insediamenti nepotistico-politici non sarebbero la pesante realtà che sono. Il motivo? E’ che a tutti conviene non andare troppo per il sottile dato che gli scheletri nell’armadio sono molti. E allora diventa difficile giudicare la portata di una riduzione gelminiana non selettiva di atenei, materie e docenti. Si corre il rischio che gli intrallazzatori trovino comunque modo di sopravvivere data la loro collaudata esperienza all’illecito e che ci rimettano invece solo sedi qualificate e persone che fanno il loro onesto lavoro. Sono al momento inattuate norme molto semplici, ma non insignificanti, quali  il controllo dell’operosità  in termini quali- e quantitativi di ciascun istituto accademico, secondo parametri oggettivi possibili e validati all’estero e , perché no?, anche il controllo dell’orario di lavoro, controlli che mancano completamente nelle nostre Università. Qui mi scontrerò con i difensori a parole della libera ricerca, della creatività, et cetera, che non devono essere condizionate da orari, ma chi conosce la realtà sa che ho ragione da vendere. Accanto a precari nobilissimi che per un pezzo di pane tengono su la baracca ed il prestigio della nostra ricerca, ci sono professori di ruolo che possono pure esercitare una attività privata, andare, uscire, viaggiare, tornare senza alcun obbligo di dimostrare a nessuno (altro che timbro di cartellino, ministro Brunetta!) che si sono assentati per ragioni professionali. E’ sufficiente per loro fare lezioni ed esami, per portarsi a casa uno stipendio niente male, molto superiore  a  quello di un precario. Per costruire una casa nuova perché non cominciare dalle fondamenta? Se non si fa quello che si può già fare, come essere fiduciosi che si realizzerà  quello che deve ancora essere fatto ?

Titolo originale. Universita’ e Gelmini.

CONSEGUENZE CONIUGALI E NON DEL …RUSSARE (31/3 09)

Per l’insistente sollecitazione epistolare di un fedele lettore, devo trattare oggi di un piccolo problema medico- esistenziale: il “russare” (esiste pure il termine russamento, ma è così brutto!). Dopo i 40 anni russano il 60% dei maschi e il 40% delle femmine, e negli over 65  le percentuali aumentano e si equivalgono nei due sessi. Il russare è dovuto ad un restringimento/ostruzione delle vie aeree superiori,  dovuti a varie cause quali in primis deviazione del setto nasale, ipertrofia dei rilievi mucosali presenti nelle fosse nasali (turbinati), congestione o intasamento nasale di varia natura, restringimento del rinofaringe. Passando attraverso vie aeree ristrette l’aria mette infatti in vibrazione l’ugola (velo pendulo), la cartilagine epiglottica (e le tonsille in chi ce l’ha ancora) con il conseguente ben noto respiro rumoroso. In queste situazioni la respirazione con la bocca tende a sostituire progressivamente quella nasale. Il disturbo è costante o quasi in circa un russatore su quattro, mentre il grado del russare varia da rumore modesto, sopportabile dal partner, ad uno udibile persino in stanze adiacenti. Si cita il caso di un obesa anziana che russava così forte da far cadere la vecchia sveglia posizionata sul comodino. Il russare notturno è fonte di reciproche lamentele in coppie sia di diritto che di fatto, così quotidiane da portare a… camere separate. Quando non è  saltuario, e allora può considerarsi un noioso fastidio, il russare può configurare una vera malattia (in gergo medico “roncopatia” o patologia del russare) che può evolvere per gradi verso una condizione patologica più seria chiamata “sindrome da apnea da sonno”, caratterizzata da periodi di apnea (arresto respiratorio), che durano più di 10 secondi e che possono ripetersi decine di volte in una notte. In tali fasi, la concentrazione ematica di anidride carbonica supera un certo limite, stimolando il centro respiratorio  per cui il soggetto “è costretto” a respirare bruscamente, momento che viene avvertito come un rantolo fragoroso che può persino spaventare la persona che dorme accanto. Inoltre, l’inevitabile riduzione dell’ossigenazione del sangue durante l’apnea, specie in individui a rischio, può avere conseguenze cliniche non marginali. Oltre alla stanchezza e irrequietezza causate dai frequenti risvegli notturni, si possono avere infatti complicanze cerebrali e cardiocircolatorie e persino sessuali. Significativo è che nella metà o più dei pazienti maschi che lamentano insufficienza erettile risultino presenti più di 5 episodi di apnea notturna ogni ora. Nel “russatore semplice” possono rivelarsi efficaci alcun espedienti ragionevoli come dimagrire se c’è sovrappeso e pancia prominente, abituarsi ad una cena leggera, abolire il fumo, diminuire gli alcolici serali (che causerebbero un arretramento della lingua durante il sonno), dormire di lato, evitare il sovraffaticamento e i sedativi (se non proprio necessari). Sembra efficace anche l’uso di un umidificatore nella stanza dove si dorme, in quanto l’aria troppo secca favorisce la respirazione orale, mentre incerte sono le evidenze circa l’utilità dei “cerotti nasali” usati anche da qualche atleta (ma sempre di meno). Quando la roncopatia  cronica è severa e si arriva all’apnea notturna, i rimedi ora citati non sono più sufficienti. Un accertamento diagnostico ORL, eventualmente completato da un esame chiamato polisonnografia, aiuterà allora a stabilire le cause e su queste si potrà intervenire per via chirurgica (ad es., correggendo il setto nasale molto deviato o riducendo i turbinati). In caso di vibrazione abnorme del palato molle e dell’ugola l’intervento che va per la maggiore è la uvulopalatoplastica, oggi praticabile anche ambulatoriamente a mezzo di raggio laser. Il divorzio risolve talora i dissidi coniugali da roncopatia, ma purtroppo… non guarisce il russatore.

Titolo originale. Conseguenze coniugali e non del …russare

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