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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Il fanatismo descritto nella prima parte di questo articolo sulla Sindrome della fatica cronica (SFC) è allucinante anche perché i ricercatori, accusati (e minacciati per questo) di perder tempo a indagare sulla efficacia di terapie neuro-psichiatriche, escludevano a priori cure antivirali auspicate invece dai fondamentalisti. Tra i virus che secondo i fanatici (e non solo) dovevano essere combattuti troviamo in primis quello della Mononucleosi infettiva, il citomegalovirus,  l’Herpesvirus umano, l’HIV (causa dell’AIDS) e più di recente pure il SARS-CoV-2 (COVID-19). I virus potrebbero non essere fattori causali diretti della SFC, approfittando per agire dell’eventuale immunodepressione dei soggetti con SFC, in altre parole peggiorando il deficit del sistema immunitario. Tuttavia, ricerche recenti condotte nel 2022 al King’s College di Londra e pubblicate sulla rivista ”Psychoneuroendocrinology” dimostrerebbero che ad avviare la SFC ci sarebbe non un deficit di reazione immunitaria ma una risposta iperattiva di questo sistema. Lo studio è stato condotto su 55 pazienti affetti da epatite C, precedentemente trattati con interferone alfa. Durante il trattamento, 18 di essi sviluppavano i sintomi della CFS persistenti per oltre  6 mesi, nei quali  la risposta immunitaria, rispetto ai restanti 37, risultava effettivamente più alta di quella presente prima dell’inizio del trattamento. La dr.ssa Alice Russel rimarca al riguardo che, una volta stabilizzatisi i sintomi della SFC, l’attività del sistema immunitario rientrerebbe però nella norma, affermando testualmente: “Per la prima volta, abbiamo dimostrato che le persone inclini a sviluppare la sindrome da SFC hanno un sistema immunitario particolarmente vivace nel periodo precedente e/o contemporaneo agli esordi. Le nostre scoperte suggeriscono che queste persone possono effettivamente avere un rischio maggiore di sviluppare la SFC”. Sembrerebbe dunque assodato che i soggetti con SFC, quando lamentano sintomi conclamati e persistenti, non mostrano più alcun aumento della reattività immunitaria presente invece prima o solo agli inizi della sindrome. In effetti, lo stesso team di ricercatori, confrontando la reattività immunitaria di 54 soggetti affetti da SFC con quella di 57 sani asintomatici, non ha rilevato differenze significative tra i due gruppi. La SFC tende a essere diagnosticata troppo tardi e con difficoltà e non esistono esami di laboratorio che consentano una diagnosi certa. In assenza di una causa definita e dimostrabile, anche la cura della SFC è incerta: antinfiammatori non steroidei (FANS), antidepressivi, farmaci ipnotico-sedativi, terapia cognitivo-comportamentale, attività fisica moderata o, infine, integratori vitaminici, provvedimenti peraltro tutti di dubbia, fugace e insoddisfacente efficacia. Malati di SFC veri e problematici, dunque, non fannulloni sfaccendati.

A differenza degli animali, l’uomo ha un’evidente maggiore potenziale intellettivo ed emotivo. Ciò suggerirebbe (ma è poi vero ?) una sua evoluzione progressivamente sempre più ricca nei secoli di sentimenti positivi e di  pensieri nobili, frutto di migliore conoscenza della natura, del mondo e dei suoi simili. Questo in sintesi  sembra la sine qua non per cui l’uomo si meriti l’attributo di “Sapiens”. Per evolvere in questa corretta direzione l’uomo dovrebbe però pensare, conoscere, capire ed essere capace di correggersi.. In tempi lontanissimi la lettura e la scuola non esistevano e l’unica modalità di apprendimento, essenziale del resto per la sopravvivenza della specie, erano gli esempi famigliari e tribali. Poi, circa 5000 anni fa la scrittura, la storia scritta e i progressi scientifici per altro sfuggenti ai più. Questi risultavano ifatti privilegi riservati a classi elitarie, sacerdotali o meno, non certo intenzionate a divulgare il sapere a vantaggio della conoscenza collettiva. Gli schiavi e gli umili meno pensavano e meglio era. Da qui inevitabili e inumane differenze di classe e di “civiltà”, parola quest’ultima che meriterebbe peraltro di essere meglio definita universalmente, ciò che fin qui non è accaduto. Andrebbe pure ribadito che per meritarsi il “Sapiens” l’uomo avrebbe dovuto anzitutto stabilire delle norme necessarie per la convivenza civile, valide per tutti, prive di ogni tipo di discriminazione (quanto a censo, gender, etnia) e finalizzate invece, per quanto attiene in particolare alla gestione degli interessi collettivi, a convincere l’intera umanità a privilegiare il merito rispetto ad ogni altro parametro selettivo. Non basta  vivere e lasciarsi andare a istinti/sensazioni/emozioni (bellissime componenti per altro, specie durante la adolescenza), ma bisogna anche formulare delle regole di vita a vantaggio non solo del singolo ma di tutti gli “altri”. Questo in sostanza potrebbe essere l’auspicio del Sommo Poeta: ”Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” (Inferno, canto XXVI). Magnifico! Ma per farlo occorre in concreto e con assoluta priorità non essere sopraffatti dai problemi del pane, dalle carestie e dalle malattie: la semplice sopravvivenza  prevale in questi casi su ogni altra considerazione. Soltanto una minoranza non sopraffatta dai bisogni si concederà (volendolo!) di seguir virtute e conoscenza. Soffermiamoci ora su un esempio banale, immediato, “pars pro toto”, tralasciando volutamente difficoltà ben più serie e appariscenti come la lotta dei ceti poveri per affrontare il caro vita in generale, relativo a bisogni esistenziali elementari (bollette, alimenti, salute). Limitiamoci a sottolineare le difficoltà dei meno abbienti per accedere alla “conoscenza” tramite Scuola e  Università che per molti sono pure lontane da casa (con relativi problemi di viaggio, di spostamento e di stanze in affitto). Altro esempio “banale” riguarda il costo dei libri tout court, non solo scolastici,  strumenti utili o essenziali per coloro che vogliano conoscere, pensare e informarsi. Il loro costo, in continua crescita, viene superato abbastanza facilmente solo dai ceti medio-alti, ma diventa problematico per i meno fortunati o proibitivo per i pensionati:  vivendo con poche centinaia di euro al mese, il “seguir virtute e conoscenza” sono progetti che essi non potrebbero permettersi. Altro esempio ancora (tra i tantissimi) è un  libro del 2022, definito da Piero Angela come “saggio politematico” riguardante l’ABC della conoscenza nel senso più ampio (cultura e ignoranza, politica e leggi, ricchezza e povertà, scienza e pseudoscienza, verità e bugie): il volume è passato in pochi mesi da 18 euro in copertina a 24.5: quanti curiosi non agiati si potranno permettere di acquistarlo per erudirsi? Nota ulteriore: i quotidiani nazionali, pur essi fonte teorica di conoscenza generica (nonostante  tanti limiti ben noti) hanno da mesi aumentato il costo in edicola: si arriva per uno di questi persino a un 2,5 euro, se c’è il supplemento abbinato, peraltro obbligatorio (!). Non solo ma anche il crescente costo dei giornali spiega il recente cospicuo calo delle vendite e quindi dell’informazione spicciola. In conclusione, acculturarsi e conoscere per alcuni  pur avidi di conoscenza (e sono purtroppo una minoranza !) costa troppo. Per cui,  menzionando un libro dimenticato di Luigi Einaudi, vien da dire: “Caro Dante anche tu  ti sei lasciato andare a <Prediche inutili>”. Tali erano nel ‘300 e tali sono rimaste al giorno d’oggi. “Sapiens” rimane dunque un attributo piuttosto discutibile.

La rivista “British Journal of Sports Medicine”, ha pubblicato quest’anno l’articolo “10 second one-legged stance” (“10 secondi in piedi con una sola gamba”) che non può non sconcertare. Questo perché il test proposto darebbe informazioni prognostiche considerate “rilevanti” sul rischio di morte integrando informazioni di altro tipo riguardanti età, sesso, variabili antropometriche e cliniche. In altre parole, il saggio sull’equilibrio statico di una persona che si regge per la durata di 10 secondi su una gamba sola sarebbe secondo gli Autori così utile da auspicarne l’applicazione in uomini e donne di mezza età e anziani nel corso di una normale visita medica. I soggetti incapaci a completare tale test avrebbero in effetti un rischio più alto di mortalità per tutte le cause, cioè a dire un’aspettativa di vita globalmente più breve. Conviene sapere che diversamente dalla capacità aerobica (la capacità dell’organismo di mantenere un ritmo medio/veloce durante una corsa), dalla forza muscolare e dalla flessibilità, l’equilibrio dell’uomo o della donna si conserva abbastanza bene fino ai sessant’anni, per poi iniziare a diminuire rapidamente (da qui anche le cadute più frequenti a una certa età). Nonostante lo si sappia,  la sua valutazione non risulta però routinaria durante le visite mediche a persone di mezza età e anziani. Nello studio suddetto su 1.702 soggetti analizzati,  in maggior parte uomini tra   51 e 75 anni (età media di circa 61 anni), per misurare il loro equilibrio statico si è dunque saggiata la capacità di resistere in equilibrio statico per 10 secondi su una gamba sola, tenendo inoltre la parte dorsale del piede rialzato appoggiata al polpaccio dell’altra gamba, le mani dritte lungo il corpo e lo sguardo fisso davanti a sé. Con una certa sorpresa il 20,4% dei partecipanti (348) non ce l’ha fatta a completare  il test e tale incapacità risultava più evidente con il progredire dell’età e quasi raddoppiava ogni cinque anni. Più in dettaglio: test non completato dal 4,7%, 8,1%, 17,8% e il 36,8% delle persone nelle fasce di età rispettivamente di 51–55, 56–60, 61–65 e 66–70 anni. Più della metà (53,6%) dei soggetti anziani tra i 71 e i 75 anni non è stata proprio in grado di completare il test, un’incapacità 11 volte maggiore di quella degli individui 20 anni più giovani. Nel successivo monitoraggio mediano di 7 anni, risultavano deceduti 123 dei 1702  partecipanti (7,2%), principalmente per  cancro (32%), malattie cardiovascolari (30%), malattie dell’apparato respiratorio (9%) e pure complicazioni dovute al COVID-19 (7%). La percentuale di morti risultava più alta tra coloro che non avevano completato il test (17,5%) rispetto alle  persone che sono riuscite a portarlo a termine (4,6%), con una differenza assoluta del 12,9%. Dati quanto meno sorprendenti (Il va sans dire che gli etilisti erano…esclusi dallo studio).

È  ovvio che se un soggetto è carente di un certo principio, poniamo di una vitamina, è opportuna l’assunzione di un preparato/integratore che la contenga. È altrettanto ovvio che se non c’è un deficit vitaminico l’assunzione, oltre che costosa, è inutile (come lo sarebbe l’aggiungere carburante nel serbatoio di una vettura già pieno) o può persino essere nociva (specie in caso di un eccesso di vit A e D). Eppure gli integratori vitaminici si vendono alla grande, senza che nessuno pensi di chiedersi se servono davvero e di informarsi in merito. Immaginiamoci però che qualcuno voglia farlo e vediamo cosa potrebbe succedere. Il consumatore “curioso” sollecitato dalla pubblicità  persuasiva di un integratore decide di consultare il sito aziendale. In esso si afferma che il loro prodotto, ricco com’è di “decine” di ingredienti garantisce “decine di benefici”, e che questi sono supportati da lavori scientifici aggiornati. Il consumatore si convince pertanto che pure la Ditta X  ritenga che sia una garanzia il supporto scientifico degli studi riportati in riviste internazionali (dotate di un comitato di revisori ad hoc). Volendo approfondire, il nostro consumatore scrive fiducioso al Servizio Clienti della Ditta chiedendo nello specifico l‘elenco degli studi scientifici da essa enfatizzati e attestanti la validità/efficacia del loro integratore. Poniamo a questo punto che la Ditta X risponda di non poter dare dettagli in quanto gli studi contengono “segreti professionali”. Il consumatore un po’ deluso obietta allora che i trial per valutare l’efficacia  di un preparato non svelano di per sé alcuni segreto industriale (relativo per esempio alla formulazione farmaceutica), ma confermano solo che i soggetti che  inizialmente assumono il preparato vitaminico hanno avuto benefici significativamente maggiori rispetto a quelli denunciati dai soggetti assumenti un qualsiasi placebo o non trattati. Poniamo che allora il nostro curioso ribatta che, date queste reticenze, la Ditta X dovrebbe almeno rimodulare la campagna pubblicitaria usando un messaggio meno trionfalistico e più…prudente. Ulteriore risposta del Servizio Clienti: la Ditta X non può condividere queste informazioni con i consumatori, perché la documentazione richiesta va classificata come “proprietaria” (?) e, pertanto non può essere divulgata. La scenetta descritta è accaduta realmente ed è comune pure per terapie strumentali e non farmacologiche decantate dalle Ditte produttrici (di quest’ultime ho esperienza diretta e non le nomino per evitare seccature didimoclastiche). Morale: quale opinione può farsi il cittadino di un prodotto descritto come validato da studi coperti da “segreti professionali”? Per assumere un qualsiasi preparato o per curarsi con terapie strumentali è insomma raccomandabile informarsi se ci sono prove d’efficacia, magari con l’aiuto del medico di fiducia (se c’è).

Dovrebbe valere per tutti il proposito di non causare mai morte e sofferenza ad altri esseri umani, un imperativo categorico sancito anche dal 5° dei Dieci Comandamenti, ritenuti necessari a causa dell’imperfezione naturale dell’Homo sapiens (chiedo venia al Demiurgo). Per chi è medico curare le sofferenze e contrastare la morte vale ancor di più, in coerenza con il preciso impegno etico della sua scelta professionale. A proposito delle inaccettabili morte premature dovute a eventi bellici avevo già scritto in una rubrica di 10 anni fa (ma l’annotazione è davvero senza tempo), prescindendo allora come oggi da qualsiasi anche minima sfumatura e considerazione politica. Anche allora commentavo soltanto in ottica medica la tragedia della guerra in Siria: 11 anni senza pace dal 2011, repressione violenta, migliaia di morti, persone scomparse, masse di migranti disperati, con coinvolgimento in primis di Russia, Cina, Turchia, Stati Uniti. Il commento sulla tragedia Siria può adattarsi purtroppo anche ad altre guerre, come quella dieci anni prima in Iraq (2003, armi di distruzione di massa inesistenti come pretesto!), e anni prima ancora in Afghanistan (protagonisti principali variabili nel tempo e tutti non-afgani, tranne i talebani!) e in decine di eventi bellici nel mondo. Dal web sappiamo per esempio che solo nel 2021 si potevano registrare ben 291 (duecentonovantuno!) conflitti più o meno “locali” ad opera di gruppi terroristi-separatisti-anarchici-fondamentalisti. Gruppi tutti per altro armati di tutto punto da Paesi democratici e non, che con le guerre ci guadagnano sempre, tanto e comunque. Ultima in ordine di tempo la tragica guerra/operazione speciale in Ucraina, scatenata in primis dalla criminale aggressione russa di quel Paese, che dura già da più di tre mesi e che secondo il segretario di Stato americano Antony Blinken  potrebbe prolungarsi per tutto il resto del 2022. Da qui, in TV sui giornali e nei cellulari scene quotidiane strazianti di vittime che hanno fatto persino dimenticare la pandemia COVID in quel paese martoriato che pure è a  rischio aumentato di contagio e diffusione virale a causa della guerra e degli assembramenti dei cittadini e degli stessi i combattenti nei rifugi, nelle cantine e nelle trincee. Da medico, rilevo inoltre che i media ignorano del tutto lo status della la vaccinazione anti-COVID che in Ucraina è inevitabilmente precaria, benché cifre del 2022 parlino di 5.040.518 contagiati. Il ruolo dei medici  è desolatamente poca cosa anche in questo contesto. Possono solo occuparsi con difficoltà dei feriti e limitarsi a inorridire impotenti per tutte le morti di civili e di militari combattenti sui fronti opposti, a prescindere quindi dalla tipologia dei deceduti. È ovvio, certo, che l’eccidio straziante di donne e bambini inermi e anziani in Ucraina (e  in ogni guerra) ci sbigottisca particolarmente ogni giorno suscitando dolore e raccapriccio, ma un medico non può pure non chiedersi perché lo sgomento non risulti altrettanto frequentemente denunciato per i  15-25 mila bambini sotto i 5 anni che in tempo di pace  continuano a morire ogni ventiquattrore solo per mancanza di cibo e medicine e relative conseguenze. Tornado alla guerra, l’impotenza dei medici nell’impedire che vi siano vittime belliche potrebbe prescindere da differenze tutto sommato marginali enfatizzate dai media e riguardanti le armi usate per uccidere: microbiologiche, gas nervini o  armi/bombe “convenzionali” (sic!) o ventilate bombe atomiche, per cui a morire sarebbe l’intero pianeta. Ma il 5°Comandamento “non ammazzare” (e non spingere altri a farlo al posto tuo!) non dovrebbe valere sempre e comunque quale che sia l’arma usata? Il vero orrore per i medici, insomma, ma dovrebbe esserlo per tutti, sono le guerre di per sé più che le armi usate, ed è desolante che dopo 5000 anni di storia (ma succedeva anche prima), l’uomo abbia continuato a far ricorso abituale alla violenza e che il ruolo dei medici si sia limitato in tutte le epoche soltanto a minimizzarne le conseguenze curando i feriti. La medicina sta progredendo in modo impressionante ma l’uso delle armi ne vanifica i progressi: dopo un eventuale guerra nucleare, poi,  non ci sarebbero malati da curare né dottori in grado di farlo. Non c’è traccia in queste riflessioni – sia chiaro – di un pacifismo tout court, inutile e astratto, perché la prevenzione delle guerre è evidentemente un progetto di difficoltà gigantesca, che tuttavia si porrebbe oggi come ineludibile. Che i reggitori del mondo sin qui evidentemente “miopi” se ne convincano al più presto, perché le conseguenze di una guerra possono oggi diventare enormi: eccidi, miseria, carestie, epidemie, migrazioni mai viste. Purtroppo a nulla è servito fino ad ora l’apporto di certe religioni (per qualcuna persino un contributo nefando!) e la saggezza di pochi illuminati.

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