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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

A prescindere dalle posizioni del mondo occidentale (ma non di quello orientale) sulla responsabilità della dissennata invasione della Ucraina, la preoccupazione che il conflitto non evolva in una guerra nucleare che diventerebbe molto verosimilmente mondiale, diventa sempre più angosciante. E ciò nonostante esperti   opinionisti (?) dichiarino che l’uso di bombe atomiche sarebbe molto improbabile. Anche senza  armi nucleari, comunque, il protrarsi della guerra comporterebbe una strage di esseri umani, la distruzione di un Paese e pesanti conseguenze economiche e psicologiche non solo ucraine ma europee se non planetarie. In verità, la percezione anche solo subliminale del rischio atomico per l’umanità intera non fa vivere bene. Questa  angoscia mi ha richiamato a mente una lettera scrittami un pomeriggio (ore 6,49 ) del 6 ottobre del 2016 da un fisico triestino compagno di liceo mio e amico. Nell’epistola egli mi riportava la descrizione fedele in suo possesso di una riunione di fisici riunitisi nel 1944 ad Alamogordo nel New Messico, prima che la bomba atomica diventasse una spaventosa realtà. Credo valga la pena di far conoscere il contenuto di questa riunione (il linguaggio lascia un po’ a desiderare, ma non è colpa mia).

“Nella città senza nome non segnalata sulla carta, migliaia di fisici e di tecnici lavoravano alacremente al progetto di costruzione della prima bomba atomica, Progetto Manhattan. Il primo test su terra veniva preparato

accuratamente soprattutto per quanto riguarda la sicurezza del personale. Si presentò un quesito drammatico: lo scoppio, aumentando la temperatura attorno, sarebbe aumentato di molto il numero di collisioni Azoto-Ossigeno, ma con quali conseguenze? Si trattava di calcolarne il rischio e di prevedere le probabilità di tali collisioni, ovvero, in termini tecnici, bisognava calcolare con i dati allora in possesso la Sezione d’Urto, che è un’area della collisione Azoto-Ossigeno, la quale avrebbe prodotto tra l’altro composti azotati. Se la Sezione d’Urto fosse stata alta, la probabilità di processi a catena, a valanga, sarebbe pure stata elevatissima con il rischio di incendio totale immediato di tutta l’area presente sulla terra e la morte istantanea di tutta la biosfera. Per fortuna il calcolo approssimato di questa Sezione d’Urto diede numeri piccoli e si procedette pertanto alla realizzazione [della bomba]. Questa storiella fu raccontata alla fine del cenone di addio di un Congresso  nel Tennessee, da un fisico che aveva fatto parte del Progetto Manhattan.”

Inutile precisare che chi scrive non è culturalmente in grado di apprezzare i dettagli tecnici contenuti nella descrizione, ma desidera solo sottolineare in primis con innegabile angoscia che la decisione se procedere  nella realizzazione della bomba atomica sia stata presa in base ad una valutazione teorica. Poichè “errare humanum est” è lecito quindi chiedersi cosa sarebbe successo se si fosse giunti a una conclusione sbagliata? Ciò induce a una straordinaria cautela quando i risultati delle nostre scelte, in qualsiasi campo, possono aver conseguenze tragiche e  definitive per il genere umano. E’ vero che “Si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace preparati alla guerra), locuzione latina che dobbiamo allo scrittore Vegezio del IV – V secolo d.C., ha dimostrato di non essere sempre del tutto astrusa, in quanto la deterrenza sembra aver funzionato nei secoli (almeno qualche volta: vedi ad esempio la vicenda affrontata  da Kennedy e  Krusciov dei missili sovietici a Cuba). In questa strategia ci credeva molto Foster Dulles, segretario di Stato durante la presidenza Eisenhower, convinto che in caso di rischio bellico tra Stati convenisse arrivare fino “all’orlo dell’abisso”. Tuttavia, Vegezio viveva al tempo in cui la popolazione era assai più ridotta e le armi erano fatte di spade, frecce e fionde. Oggi siamo quasi 8 miliardi e le testate nucleari (stime in rete del 2022) sono impressionanti: Russia 6225; Usa 5550; Cina 350; Francia 290; Regno Unito 215; Pakistan 165; India 156; Israele 90; Corea del Nord 40. Conviene pure ricordare che la bomba atomica più potente oggi (Bomba Zar) sprigiona una energia 3125 volte superiore a quella emanata dall’ordigno sganciato su Hiroshima o, se si preferisce, ha 10 volte la potenza combinata di tutti gli esplosivi convenzionali usati nella seconda guerra mondiale. Da sperare dunque che, a cominciare dall’Ucraina (e non solo), l’“homo sapiens” si decida a seguir virtute e conoscenza, come raccomandato fin qui inutilmente dal sommo Poeta, se vuol evitare di diventare “insipiens” e di suicidarsi.

Grazie al monitoraggio della COVID-19 in tutto il mondo, e forse anche per l’aggressività diversa delle nuove mutazioni del SARS-CoV-2, le sorprese non mancano. Nel tempo sono infatti emersi  sintomi o complicazioni imprevisti pur restando che la polmonite interstiziale grave è la preoccupazione maggiore, cui si deve l’alto tasso di ospedalizzazione, di terapie intensive e di decessi. Com’è noto, oltre ai disturbi respiratori (dispnea)  i pazienti lamentano febbre, tosse, mal di gola e di testa, dolori muscolari, stanchezza persistente, tremori, disturbi intestinali e pure perdita transitoria dell’olfatto e del gusto. Più di rado, si hanno gravi sintomi/complicanze non respiratori includenti aritmie cardiache e disturbi della coagulazione o la ancor più rara insufficienza multiorgano sia in bambini che in adulti. In soggetti già a rischio per l’età o per preesistenti malattie (degenerative, autoimmunitarie o metaboliche come in primis il diabete mellito), le conseguenze sono inevitabilmente maggiori. Uno studio su 200 mila persone pubblicato nel 2022  su “The Lancet Diabetes & Endocrinology” rivela inoltre che una infezione da SARS-CoV-2, anche di entità clinica lieve, aumenta il rischio  di un diabete prima inesistente. Più in dettaglio, pazienti apparentemente guariti dal COVID-19 contratto 1 anno prima, svilupperebbero un diabete nel 40% di casi in più di quelli non contagiati. In pratica, 13 soggetti ogni 1000 infettati svilupperebbero un diabete di tipo 2, nel quale non c’è deficit di insulina, ma solo resistenza periferica all’azione di questo ormone. Il rischio diabete, possibile come s’è detto pure in malati di COVID-19 lieve, aumenta tuttavia in parallelo con la gravità clinica dei contagiati, risultando ben tre volte maggiore di quello di soggetti comparabili mai contagiati dal SARS-Co-V-2. Pure i soggetti obesi normoglicemici pre-infezione, hanno un rischio più che doppio di sviluppare un diabete rispetto ai non contagiati. Che le conseguenze sul metabolismo degli zuccheri siano più pronunciate negli obesi è abbastanza comprensibile perché i soggetti in sovrappeso, a prescindere  dalla COVID-19, sono notoriamente già a rischio di diabete di tipo 2, rischio accentuato ulteriormente dal contagio con SARS-Co-V-2. Più recente il riscontro di un maggiore rischio di diabete pure di tipo, quello 1 insulino-carente, ciò che lascia ipotizzare che questo cororonavirus danneggi direttamente anche le beta-cellule del pancreas che sono produttrici di insulina, con conseguente increzione deficitaria di tale ormone. Questo rilievo verrebbe confermato da uno studio su “Cell Report” del 2022. Negli Stati Uniti il “rischio diabete” risulterebbe maggiore nei più anziani, nei maschi bianchi, negli ipertesi e in certi gruppi etnici più che in altri, per cui le conclusioni di questa ricerca potrebbero non avere un  significato assoluto.

VACCINO SPECIFICO PER LA VARIANTE OMICRON DEL SARS-CoV-2? 26 04 2022

Sull’ultimo numero di Recenti Progressi in Medicina si affronta il problema di nuovi vaccini anti-COVID efficaci anche contro le varianti del virus SARS-CoV-2 affiorate più negli ultimi tempi, in primis quella “Omicron”. A queste sono ovviamente interessati, oltreché i contagiati dei gruppi più a rischio (immunodepressi e anziani), pure molte aziende farmaceutiche. Moderna, ad esempio, già in gennaio di quest’anno ha annunciato l’avvio di uno studio contro l’Omicron che ha arruolato 600 individui suddivisi in due gruppi: il primo costituito da soggetti che hanno ricevuto due dosi di vaccino mRNA e, il secondo, da coloro che hanno fatto due dosi più il richiamo (“booster”) 4 mesi dopo la seconda dose. Analogo studio quello programmato da Pfizer, altra azienda produttrice di un vaccino mRNA, che  prevede di fornire risultati utili entro i primi 6 mesi dell’anno in corso. Queste ricerche non escludono, anzi,  la buona efficacia dei vaccini già disponibili pure per la variante Omicron la quale, per quanto oggi si può stabilire, sembra solo più diffusiva ma clinicamente meno aggressiva e causa infrequente di sintomi gravi e di conseguente ospedalizzazione in reparti COVID o peggio ancora in terapia intensiva. Tuttavia, la questione ancora aperta è che per il momento non è ben definito quanto può durare questa protezione dall’Omicron, protezione che potrebbe anche diminuire nel tempo più velocemente delle altre varianti. A prescindere da possibili interessi aziendali da non escludersi, sembra comunque opportuno che la Sanità sia preparata a questa evenienza, e ciò vale naturalmente pure per altre varianti che dovessero affiorare in futuro. Questo è il parere (disinteressato?) anche della Dr.ssa Kathrin U. Jansen, vicepresidente e  responsabile della “Ricerca e Sviluppo” della Pfizer. In sintonia anche Ugur Sahn, co-fondatore e consigliere delegato della BioNTech, il quale dichiara che ”I vaccini continuano ad offrire una forte protezione contro le patologie innescate da Omicron”, aggiungendo poi che “Dati emergenti indicano che la protezione indotta dal vaccino contro le infezioni da lievi a moderate [come appunto quelle da Omicron], svaniscono più rapidamente rispetto a quanto osservato con i ceppi virali precedenti”. Notizie tutte importanti che ci fanno comunque ritenere che la COVID non sia un problema superato definitivamente, se mai lo sarà. Debellare per sempre questa virosi (com’è successo fortunatamente per il vaiolo) richiederebbe tempi molto lunghi e che la popolazione di tutto il pianeta fosse vaccinata,  evento possibile solo con la riduzione del costo dei vaccini nelle aree più povere del pianeta. La miopia del mondo ricco al riguardo è davvero strabiliante. Sarebbe per il momento già un progresso se si arrivasse a una vaccinazione unica ogni anno contro il virus influenzale e contro il SARS-CoV-2, la più aggiornata possibile.

Per i poveri di spirito ci sarebbe il regno dei cieli, ma per i poveri “tout court” il regno in terra non è molto roseo. Con questo esordio si scopre naturalmente l’acqua calda e l’adagio ”Anche la ricchezza non fa la felicità” appare falso e consolatorio. Specie chi è agiato sottostima quanto le ricadute complessive della povertà siano eterogenee e pesanti, ma i dati qualitativi e anche quantitativi sul rapporto “indigenza e salute” sono ben noti ai  più attenti addetti ai lavori. Purtroppo l’ Homo (poco) sapiens dimentica i risvolti negativi multipli della povertà che riguardano in particolare le prestazioni sanitarie e l’aspettativa di vita. Eppure, già nel 2016 il CENSIS rivelava che 11 milioni di italiani avevano dovuto rinviare o rinunciare a diagnosi e cure per ragioni economiche, 2 milioni in più rispetto al 2012. Lo ricordava puntualmente anni fa Cristina da Rold, giornalista freelance attenta ai determinanti sociali della salute, in sintonia con il progetto dell’Unione Europea “LivePath”. Sulle ricadute delle disuguaglianze sociali sulla salute si è occupato pure autorevolmente  Michael Marmot, epidemiologo dell’University College di Londra, che ha  esaminato anni fa i dati raccolti in 48 studi su tale tematica in un campione di 1,7 milioni di persone seguite per 13 anni in Gran Bretagna, Italia, Portogallo, USA, Australia,  Svizzera e Francia. Gli effetti della povertà sulla salute e la spettanza di vita nei soggetti osservati venivano confrontati con quelli provocati da fattori di rischio ben noti e quantificati, come fumo, alimentazione incongrua, obesità, diabete mellito e deficit di attività fisica: vizi/abitudini questi che, per ragioni culturali, prevalgono nelle classi meno agiate. Gli anni di vita persi a causa della povertà risulterebbero superiori ai 2 anni,  un accorciamento di vita pari a quello causato dai fattori di rischio sopra menzionati. Problematico non è solo l’accesso alle cure dei poveri, è che essi hanno anche maggiori difficoltà di correggere stili di vita più significativi, inclusa l’alimentazione. A proposito dei ceti bassi inglesi, George Orwell, ne “La strada di Wigan Pier” scriveva 80 anni fa che “meno quattrini si hanno e meno ci si sente disposti a spenderli in cibo sano”. Per  quanto attiene più specificamente alla spettanza di vita nei meno abbienti, questa probabilmente è molto più ridotta ancora rispetto a quanto sopra segnalato. Ad esempio, nello stato di Washington (DC), dove povertà si identifica in pratica con l’essere neri, è emerso che  l’aspettativa di vita media  per gli uomini di colore era nel 2020 inferiore di più di 17anni a quella  dei maschi  bianchi e, per le donne di colore, di 12 anni inferiore a quella delle bianche. Di recente un quotidiano nazionale ricordava grandi differenze anche in Italia  tra agiati/ricchi e poveri nelle cure territoriali  e nella speranza di vita:  nelle fasce più ricche del Nord la spettanza di vita risulterebbe in media 10 anni di più se paragonata a quelle più povere del Sud, dove maggiore è soprattutto la prevalenza di  malattie metaboliche e cerebro-cardiovascolari e di tumori maligni. Le differenze in aspettativa di vita sono dunque aumentate, anziché diminuire negli ultimi anni. Pandemie e guerre certamente non migliorano la situazione specie per i meno abbienti.

Per rispondere al quesito conviene ribadire cosa sono gli mRNA vaccini. L’ mRNA, è un acronimo che sta per “acido ribonucleico messaggero”, un acido deputato a trasportare dal nucleo della cellula (che  ospita il codice genetico) nel citoplasma un singolo frammento di DNA. L’mRNA “ordina” ai ribosomi (strutture  citoplasmatiche) di produrre proteine essenziali. I ribosomi, senza l’“istruzione” genetica dell’mRNA, non saprebbero sintetizzare né proteine, né anticorpi. I virus operano in modo analogo al mRNA: entrati nelle cellule, liberano qui le “proprie” istruzioni che serviranno non a evocare difese vantaggiose come i vaccini ma alla riproduzione di loro stessi. I vaccini a mRNA, al contrario, inducono sia  la sintesi di proteine anticorpali che l’ ”addestramento” di cellule specifiche del sistema immunitario, come se esso fosse venuto a contatto con il virus, cosa in realtà non avvenuta. Dopo poche ore, l’mRNA vaccinale scompare (ma  non rientra nel nucleo!). Quando un virus (ad es., il SARS-CoV-2) entra nell’organismo, questo scatenerà le difese già attivate. I ricercatori si sono allora chiesti, ben prima della pandemia di COVID-19, se vaccini a mRNA non potessero risultare preziosi oltre che in altre malattie virali (AIDS, Zika, Herpes), pure in infezioni batteriche, in malattie autoimmuni e in tumori maligni. Le cellule tumorali, a differenza  di virus e batteri non provengono dall’esterno, ma nascendo “dentro” di noi  potrebbero avere determinati antigeni di superficie che le cellule non degenerate non hanno. Se dunque si identificassero in biopsie del tumore degli antigeni alla superficie delle cellule neoplastiche, si potrebbero usare questi per sintetizzare vaccini a mRNA specifici contro il cancro. Purtroppo, i ricercatori si sono scontrati con il problema che i bersagli antigenici specifici alla superficie delle cellule tumorali sono poco definiti. Ciò – spiega l’esperto Sahin – “rende difficile sviluppare un trattamento a mRNA che sia non solo efficace ma sicuro”. Oltre all’efficacia, la sicurezza richiede infatti grande attenzione.  Si è tentato tra i primi un vaccino contro il tumore del colon-retto, a causa del tasso relativamente alto di recidiva di questa neoplasia, la quale potrebbe così essere prevenuta grazie al vaccino. Alcune ditte stanno esaminando al riguardo la possibilità di sfruttare il ruolo di una peculiare proteina chiamata “Claudina 6”, non espressa dalle cellule sane e che sarebbe presente invece in quelle di cancri come il testicolare, l’ovarico, l’uterino e, in una percentuale minore, in cellule tumorali del tratto gastro-intestinale, del polmone e nei tumori connettivali (sarcomi). Siamo ancora lontani dunque dai vaccini anticancro, anche perché i tumori sono diversi uno dall’altro per cui è difficile, comunque, immaginare un vaccino universale efficace per ogni tipo di neoplasia.

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