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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Il PSA, com’è noto, è un antigene prodotto specificamente dalla prostata ma non necessariamente dal cancro di questa ghiandola. Il suo dosaggio non è pertanto in grado di discriminare pazienti con cancro prostatico da quelli affetti da ipertrofia benigna, che peraltro può coesistere. Per questo motivo gli esperti sono di massima contrari ad uno screening generalizzato con il solo test del PSA. La definizione diagnostica poggia pertanto su procedure invasive come le biopsie prostatiche multiple per via trans-rettale, pur esse non sempre dirimenti. Da un paio d’anni, si è proposto un test ideato nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità in base ad uno studio clinico prospettico italiano (pubblicato sulla prestigiosa rivista Cancers). Il test si basa su un semplice prelievo di sangue (“biopsia liquida”) e il saggio di un marcatore particolare che sembra dotato di ottimo potenziale diagnostico. Questo è espresso dal 100% di specificità (vale a dire nessun risultato falsamente positivo nei sani) e dal 96% di sensibilità (cioè solo 4 risultati falsamente negativi nei pazienti tumorali). In base a questi risultati, dunque, 96 su 100 pazienti non avrebbero necessità di altri approfondimenti diagnostici. Il test si basa sul saggio dei livelli plasmatici di “exosomi” che veicolano il PSA (Exo-PSA). Gli exosomi sono vescicole extra-cellulari di dimensioni nanometriche (il nanometro  equivale a 1 miliardesimo di metro!), rilasciati dalle varie cellule dell’organismo, atti a trasportare una varietà di molecole ad altre cellule. Nel caso del cr prostatico, gli exosomi trasportano un PSA diverso da quello che di norma viene dosato nel siero. Il saggio del Exo-PSA, così specifico e sensibile, sarebbe vantaggioso anzitutto per i pazienti che non sarebbero più costretti a sottoporsi a biopsie prostatiche multiple (una dozzina) e a sopportare lo stress psicologico in attesa dei risultati istologici. L’esito del saggio degli Exo-PSA attuato in 240 soggetti, dei quali 80 affetti da cancro della prostata,  80 con ipertrofia prostatica benigna e 80 sani, è eloquente: gli Exo-PSA risultano significativamente più elevati soltanto nei pazienti tumorali rispetto a quelli con ipertrofia della prostata e ai controlli. Anche la spesa sanitaria, grazie a questo test verrebbe ad essere notevolmente ridotta, dato che si eviterebbero così i costi di ulteriori approfondimenti. Il test con Exo-PSA, all’occorrenza anche periodico, potrebbe consentire di migliorare anche la prevenzione secondaria (che mira a impedire la progressione del cancro) attuata con terapia sia chirurgica che medica e giustificherebbe pure lo screening sulla popolazione. Risultati molto interessanti, ma chi scrive si chiede perché, dopo quasi 2 anni, scarseggino ancora in letteratura studi clinici di conferma e perchè il test non si attui nei normali laboratori ospedalieri.

Abbiamo già scritto che la sensibilità e la solidarietà nei confronti dei soggetti diversamente abili risultano assolutamente carenti e non è certo una medaglia di cui si può fregiare l’Homo Sapiens. Il fenomeno, più evidente ancora per i cittadini costretti in carrozzella, non ha registrato che piccoli miglioramenti. Eppure attenzione e solidarietà in un mondo che si definisce “civile”, dovrebbero essere un requisito etico universale senza colore politico. Chiamando “diversamente abili” le persone con handicap, la società ritiene a torto di aver fatto già abbastanza. Purtroppo, non passa giorno che la cronaca non registri eventi caratterizzati da insensibilità, fastidio, insofferenza, prevaricazione e persino violenza nei confronti dei disabili. Esempio immediato è l’occupazione del posto macchina loro riservato. In alcuni ristoranti, poi, i disabili sono spesso mal accetti dai proprietari e persino rifiutati assieme ai loro familiari in qualche hotel o garni, tanto più se si tratta di gruppi, con l’invito a cercare una soluzione altrove. Pure qualche uomo di chiesa dimentica la caritas e la fratellanza con le persone disabili. Abbiamo già scritto su queste colonne parecchi anni orsono che il vescovo di Viterbo monsignor Chirinelli aveva rifiutato di sposare in chiesa due giovani cattolici perché l’uomo, paraplegico a causa di un incidente, era ritenuto incapace di avere un’attività sessuale e una capacità procreativa “come di norma”. Qualsiasi solidarietà di religiosi o laici, se non si esprime in atteggiamenti concreti, è davvero astratta e malinconica. Non si tratta, poi, di generosità verso i disabili, ma di rispetto dei loro diritti, per garantire alcuni dei quali le soluzioni non sarebbero troppo difficili. Tre esempi: gli scalini, i gabinetti nei locali pubblici e delle pedane apposite sui bus. Quanti “normali” si rendono conto delle difficoltà di un disabile di fronte ad una scala, o ad un ascensore dove la carrozzella non entra, o nell’andare al cesso in una toilette tradizionale, e specie se “alla turca”? Difficoltà gigantesche, anche quando il disabile può contare sull’aiuto di un badante. In particolare le pedane apposite sui mezzi pubblici sono una nota ultra-dolens. Lo testimonia la causa intentata nel 2010 al Comune di Roma per il fatto che nel 99% (sic!) delle fermate dei bus salita e discesa  risultavano impossibili per i disabili in carrozzella, pur essendo che il 70% dei mezzi fosse dotato di sistemi facilitanti. Il sindaco dell’epoca ha infatti dovuto promettere un suo preciso intervento, ma ignoro se la questione, indubbiamente problematica, sia stata risolta almeno in parte. Va comunque ribadito che rispettare e aiutare i disabili non è pietà, ma una condicio sine qua non perché  nazioni “civili” possano considerarsi tali. Manco a dire che la questione si fa in generale anche più grave per i disabili meno abbienti.

Sconcerta non poco che soggetti già vaccinati per prevenire la COVD-19 siano ciononostante andati incontro a questa virosi prima del raggiungimento dell’immunità di gregge. Un recente numero del British Medical Journal  dedica a questo aspetto un articolo, consentendone eccezionalmente la stampa e la diffusione gratuita al fine di scongiurare allarmismi ingiustificati. Come spiegato dalla Dr.ssa Elisabeth Mahase, la maggioranza dei pazienti già vaccinati e successivamente ricoverati per COVID-19 sono probabilmente stati infettati poco prima o in concomitanza con la vaccinazione. Questo stressa fortemente l’importanza che i vaccinati debbano mantenere il distanziamento e le altre misure cautelative finché non si sia raggiunta l’immunità che si svilupperà solo nel tempo e non immediatamente. Ben due istituzioni importanti inglesi hanno analizzato 3.842 infettati post-vaccino e poi ricoverati su un totale di 99.445 vaccinati. Dei 1.823 pazienti sintomatici il 40% (729) avevano sviluppato sintomi 8-14 giorni dopo la vaccinazione, mentre il periodo medio di incubazione era di circa 5 giorni. Ciò conferma che molti di questi COVID-19 positivi tra i vaccinati erano stati contagiati prima che si sviluppasse l’immunità da vaccino. Nell’articolo si ritiene probabile che soggetti anziani più vulnerabili, in precedenza confinati prudenzialmente a casa  perché considerati ad alto rischio, si siano frettolosamente esposti al virus durante il completamento della vaccinazione. E ciò assumendo comportamenti imprudenti post-vaccino come l’abbandono delle cautele classiche (mascherine, distanziamento, lavaggio frequente delle mani). Imprudenza ingiustificata solo perché tali pazienti a rischio erano erroneamente convinti di essere già immunizzati. In dettaglio, 211 di loro (12%) manifestava di avere sintomi 15-21 giorni dopo essere stati vaccinati e 526 (29%) dopo più di  tre settimane dal completamento della vaccinazione. Tali contagi in già vaccinati – per la Dr.ssa Elisabeth Mahase – potrebbero pure  essere dovuti in teoria al fallimento della vaccinazione che non ha, come  per qualsiasi vaccino, un efficacia del 100%. Nei soggetti in cui la vaccinazione è fallita, e che perciò non diventano immuni, il contagio è ovviamente possibile. Per la Dr.ssa Mahase va comunque rimarcato  che il numero assoluto di pazienti vaccinati che devono poi essere ricoverati in ospedale per la COVID-19  è molto piccolo ma che è proprio questi pazienti che vanno riesaminati con più attenzione e in modo più dettagliato  possibile per capire perché il vaccino in loro non ha funzionato e non ha protetto. Dei 400 pazienti che sviluppavano sintomi dopo 21 giorni dalla vaccinazione 113 morivano a causa della COVID-19 e, di questi, ben 82 facevano effettivamente parte del gruppo più fragile di anziani. Questo rapporto ha pure numerosi limiti, non disconosciuti dagli stessi autori. Tra questi, in primis, il fatto che non tutti i pazienti ricoverati erano stati arruolati nello studio. Addendum a latere, che in ogni modo aggiunge ottimismo: l’EMA ha ricevuto a marzo notizia dalla Pfeizer-BioNTech che in uno studio di fase 3 il loro vaccino testato in 2.260 soggetti tra 12 e 15 anni ha mostrato un’efficacia del 100% con eccellenti risposte anticorpali. Sembra improbabile che questi ragazzini vaccinati si contagino successivamente.

Sconcerta non poco che soggetti già vaccinati per prevenire la COVD-19 siano ciononostante andati incontro a questa virosi prima del raggiungimento dell’immunità di gregge. Un recente numero del British Medical Journal  dedica a questo aspetto un articolo, consentendone eccezionalmente la stampa e la diffusione gratuita al fine di scongiurare allarmismi ingiustificati. Come spiegato dalla Dr.ssa Elisabeth Mahase, la maggioranza dei pazienti già vaccinati e successivamente ricoverati per COVID-19 sono probabilmente stati infettati poco prima o in concomitanza con la vaccinazione. Questo stressa fortemente l’importanza che i vaccinati debbano mantenere il distanziamento e le altre misure cautelative finché non si sia raggiunta l’immunità che si svilupperà solo nel tempo e non immediatamente. Ben due istituzioni importanti inglesi hanno analizzato 3.842 infettati post-vaccino e poi ricoverati su un totale di 99.445 vaccinati. Dei 1.823 pazienti sintomatici il 40% (729) avevano sviluppato sintomi 8-14 giorni dopo la vaccinazione, mentre il periodo medio di incubazione era di circa 5 giorni. Ciò conferma che molti di questi COVID-19 positivi tra i vaccinati erano stati contagiati prima che si sviluppasse l’immunità da vaccino. Nell’articolo si ritiene probabile che soggetti anziani più vulnerabili, in precedenza confinati prudenzialmente a casa  perché considerati ad alto rischio, si siano frettolosamente esposti al virus durante il completamento della vaccinazione. E ciò assumendo comportamenti imprudenti post-vaccino come l’abbandono delle cautele classiche (mascherine, distanziamento, lavaggio frequente delle mani). Imprudenza ingiustificata solo perché tali pazienti a rischio erano erroneamente convinti di essere già immunizzati. In dettaglio, 211 di loro (12%) manifestava di avere sintomi 15-21 giorni dopo essere stati vaccinati e 526 (29%) dopo più di  tre settimane dal completamento della vaccinazione. Tali contagi in già vaccinati – per la Dr.ssa Elisabeth Mahase – potrebbero pure  essere dovuti in teoria al fallimento della vaccinazione che non ha, come  per qualsiasi vaccino, un efficacia del 100%. Nei soggetti in cui la vaccinazione è fallita, e che perciò non diventano immuni, il contagio è ovviamente possibile. Per la Dr.ssa Mahase va comunque rimarcato  che il numero assoluto di pazienti vaccinati che devono poi essere ricoverati in ospedale per la COVID-19  è molto piccolo ma che è proprio questi pazienti che vanno riesaminati con più attenzione e in modo più dettagliato  possibile per capire perché il vaccino in loro non ha funzionato e non ha protetto. Dei 400 pazienti che sviluppavano sintomi dopo 21 giorni dalla vaccinazione 113 morivano a causa della COVID-19 e, di questi, ben 82 facevano effettivamente parte del gruppo più fragile di anziani. Questo rapporto ha pure numerosi limiti, non disconosciuti dagli stessi autori. Tra questi, in primis, il fatto che non tutti i pazienti ricoverati erano stati arruolati nello studio. Addendum a latere, che in ogni modo aggiunge ottimismo: l’EMA ha ricevuto a marzo notizia dalla Pfeizer-BioNTech che in uno studio di fase 3 il loro vaccino testato in 2.260 soggetti tra 12 e 15 anni ha mostrato un’efficacia del 100% con eccellenti risposte anticorpali. Sembra improbabile che questi ragazzini vaccinati si contagino successivamente.

In un mio libro del 2013 (“Alla mia pancia ci penso io“) avevo raccolto tutte le incertezze relative allo strano disturbo “Bocca cattiva – bruciore orale”. Nel gennaio 2021, la rivista JAMA  pubblica un articolo dal titolo simile “Burning mouth syndrome (BMS) – a frustrating  problem”. L’aggettivo “frustrante” rivela che la comprensione del disturbo dopo quasi dieci anni, non ha fatto alcun passo avanti. La BMS è caratterizzata da una sensazione di bruciore della cavità orale che non trova convincente spiegazione e che pertanto crea non poche preoccupazioni al paziente che ne soffre. Inoltre, il disturbo che è quotidiano almeno per lunghi periodi, è descritto variabilmente dai singoli pazienti, a volte come bruciore linguale o bruciore delle labbra o altre volte ancora bruciore della intera cavità orale, disturbi non collegabili ad uno specifico fattore causale. La sindrome è presente in circa 100 persone su 100 mila, con prevalenza nel sesso femminile e l’età più colpita si aggira intorno alla cinquantina, mentre non si registrano quasi mai disturbi del genere al di sotto dei 30 anni. È probabile che i fattori in gioco, comunque ipotetici, siano multipli. Per esempio, la rarità della BMS nelle donne al di sotto della trentina e la maggiore sua frequenza in quelle in menopausa potrebbe suggerire una possibile correlazione con uno squilibrio ormonale, spiegazione che non reggerebbe peraltro nei maschi. Delle ricerche suggerirebbero una neuropatia settoriale limitata alla cavità orale, peraltro mai documentata. È stata pur considerata la natura puramente psichica della BMS. All’esame diretto la mucosa orale dei pazienti con questa sindrome ha colore e aspetto del tutto normali. Per porre diagnosi di “Sindrome della bocca che brucia” il medico dovrà comunque escludere l’esistenza di secchezza orale, mughetto, herpes, afte o di qualsiasi condizione infiammatoria che potrebbe causare alterazioni del rivestimento della cavità orale. Dolore intermittente, prurito e gonfiore della mucosa della bocca possono pure dipendere da reazioni allergiche, ascritte magari all’applicazione di protesi dentarie, ipotesi esclusa per altro dagli odontoiatri, specie con i materiali da loro usati negli anni più recenti. Si sono anche sospettati alcuni cibi come pesce crudo e frutta fresca (in primis. mele  o fragole), ma in questo caso non si tratterebbe di BMS, il disturbo sarebbe saltuario e la sospensione del cibo sospetto si rivelerebbe immediatamente efficace. Le terapie tentate (prevalentemente antidepressivi, ansiolitici, antinevralgici e psicoterapici) sono deludenti. A tranquillità dei non pochi lettori/lettrici che mi hanno scritto in proposito, nel 30-50% dei pazienti la BMS si risolve spontaneamente nell’arco di 2-3 anni e non sottintende mai una malattia grave. Un buon rapporto con il curante e con l’entourage risulta comunque di sicuro conforto

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