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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Ad oggi i vaccini per prevenire la COVID-19 sono 66 e una decina sono nella cosiddetta fase 3, durante la quale il vaccino è somministrato a volontari. In questa fase 3 i volontari vengono divisi in 2 gruppi: uno riceverà a caso il vaccino, mentre un gruppo di controllo riceverà un placebo. Durante e alla fine di fase 3 si valuterà l’efficacia del vaccino in base al numero dei contagiati e all’affiorare di effetti collaterali. I dati clinici e non clinici si presenteranno dalle ditte produttrici alle autorità regolatorie per ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC). I principali enti regolatori sono: negli USA la FDA, in Europa l’EMA, in Italia l’AIFA, nel Regno Unito la MHRA, e l’ ICMRA (Agenzia internazionale). Il primo vaccino presentato alla FDA, e già in uso nel UK, è quello prodotto da “Pfizer e Biontech” che dimostrerebbe un’efficacia a 30gg dalla prima somministrazione del 95%. Nove su 10 casi gravi registrati di COVID-19 si sono verificati “solo” nel gruppo placebo. Il vaccino va conservato a -70° C° (problema tutt’altro che irrilevante) e ogni dose costa 15 sterline, molto più del vaccino della “Oxford-AstraZeneca” (+Pomezia). Con tale vaccino, che potrà essere conservato in frigo a 4C°, ha sollevato stupore il fatto che mezza dose (somministrata per errore invece che una!), seguita da una dose completa un mese dopo, avrebbe efficacia fino al 90%, mentre una dose doppia la ridurrebbe al 62%. Non c’è spiegazione convincente di questo apparente paradosso. Il vaccino sarebbe disponibile a un prezzo basso, circa 3 euro e 50 per dose. Il vaccino “Moderna”, negli Stati Uniti, avrebbe un’ efficacia superiore al 94,5% e per questo è stata chiesta l’autorizzazione d’emergenza per la quale è sufficiente il parere di un solo ente nazionale. Il “Moderna” va conservato a temperatura di frigorifero (2-8 C°). Il costo sarà 27,50 euro per dose. Altri vaccini sono in dirittura d’arrivo (sviluppati da Johnson&Johnson, da Sanofi e da CureVac.). Il Ministro della Salute R. Speranza ha reso noto al Senato che l’Italia ha già acquistato 202 milioni in totale di dosi di sei vaccini (AstraZeneca 40,38 milioni; Johnson&Johnson 53,84; Sanofi 40,38; Pfizer/Biontech 26,92; CureVac 30,285 e Moderna 10,768). L’obiettivo è quello di prevenire l’infezione e quindi interrompere di fatto il contagio, riducendo così la necessità di ricovero specie dei gravi. Il vaccino fa ben sperare e va fatto anche se rimane qualche quesito ancora senza risposta: quanto durerà l’efficacia? Differenze tra un vaccino e l’altro? I già guariti dalla COVID-19 dovrebbero vaccinarsi? L’esperienza già raccolta e validata dagli enti è sufficiente a escludere “rari” effetti collaterali? Ci sarà la distribuzione gratuita anche a soggetti e a Paesi a basso reddito? Autorizzazione dell’EMA prevista per il “Pfizer” il 29 o 30 dicembre e per “Moderna” il 12 gennaio.

Il gruppo di lavoro di Victor Zhong, della Feinberg School of Medicine di Chicago, ha pubblicato di recente sul Journal of American Medical Association un articolo riguardante il rapporto tra uova, e colesterolo più in generale, e danno cardiovascolare. I ricercatori riconoscono che “Il colesterolo è un nutriente comune nella dieta e le uova sono una fonte importante di colesterolo. Tuttavia, se il colesterolo alimentare e in particolare il consumo di uova si associ significativamente a malattia cardiovascolare e a mortalità rimane controverso”. Altri studi suggeriscono invece che un consumo più elevato di alimenti ricchi di colesterolo, uova incluse, risulta associato a un rischio maggiore sia di malattia cardiovascolare sia di decesso per tutte le cause. Naturalmente, l’associazione risulta di tipo dose/risposta, cioè dipendente dalla quantità di colesterolo assunto con gli alimenti. Per meglio definire il grado di associazione, il gruppo dei ricercatori guidati da Zhong ha raggruppato i dati dei partecipanti in sei sottogruppi (coorti) di 29.615 soggetti adulti statunitensi, con informazioni raccolte prospetticamente nell’arco di trent’anni (tra il 25 marzo 1985 e il 31 agosto 2016), con un monitoraggio mediano di 17,5 anni. Per ogni 300 mg di colesterolo alimentare aggiuntivi al giorno si è osservata un’associazione significativa con un più alto rischio di malattia cardiovascolare incidente e mortalità per tutte le cause. Inoltre, ogni mezzo uovo ulteriormente aggiunto al giorno risultava associarsi a un rischio ancor più alto di cardiovasculopatia. Si ricorda che il “rischio incidente” si calcola mettendo al numeratore il numero di casi di malattia registrati “durante” il periodo di osservazione e al denominatore il numero di persone a rischio “all’inizio” dello stesso periodo. R. Eckel, dell’University of Colorado, pur confermando le conseguenze negative dell’eccessivo consumo di cibi ricchi di colesterolo raccomanda anche di non dimenticare l’importanza di seguire solo suggerimenti dietetici basati sulle prove (4-5 uova alla settimana non sarebbero un problema per una persona sana). Altra raccomandazione, comunque, è quella di non considerare il colesterolo un tossico, errore che spesso vien fatto dagli “estremisti della dieta sana”. Non va infatti dimenticato che il colesterolo (150 g il contenuto dell’organismo, 200 mg/uovo) è una molecola organica importante, che lo stesso fegato produce, dotato di una serie di funzioni indispensabili (costituente delle membrane cellulari, precursore di ormoni quali cortisolo, aldosterone, testosterone, estradiolo, acidi biliari e vitamina D). Solo il 20% proviene dalla dieta ed è perciò difficile correggere un eventuale ipercolesterolemia, specie di natura eredo-familiare, solo mediante correzioni dietetiche. Quanto alle uova, qualcuno si chiede: non basterebbe togliere il tuorlo?

Per distrarre dall’apprensione del COVID-19 proviamo (a richiesta!) a rilassare il lettore ricordando la fola delle scie chimiche lasciate dagli aerei che, per i complottasti, sarebbero ricche di virus, batteri, composti chimici, tossine varie. Questo inquinamento sarebbe voluto da qualcuno (?) per intossicare l’umanità. Altra ipotesi meno malefica è invece che esse siano frutto di operazioni militari (di chi?) finalizzate alla creazione di una gigantesca antenna radar gassosa per il rilevamento di “aviogetti stealth” impercettibili ai radar ”(mandati da chi?). Altri ancora ipotizzano che le scie chimiche servirebbero a rallentare l’aumento della temperatura terrestre, o che sarebbero invece occulti atti terroristici o gas per il controllo della mente dei cittadini (ma di quali cittadini e voluto da chi?) e persino che si tratti di un progetto segreto (di chi?) per vaccinare la popolazione (con cosa?) a sua insaputa. Come effetto collaterale, tale progetto avrebbe addirittura innescato pericolose malattie quali la SARS e l’influenza aviaria. Per i fantasisti più spinti, tali scie sarebbero programmate per ridurre la popolazione mondiale in eccesso. Queste bufale sono già state demolite da anni, tra gli altri da Silvano Fuso, chimico di riconosciuta serietà, tanto che il 27/1/2013 è stato intitolato a suo nome l’asteroide 2006 TF7, in orbita tra Marte e Giove. ll chimico ha spiegato da tempo assieme ad altri che le scie sono dovute all’emissione del vapore acqueo, contenuto nei gas di scarico dei velivoli. I gas incontrando l’aria fredda ad alta quota, subisce un brinamento (visto che il vapore può passare allo stato di ghiaccio). Le scie assumono a volta forme diverse, ciò che pure ha alimentato ulteriori sospetti dei “complottisti”. In realtà i possibili diversi aspetti sono dovuti a fattori multipli quali, in primis, le condizioni dell’atmosfera in cui i gas vengono rilasciati. Se l’aria è molto fredda, i gas brinano rapidamente formando scie compatte. Se la temperatura esterna è più alta, o se i gas emessi sono molto caldi, la condensazione avviene più lentamente e le scie appariranno più larghe. I venti pure concorrono alla forma delle scie: se sono modesti la scia tende a rimanere a lungo compatta, se sono più intensi la scia tende invece a disperdersi e infine, se i venti sono variabili, la scia tende a produrre ramificazioni laterali. I complottisti non spiegano mai chi sarebbero gli inquinatori delle scie, i motivi per cui lo farebbero e come difenderebbero loro stessi da eventuali danni delle stesse che cadono al suolo. Senza contare che la manipolazione segreta delle scie richiederebbe la complicità di un numero enorme di persone. L’Homo sapiens (?) dovrebbe ridere delle bufale e invece c’è ancora chi crede al terrapiattismo, a mirabolanti diete dimagranti, a filtri afrodisiaci e a devastanti rischi dei vaccini.

L’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali (OsMed), curato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), sotto la direzione e la vigilanza del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, si occupa del consumo dei farmaci in Italia e del relativo costo sociale. L’approfondimento riguarda il consumo per età, per genere, per categorie terapeutiche e per la diversità prescrittiva esistente nelle varie regioni. Viene inoltre considerata da OsMED l’appropriatezza delle prescrizioni e della compartecipazione alla spesa farmaceutica del cittadino e dello Stato. La conclusione più significativa è che in generale si assumono troppi farmaci e che non sempre essi paiono giustificati. Già un paio di anni fa le dosi di medicinali consumate ogni giorno superavano le 1.500 ogni 1000 abitanti, il 72,3% delle quali erogate a carico del Servizio Sanitario Nazionale e il restante 27,7% riguardante farmaci acquistati direttamente dal cittadino. La categoria che di più incide sulla spesa farmaceutica risulta data da farmaci antineoplastici e immunomodulatori (più di 6 milioni di euro), cui segue quella per i farmaci cardiovascolari (più di 3 milioni di euro), a loro volta seguiti dai farmaci per l’apparato gastrointestinale, quelli per le malattie metaboliche (diabete mellito e obesità), e infine quelli per i farmaci prescritti per le malattie del sangue e degli organi emopoietici (essenzialmente midollo osseo e linfonodi). Una delle parziali soluzioni per ridurre i costi sarebbe il ricorso ai farmaci equivalenti che però in Italia è assai più limitato se comparato con quello vigente in altri Paesi europei. Luca Bassi, direttore generale dell’AIFA ricorda in proposito come l’80% dei farmaci di marca (“branded”) consumati in Italia sono a brevetto scaduto, ciò che avrebbe fatto prevedere un aumentato consumo dei farmaci equivalenti che invece nel nostro Paese oscilla intorno al 30%. Bisognerebbe informare i cittadini con maggiore insistenza e periodicità – come raccomanda da anni il prof. Silvio Garattini, attuale Presidente dell’Istituto Mario Negri, e non solo lui – che i farmaci generici sono veramente equivalenti ai farmaci di marca, equivalenza che forse per motivi oscuri non viene sottolineata a sufficienza dai media e dalla TV. Un’altra modalità atta a ridurre la spesa sanitaria è quella di eliminare i farmaci inutili o (auto)prescritti…dal “dottor Web” o prescritti dal medico immotivatamente. Come per i rimedi omeopatici anche per molti farmaci della medicina convenzionale manca infatti ogni prova di efficacia e sicurezza. Si spende naturalmente di più per gli anziani: gli over 65 assorbono infatti il 60% della spesa sanitaria convenzionata. Quanto al genere, le donne consumano più farmaci dei maschi, specie antibiotici (per infezioni delle vie urinarie), antidepressivi (stress prevalenti nella donna) e antianemici.

Il Dr. Amir Qaseem dell’American College of Physicians si è occupato della opportunità di una cura con testosterone (T) negli anziani o comunque in soggetti con bassi valori ematici di questo ormone. Il T è l’ormone responsabile dei caratteri sessuali primari (nel maschio sviluppo del testicolo, maturazione degli spermatozoi) e secondari (barba, peli, forza muscolare, tono di voce, produzione eritrocitaria) e della libido. Nell’uomo il T è prodotto dalla cellule di Leydig presenti nei testicoli, mentre una minima parte è secreta pure dalla corteccia del surrene. Anche nella donna quantità modeste di T secrete dal surrene e dall’ovaio concorrono alla libido. La produzione di T nel maschio, scarsa fino a 10 anni, cresce poi fino ai 30-40 anni per calare progressivamente in seguito, fino a bassi livelli nell’anziano (nella donna il calo avviene dopo la menopausa). Il calo della libido e della sessualità è difficile da valutare, essendo questa influenzata anche da stimoli visivi non T-dipendenti (riviste erotiche, film erotici, uso di droghe). Nell’anziano che comunque voglia migliorare le sue prestazioni sessuali il Dr.Qaseem suggerirebbe una terapia con T, ma gli effetti sono risultati piuttosto deludenti, e le prove che l’ormone migliori in particolare la funzione erettile sono molto incerte. L’ effetto sulla sessualità complessiva è in ogni modo difficile da valutare (ruolo della partner? comorbidità associata e non solo invecchiamento?). Anche i teorici risultati positivi extra-sessuali come efficienza fisica, energia, vitalità complessiva sono nulli o minimi. Sulla scorta di questi risultati gli specialisti dell’American College suggeriscono di non insistere: se entro i 12 mesi dall’inizio della terapia seguita in modo regolare non si notano sensibili miglioramenti, la cura con T andrebbe interrotta. Qualcuno ha anche consigliato di ricorrere al testosterone per via intramuscolare e non a preparati trans-dermici più costosi, che oltretutto non offrono vantaggi tangibili. Questa raccomandazione non trova d’accordo altri esperti (tra cui Victor Adlin della Temple University di Philadelphia) che, a prescindere dall’ insoddisfacente efficacia della cura con T, ritiene la via intramuscolare poco gradita dal paziente, ciò che influenzerebbe la sua compliance e perciò ridurrebbe ulteriormente l’eventuale efficacia. Restano poi da considerare gli effetti collaterali del T e tra questi la frequente ginecomastia, l’ipotrofia dei testicoli, la ridotta produzione endogena del T, causata dalla ridotta sintesi T-indotta dell’ormone ipofisario LH che stimola proprio le cellule di Leydig). Preoccupa pure una dubbia azione procancerosa del T, specie sulla prostata. In realtà questa non è provata, a meno che il cancro non sia già presente. Un aiutino non ormonale per gli anziani ancora sensibili al (gentil) sesso è la “pillola blu”, anche se di…altro colore

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