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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Molti pensano in generale, e specie dopo le abbuffate per Natale o Capodanno, che convenga mettersi a dieta saltando magari uno dei due pasti principali. Si ritiene, cioè, che la riduzione di  calorie alimentari così ottenuta faciliti il calo della ciccia acquisita nelle feste (sperabilmente in …punti strategici). Ma il discorso è più complicato secondo gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Saltando un pasto un calo degli zuccheri nel sangue è inevitabile, ciò che comporta  conseguenze negative: la conseguente ipoglicemia cerebrale aumenta infatti l’appetito o diventare senso incontrollabile di fame e, in particolar modo, desiderio di zuccheri che normalizzerebbero il tasso glicemico. Rinunciando a un pasto si arriva di fatto più affamati al pasto successivo ed è più facile allora essere attratti dal “cibo spazzatura” (“junk food”  è il termine inglese che va di moda) che include disparati componenti. Il Dr. Jacobson, fondatore del Centro per le Scienze di Pubblico Interesse diceva già nel 1972: “Le bibite sono la quintessenza del “junk food”, tutto zucchero e calorie senza nessun nutriente. Gli americani stanno affogando nelle bibite zuccherate”. Ma gli affamati che si propongono di digiunare per perdere peso tendono a trasgredire (anche di notte!) i loro buoni propositi di fronte a molte altre tentazioni, quali dolciumi, pop corn, pizza surgelata, patatine fritte, insaccati, gelati confezionati. A lungo andare saltare la colazione o un pasto fa perdere la cosiddetta massa magra (muscoli e altri tessuti meno che quello adiposo) e aumentare la massa grassa grazie anche a un rallentamento del metabolismo. Secondo l’ISS (e il semplice buon senso!) invece di ricorrere a più o meno lunghi digiuni, si dovrebbe mangiare poco e spesso, ogni 3-4 ore, dando la preferenza a cibi poco grassi e poco calorici, preferibilmente ricchi di proteine (animali o vegetali) e di vitamine (frutta e verdura). Le opzioni compensative presenti in commercio sono più di 4000 costitute da integratori, soluzioni, estratti, barrette che di per sé possono pure vantare buone proprietà nutritive, ma che – rimarca  l’ISS –   “difficilmente hanno la completezza di un pasto equilibrato e sano” perché i cibi naturali sono molto complessi da un punto di vista nutrizionale. Ovviamente anche l’ISS è d’accordo che gli integratori possono invece esser utili se il soggetto è carente di alcuni elementi, ma ciò a prescindere dall’idea di compensare con essi il ridotto introito calorico. E’ il caso dell’acido folico in gravidanza, del ferro in caso di mestruazioni troppo prolungate, dei preparati di Vit B12 nei soggetti in stretta dieta vegetariana. In ogni modo, la strategia più intelligente per non dover pianificare un calo di peso è − ma occorre dirlo? – quella di non abbuffarsi mai. La dieta sobria e frazionata consente tra l’altro un pieno benessere post-prandiale.

L’Atrofia muscolare spinale (SMA nel più noto acronimo inglese) è dovuta a un danno progressivo dei neuroni situati nelle corna anteriori del midollo spinale (immaginiamocelo come una H orizzontale) che controllano il movimento muscolare. Esistono quattro varianti della SMA (1,2,3,4) che si manifesta alla nascita o nei primi anni di vita, risultando la più comune causa su base genetica di mortalità infantile. Il geni mutati nella SMA  (siglati SMN) determinano il deficit di una proteina essenziale per la sopravvivenza e l’attività dei motoneuroni (ma  anche per la funzione di altre cellule dell’organismo). I bambini con SMA1, il tipo più grave,  muoiono in media entro i 2 anni, mentre la variante meno grave SMA4 esordisce in età adulta e ha una prognosi migliore. La recente scoperta rivela  che è l’alterata sintesi delle proteine indotta dai suddetti geni a causare l’insorgenza e la progressione della SMA, ciò che ha aperto alcuni spiragli per la cura. Nel Convegno di Filadelfia 2019 sono apparsi infatti due studi promettenti (FIREFISH E SUNFISH) attuati con il farmaco “risdiplam”. Assunto per via orale questo passa dal sangue nel sistema nervoso e, agendo sull’RNA del gene alterato, pare aumentare la sopravvivenza dei motoneuroni (e anche di altre cellule con bassi i livelli della stessa proteina). In effetti, nel primo studio, il risdiplam ha fatto registrare buoni risultati in circa 50% dei bambini con SMA1. In dettaglio, dopo un anno di trattamento il 64,7% dei bambini curati riusciva a stare seduto per alcuni secondi con o senza supporto,  il 52,9% risultava capace di mantenere il controllo verticale  della testa e uno dei bambini, dopo analogo periodo di trattamento, ha potuto persino stare in piedi, pur con l’aiuto di qualcuno. Gli eventi avversi più comuni, inevitabili del resto per ogni farmaco, registrati nello studio non sono mancati: febbre (52,4%), infezioni delle alte vie respiratorie (42,9%), diarrea (28,6%), vomito (23,8%), tosse (23,8%) polmonite (19%) e costipazione (19%). Il secondo studio, invece, ha verificato l’efficacia del risdiplam in soggetti affetti da SMA di tipo 2 e 3,  tra i 2 e i 25 anni, alcuni non in grado inizialmente di stare seduti e altri in grado di camminare, con scoliosi da assente a grave. Dopo 1 anno di cura si è potuto osservare dei livelli ematici doppi e stabili rispetto al basale della proteina inizialmente deficitaria. Gli effetti collaterali risultavano sovrapponibili a quelli già riportati nello studio FIREFISH. Motivo di orgoglio: alla ricerca pubblicata su “Cell Reports” dimostrante il ruolo dello specifico deficit proteico nello sviluppo della SMA, hanno contributo ricercatori italiani dell’’Istituto di biofisica del CNR, ricercatori del Centro di Biologia Integrata (CIBIO) dell’Università di Trento e ricercatori di Edimburgo. In malattie rare ogni piccolo passo aumenta le speranze.

Quello della nazionalità italiana acquisibile da uno straniero è un problema complicato e su questa questione le posizioni dei diversi partiti sono alquanto eterogenee. Prescindendo ora da quale potrebbe essere la normativa più equa, si dovrebbe ipotizzare un accordo trasversale affinché la norma vigente in quel momento fosse almeno chiara.  Il nostro è invece il Paese dove l’interpretazione delle leggi può essere più soggettiva che univoca, ciò che influenza inevitabilmente pure la loro applicabilità di per sé alquanto aleatoria (chi non ricorda  − Purgatorio, Canto XVI − il dantesco ”Le leggi son, ma chi pon mano ad esse”?). Esistono in effetti norme assolutamente confuse se non contraddittorie, che con un po’ di buon senso potrebbero forse risolversi senza troppe difficoltà. E’ il caso, ad esempio, degli stranieri che vivono da anni nel nostro Paese: la legge consente ai minori ancora privi di nazionalità italiana di impegnarsi in attività agonistiche senza però dar poi loro la possibi ità, se battono un record, di venir riconosciuti primatisti e di essere inseriti nelle squadre nazionali, per le quali è pretesa la cittadinanza. Caso recente è quello di Grat Nnachi, quattordicenne tesserata per il CUS Torino, su proposta del suo insegnante di ginnastica che aveva intravisto in lei grandi potenzialità nel salto con l’asta. Ebbene, in aprile la quattordicenne, nata da genitori nigeriani, ha stabilito il record italiano di categoria di salto con l’asta superando i 3 metri e 70 cm (versus il precedente primato di 3  metri e 60). Il record non è stato tuttavia riconosciuto dalla “Federazione Italiana di Atletica Leggera” (FIDAL), perché la Nnachi risultava ancora priva della cittadinanza italiana. Paradossale: tu concedi che un (o una) giovane atleta si iscriva a un circolo sportivo italiano e gareggi con i suoi colori, ma se egli o essa stabiliscono un primato, questo non avrà valore e l’atleta inoltre non potrà gareggiare per la Nazionale. Tale assurda incongruenza ha provocato l’intervento de “Le Iene,” grazie al quale a fine maggio Grat Nnachi ha conseguito una prima vittoria legale. Il consiglio federale della FIDAL ha infatti modificato le disposizioni precedenti riguardanti i primati nazionali. Per il riconoscimento di un record agli atleti basteranno 3 presupposti: che essi siano tesserati per una società italiana, che siano residenti in Italia e che siano iscritti ad una nostra scuola. Queste 3 precondizioni Nnachi ce le ha tutte e il record è dunque suo. In precedenza casi analoghi, con esclusione dalle Nazionali, sono stati quelli del giovane romeno Eduard Gugiu, vicecampione italiano assoluto di tuffi dalla piattaforma dei 10 metri e di Alessandra Ilic, serba cresciuta in Veneto, campionessa giovanile di judo. E che dire dei calciatori di pelle scura italiani, che per qualcuno non sono “italiani del tutto”?

Anche persone che non brillano per cultura (magari non per colpa loro) discettano spesso oggi con assoluta disinvoltura su “biologico”, o semplicemente su “bio”, un termine di cui ignorano per altro il reale significato.  Sconcertante in particolare è che  considerino bio sinonimo di “naturale” o in qualche modo di “non manipolato”. Ad esempio si ritiene “biologica” un’agricoltura (e un allevamento) che escluda l’uso di pesticidi e di organismi geneticamente modificati. Molte aziende alimentari e siti web convincono che “bio” sia sinonimo di sano, con conseguenze che non riguardano solo il maggior costo. Ben più grave è la distorsione culturale che ne deriva. 400 tra agronomi, ricercatori, docenti universitari hanno pertanto firmato mesi fa una lettera che è stata indirizzata a tutti i senatori al fine di far ritirare la legge prevista per l’agricoltura biologica. Questo decreto  licenziato dalla Camera aveva subito suscitato aspre critiche dalla gran parte degli scienziati. Tra questi la prof. Elena Cattaneo farmacologa, biologa, (e superesperta di cellule staminali) dell’Università di Milano. La Cattaneo si mostra molto critica al riguardo in un’intervista a Micaela Cappellini del Sole 24Ore, dove afferma testualmente: “Il biologico? Una favola <bella e impossibile>”. Considerazioni importanti della scienziata condivise dagli altri 400 ricercatori −  riportate sempre dalla Cappellini − sono che ”Per giustificare prezzi fino al 100% superiori, è stata promossa l’illusione che il “bio” fosse l’unico metodo in grado di salvare il mondo e farci vivere meglio e di più. Ma non esistono prove scientifiche a confermarlo, anzi le analisi dicono che i prodotti biologici non sono qualitativamente migliori e che il “bio” su larga scala è insostenibile, in quanto per le principali colture produce fino al 50% in meno, richiedendo il doppio della terra. Per convertire il mondo al biologico si dovrebbe rendere coltivabili milioni di ettari sottraendoli a foreste e praterie”. Altra critica è che il decreto prevedrebbe finanziamenti solo per la ricerca sul biologico invece che per la agricoltura in generale. Questo supporto servirebbe invece a capire quale metodo sia scientificamente migliore quanto a “efficienza, resa e difesa dell’ambiente” e, solo dopo, decidere su cosa scegliere e finanziare. Molto grave per la Cattaneo pure il fatto che nel decreto si equiparino agricoltura biologica e “biodinamica”, influenzata quest’ultima dal pensiero steineriano e cioè da mai dimostrate credenze esoteriche, come la fecondazione cosmica potenziabile con l’uso del “cornoletame” (letame di vacca in corno di vacca) e vesciche di cervo riempite di fiori di “achillea” già citati in precedenza. Consigliato al lettore il mirabile libro “Frammenti di chimica” edito da C1V di Pellegrino Conte, Docente ordinario di “Chimica agraria” all’Università di Palermo

Pazienti ritenuti già morti e poi resuscitati possano ricordare cosa c’è “di là”?. Una nota datata ricerca è quella di due medici britannici che nel 2005 avevano esaminato  63 pazienti ritenuti morti e poi “resuscitati”. Di questi, 4 affermavano di aver provato “durante la morte” sensazioni di pace e gioia, di perdita della percezione del corpo, di luce abbagliante, di un ingresso in un altro mondo. La loro conclusione era che la coscienza opera anche a cervello spento, a dimostrazione di un’anima che sopravviverebbe alla morte fisica. Commentando la ricerca il Prof. Andrea Frova, già Ordinario di Fisica alla Sapienza di Roma, rilevava allora come i ricercatori avessero dimenticato che i “testimonial” erano non resuscitati ma vivi, o meglio “cadaveri apparenti”, perché la morte era stata una diagnosi frettolosa e sbagliata. Insomma, si trattava di una “sovrastima” del racconto dei 4 soggetti e la “sottostima” del niente da raccontare degli altri 59 pazienti. Sarebbe d’altronde risibile la conclusione che solo 4 delle persone “apparentemente morte” avessero l’anima e le altre 56 non ce l’avessero. È poi normale constatazione – dice Frova –  che coscienza e memoria possono essere influenzati da eventi ben diversi dalla morte quali un’ anestesia. Abbiamo già ricordato a questo riguardo lo stress postraumatico affiorante in alcuni operati nei quali l’anestesia, al di la dell’effetto analgesico, si era dimostrata  (con doppia metodica) insufficiente. In questi casi, il paziente pur “addormentato” rimane conscio in modo subliminale dell’aggressione fisica che sta subendo, ciò che potrebbe avere conseguenze a distanza. A prescindere dall’attendibilità delle testimonianze suddette di una minoranza (4 su 56 soggetti), la presenza dell’anima è stata molte volte oggetto di attenzione in tempi e con metodiche diversi non da teologi, ma da altri medici. La più famosa, è quella del Dr. D. MacDouglas che nel 1901 affermò non solo l’esistenza dell’anima, ma pure il suo peso preciso. Nello studio di 6 moribondi veniva registrato il peso poco prima della morte e subito dopo, utilizzando letti poggianti su bilance di massima precisione (margine d’errore 5,6 grammi). La differenza in peso pre-/post- dimostrava per  MacDouglas che l’anima pesa 21 grammi (studio oggetto pure del film del 2003 “21 Grams”, diretto dal messicano Gonzales Inarritu). Questa differenza pre- e  post-mortem il medico non la registrava invece nei cani. Ricerca criticata e mai ripetuta/riconfermata. Ovviamente, chi scrive si guarda bene dal sollevare la questione se l’anima esiste o meno, squisito atto di fede, ma influenzato dal suo passato di ricercatore puro prima di esercitare la professione di medico, non può non auspicare sotto il profilo metodologico che chi ritiene di affrontare questioni del genere sia un po’ meno…facilone. La scienza è una cosa, la religione un’altra.

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