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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

 Il virus influenzale si trasmette per via aerea grazie a goccioline emesse a distanza avvicinata. Le raccomandazioni abituali anti-contagio meritano di essere ripetute ogni anno e sono in primis  quelle di evitare luoghi affollati specie se chiusi, di  star lontani da chi tossisce e starnuta, di aerare gli ambienti dove si vive, di lavarsi generosamente le mani, di evitare raffreddamenti che riducono le difese immunitarie. Decisiva è la prevenzione con i vaccini antiinfluenzali iniettabili per intramuscolo. Questi sono gratuiti per le persone considerate più a rischio costituite da: gravide al 2°-3° trimestre, pazienti affetti da certe malattie (tumori, patologie croniche cardiorespiratorie e metaboliche come il diabete) nei quali l’influenza aumenta il rischio di complicanze, soggetti over 65 specie in case per lungodegenti, bambini in trattamento cronico con aspirina. In questi c’é il rischio che l’influenza provochi la sindrome di Reye (grave encefalopatie e steatosi epatica favorita dalle virosi/infezioni in genere). Va pure vaccinato il personale a contatto con molte persone (medici, infermieri, badanti, forze dell’ordine) che può essere sia contagiante che contagiabile. I vaccini  disponibili sono sia “trivalenti” (contengono cioé 2 virus “inattivati” di tipo A e 1 di tipo B) e quelli “quadrivalenti” (contenenti 2 virus “inattivati” di tipo A e 2 di tipo B). Un vaccino trivalente contiene pure l’adiuvante MF59  (un’emulsione di “squalene”, grasso presente naturalmente nell’uomo) utile per i soggetti con risposta immunitaria poco efficiente, come gli anziani. Nonostante preoccupazioni contraddittorie del passato, la vaccinazione è consigliabile  anche perché  l’influenza, come del resto altre virosi, può favorire la rara sindrome di Guillain Barré, grave polineuropatia su base autoimmunitaria (possibile anche nei vaccinati ma meno severa). Vaccinarsi per l’influenza è di grande importanza, perché  molti sono i decessi  causati ogni anno da questa virosi (in Italia, e solo tra gli anziani, quasi 20 mila nel 2017) e perché la ospedalizzazione e il frequente assenteismo dal lavoro dovuti all’influenza, aumentano sensibilmente la spesa sociosanitaria. La vaccinazione resta un caposaldo anche se nel 2018 la FDA ha approvato l’uso di un farmaco non per la prevenzione ma per la cura precoce, cioè ai primi sintomi, dell’’influenza. Con questo nuovo antivirale “baloxavir marboxil” una sola compressa assunta tempestivamente per os sembra uccidere il virus entro 24 ore riducendo così significativamente la durata dell’influenza e della contagiosità. Un vantaggio, dunque, rispetto a antivirali precedenti, come il chiacchieratissimo “Tamiflu” (oseltamivir), dopo il suo lancio risultato oltretutto  di dubbia efficacia e che per agire richiederebbe comunque l’assunzione precoce di dieci dosi per 5 giorni.

Il ricorso dell’aspirina (ASA), prezioso farmaco antifebbrile e antidolorifico già in uso a fine ‘800, é ormai motivato dal suo effetto antiaggregante sulle piastrine, mirato alla prevenzione secondaria degli eventi cardio- e cerebrovascolari (infarto e ictus). Ricordo che “secondaria” é la prevenzione che si attua in chi è già cardiovasculopatico per limitare la progressione del danno, mentre “primaria” é la prevenzione prevista nel soggetto sano per ridurne il rischio cardiovascolare. Tre studi (“trial”, in medichese) di confronto contro placebo hanno pertanto rivalutato di recente efficacia e rischi dell’ASA nella prevenzione “primaria” in una casistica veramente cospicua. Il primo (“ASCENDIS”) ha riguardato 15.480 soggetti “diabetici”,  monitorati in media per 7,4 anni. Negli ASA-trattati si registrava un 12% in meno di infarti, ma un 29% in più di sanguinamenti digestivi, correlabili con la nota  gastrotossicità dell’ASA (presente, anche se in minore misura, pure a basso dosaggio). Nel secondo trial (“ARRIVE”) si confrontavano ASA e placebo in 12.546 non diabetici  ma ad alto rischio, monitorati per 5 anni. Gli accidenti cardio-cerebrovascolari risultavano nel complesso non significativamente diversi (incidenza del 4,3% nei pazienti in ASA e del 4,5% in quelli placebo-trattati). Pure in questo studio il sanguinamento digestivo era doppio nei pazienti assumenti aspirinetta. benché nessuna differenza significativa tra i due gruppi di trattamento si registrava quanto a emorragie fatali o a decessi per qualsiasi causa. Il terzo studio (“ASPREE”) coinvolgeva 19.114 soggetti americani/australiani ultrasettantenni, esenti da malattie cardiovascolari, demenza e disabilità. Anche in questo caso Il trattamento di confronto era attuato con ASA contro placebo e il monitoraggio durava 5 anni. In tali soggetti l’uso dell’aspirina non produceva alcun sensibile beneficio clinico in nessun ambito per quanto atteneva funzione cognitiva, decesso, apparato cardiovascolare. Pure in questo, come negli altri due trial, si registrava un  maggiore numero di sanguinamenti digestivi e, inoltre, un maggiore tasso di decessi per qualsiasi causa (almeno nei pazienti australiani). Nel complesso, questi 3 ampi studi su casistica di quasi 50 mila soggetti indicherebbero che i benefici dell’ASA nella prevenzione primaria sono minimi/modesti, mentre consistenti sarebbero in ciascuno dei trial i rischi di sanguinamento intestinale. In base a tali dati l’editoriale di commento del NEJM mette in discussione l’uso profilattico dell’ASA considerando che la prevenzione “primaria” con le statine anticolesterolo (quando davvero giustificata) sarebbe del 25% e soprattutto non associata a maggior rischio di gastrotossicità. Per l’editoriale questi dati non sono da ignorare quando si progetta un prevenzione primaria (e sottolineo “primaria”).

Ricordo opportuno per i non addetti è che gli “screening” sono esami condotti in una fascia ampia della popolazione apparentemente sana o quanto meno asintomatica. Lo scopo è quello di individuare precocemente una malattia, nel caso in questione il cancro del colon-retto (CCR) o i suoi precursori (polipi o adenomi), prima che affiorino dei sintomi. Il  cancro del colon-retto è uno dei più frequenti tumori nella popolazione adulta occidentale, risultando la quarta neoplasia più diagnosticata e la seconda causa di morte per tumore maligno. La situazione è alquanto migliorata da anni proprio grazie ai test di screening (in primis la ricerca del sangue occulto nelle feci con metodo immunologico e la colon-rettoscopia) che hanno aumentato il tasso di sopravvivenza fino al 70%. Nei soggetti ultrasessantacinquenni, purché coinvolti in un programma di screening, i nuovi casi/anno (“incidenza” per medici ed epidemiologi) sono pure sensibilmente diminuiti a partire dagli anni 2000.  Al contrario, in soggetti con meno di 55 anni di età, nell’intervallo 2005-2015 si è registrato un aumento di incidenza del 51% con conseguente aumento della mortalità di ben l’11%. Questo rilievo ha indotto la American Cancer Society ad un aggiornamento delle linee guida precedentemente suggerite. La modifica più importante consiste nell’anticipo del primo test di screening già a 45 anni, specie in soggetti contrassegnati da riconosciuti fattori di rischio, quali la familiarità per tumori – generica e soprattutto specifica- , il pregresso riscontro radiologico o endoscopico di polipi rettali e il consistente fumo di sigaretta. Le linee guida medie raccomandano dunque oggi già agli over 45 di consultare il curante per scegliere con il suo aiuto una delle modalità di screening più adatto o più agevole per il singolo individuo. I test non invasivi dovrebbero tuttavia essere comunque seguiti da un test invasivo, in primis la colonscopia. Pur attenti ai possibili “falsi positivi” (suggestivi di tumore in soggetti che non hanno né tumore né lesioni precancerose) lo screening dovrebbe in ogni caso venire ripetuto ogni 5 anni anche in assenza di sintomi d’allarme, e ciò fino al compimento dei 75 anni di età. Dopo i  75 anni il monitoraggio va continuato solo se ritenuto opportuno dal curante in base a sintomi/segni peculiari di quel determinato individuo. Dopo gli 85 anni, in assenza di elementi sospetti, sarebbe invece sconsigliata la prosecuzione del controllo colonscopico. Secondo l’ American Cancer Society seguire questo iter servirebbe a ridurre significativamente il tasso di incidenza, la sofferenza che caratterizza a un certo momento i malati con cancro del colon-retto (dolori/disturbi addominali, sanguinamento, occlusione) e, ovviamente, la mortalità di una popolazione ancora sostanzialmente giovane e nel pieno dell’attività lavorativa

Non di rado l’opinione pubblica si schiera acriticamente contro il parere degli scienziati (vedi la querelle su Stamina e sui vaccini). Lo stesso è successo negli ultimi anni per altre questioni, come quella riguardante gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM). Chi scrive, del tutto incompetente nello specifico, non ha preconcetti né pro né contro, ma resta perplesso leggendo un dettagliato articolo sul Foglio firmato da L. Capone. Le possibili “antipatie” del giornalista verso i pentastellati vanno tenute in conto ma, ciò premesso, merita di sottoporre all’attenzione dei lettori i dati da lui riportati. I media scrivono spesso che sugli OGM la comunità scientifica è divisa, ma in realtà non è così. L’istituto demoscopico Pew Research Center  riconosce che gli OGM sono sicuri per l’88% degli scienziati ma solo per il 37 % dei cittadini. D’altronde, il prestigioso Plant Biotechnology Journal rimarca come solo 35 articoli su 700 esprimono qualche preoccupazione circa gli OGM,  cioè meno del 5%, per di più pubblicati su riviste meno attendibili. “Di questo 5% mondiale di studi anti-OGM -rileva Capone- un po’ meno del 50% è stato prodotto da ricercatori italiani”. Considerando solo la soia, va stressato che “l’87% di tutti gli articoli scientifici pubblicati nel mondo con tono allarmistico su possibili effetti nefasti è stato realizzato unicamente da 2 ricercatori italiani: il Dr. F. Infascelli (Università Federico II di Napoli) e M. Malatesta (Università di Verona), coautrice di uno studio sulla tossicità del mais OGM, contestato “per gravi limiti metodologici e addirittura ritrattato dalla rivista che l’aveva pubblicato”. Anche gli studi di Infascelli, convinto anti-OGM e per questo invitato volentieri nei convegni dei 5 Stelle pur essi contrari alle manipolazioni genetiche, sono stati criticati dalla prof. E. Cattaneo (Università di Milano) per limiti metodologici e per fotografie truccate. Ciò ha persino portato al ritiro degli articoli taroccati e a sanzioni della Federico II, motivate da violazioni molto gravi effettuate con “la volontà di fabbricare un risultato sperimentale non esistente”. I ricercatori del citato Pew Research Center sottolineano inoltre che dei 35 articoli anti-OGM, 20 sono stati condotti in Europa, di cui ben 15 nella sola Italia. Un primato assoluto se si considera che l’Egitto ha contribuito a un giudizio negativo sugli OGM con solo 6 studi. Negli Stati Uniti uno studio soltanto risulta anti-OGM, pubblicato stranamente in Australia. Ultima ipocrisia secondo Capone: nonostante gli allarmi ingiustificati, l’Italia acquista ogni giorno dall’estero tonnellate di soia e mais OGM per realizzare prodotti “made in Italy”. In ogni modo, é auspicabile, che la politica (e la magistratura) restino sempre fuori dalle questioni scientifiche, che possono e devono essere dibattute, ma “inter pares”.

Anni fa su L’Espresso compariva una specie di albero genealogico da cui risultava che nell’Ateneo di Bologna,  a Medicina, si poteva registrare in una sconcertante maggioranza dei casi un grado di parentela stretta tra gli Assistenti e i Cattedratici. Questo alimentava il dubbio che buona parte delle scelte non fossero basate sulla meritocrazia. La “parentela facilitante” vige naturalmente per molte altre categorie compresa quella degli attori (tra i più celebri esempi Kirk e Michael Douglas, Donald e Kiefer Sutherland, Vittorio e Alessandro Gassman, Vittorio e Christian De Sica). Se però i parenti delle star sono scadenti (diversamente dai casi ora citati) il successo risulterà effimero e ci sarà poco danno per chi…va al cinema. Al contrario, se i medici universitari  devono il loro ruolo (didattico e clinico) “solo” al nome del parente allora un danno potenziale della loro mediocrità per i pazienti non è da escludere. Un anno fa il giornalista M. Malagutti riconosceva che il fenomeno è andato calando negli ultimi 15 anni, senza però scomparire specie in regioni del Sud. La sua denuncia nasceva da uno studio di due ricercatori italiani S. Allesina e J. Grilli, trasferiti all’Università di Chicago, i quali grazie a siti web pubblici hanno raccolto nel 2000, 2005, 2010 e 2015 i cognomi di professori  italiani, dei ricercatori al Centre National de la Recherche Scientifique in Francia e, infine, dei professori delle più importanti università negli Stati Uniti. Allesina e Grilli hanno contato il numero di ricercatori con lo stesso cognome in ogni dipartimento confrontandolo con quello che ci si sarebbe dovuto aspettare se le assunzioni fossero legate ai soli titoli di merito. In teoria, ricercatori con lo stesso cognome nello stesso reparto avrebbero potuto spiegarsi con il fatto che certi cognomi i sono più frequenti in alcune aree o, che l’omonimia, almeno negli USA, fosse più abituale negli immigrati esperti di informatica provenienti prevalentemente dall’Asia. Ciò escluso, la probabilità, e non solo in Italia, che i professori facciano assumere parenti stretti diventa rilevante. Per ragioni di “privacy” i due ricercatori, non hanno indicato le singole università “nepotistiche” dei vari Paesi, né i cognomi più ricorrenti. Grazie a una norma approvata nel 2010 che proibisce l’assunzione di parenti all’interno dello stesso dipartimento (assicuro però che gli escamotage non mancano!) il nepotismo è calato, ma risulta ancora cospicuo specie al Centrosud. Ciò fa affiorare la seguente preoccupazione: “Se un professore può mettere in cattedra il figlio – dicono al riguardo gli Autori dell’inchiesta – allora potrà mettere in cattedra chiunque”, alla faccia della meritocrazia. In questo caso si tratterebbe di nepotismo politico: gli “yes men son meno scomodi e più malleabili dei bravi (questo anche in altri campi!).

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